![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 28 APRILE 2002 |
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Per tutelare
i diritti degli inventori le idee devono poter essere trattate come oggetti
A
dispetto della morte dell'autore predicata dai postmoderni, la legge 383 del 18
ottobre
2001, che pone nuove nonne
per la tutela del diritto d'autore, e di fatto accentua il diritto di
proprietà del soggetto in materia di idee ("quando il rapporto di lavoro
intercorre con un'università o con una pubblica amministrazione avente fra i
suoi scopi istituzionali finalità di ricerca, il ricercatore è titolare
esclusivo dei diritti derivanti dall'invenzione brevettabile di cui è autore")
non sembra un masso erratico o il fossile di un'altra epoca: l'autore,
postmoderno o no, tiene alle sue idee e questo perché le idee gli rendono,
purché riesca a dimostrare che sono proprio sue. Sarebbe bello, allora, poter costruire una macchinetta per attaccare
le idee alle persone. Il come,
tuttavia, non è banale,
D'accordo con Frege, le
idee vere sono diverse dalla rappresentazione individuale che ne abbiamo, e
dunque a rigore - le sole idee di cui qualcuno potrebbe legittimamente
rivendicare la proprietà sono quelle completamente false, o magari vagamente insulse
(quelle che rinfacciavano a Platone per chiedergli malignamente se
esistessero: l'idea del grasso, dello sporco sotto le unghie, delle squame dei
pesci). Una simile concezione delle
idee si presta male alla disciplina dei brevetti, o meglio si può applicare
solo in circostanze molto specifiche, quelle in cui un'idea sbagliata si
riveli, in modo imprevisto, una buona idea, come nel caso del post-it, nato dal fallimento di un
tecnico della 3m che aveva inventato una colla che attaccava male.
Ma la via alternativa all'oggettività
impersonale delle idee, quella suggerita da Cartesio, non appare molto più
praticabile. Cartesio infatti insiste
sulla personalità delle idee (il che è del resto ovvio in una filosofia che dà
tanta rilevanza all'originalità del pensiero), però lascia aperta la porta a
una espropriazione: le idee innate sono per l'appunto nate in noi (ingenitae); ma visto che noi, a nostra
volta, rechiamo impresso il trade mark del nostro fabbricante, cioè di Dio
(Cartesio si esprime proprio così: la
marque de l'ouvrier empreinte sur son
ouvrage, nota artificis operi suo
impressa), il copyright divino
impenderebbe su tutti quanti. Che fare?
L'uscita dall'impasse, che è
tutt'altro che teorica, come si è potuto constatare dall'attenzione che ha
accompagnato il convegno sui brevetti organizzato l'8 aprile scorso da
Riccardo Viale alla Fondazione Rosselli di Torino (vedi «Il Sole-24 Ore-Domenica»
del 7 aprile 2002) prevede tre mosse.
La prima consiste nel
chiarire quale sia il tipo d'idea con cui si ha a che fare, quando si parla di
"proprietà delle idee". Non
si tratta di un'idea oggettiva e separata, appartenente a un ipotetico
intelletto unico averroista, bensì della singola realizzazione sensibile di
un'idea: cioè di un esempio, come tale generalizzabile anche al di là della
prima realizzazione, ma non a prescindere da essa. Prendiamo il Tetrapak.
L'idea è quella di un parallelepipedo, dunque non è tutelata. Ma neppure l'espressione è fissa: può essere
grande, piccolo, di colore diverso.
Eppure, la tutela è possibile, giacché si applica all'espressione
sensibile (il primo esempio) e alle generalizzazioni che se ne possono trarre.
(Dipende probabilmente da questa circostanza il fatto che certi succhi di
frutta abbiano dei modi di apertura barocchi e balordi, per aggirare il
brevetto).
E' qui che interviene la
seconda mossa. Proprio la rappresentazione
individuale, che per Frege non fa parte dell'idea, è ciò che permette di
personalizzarla. Le idee vere possono
venire a chiunque, però ognuno ne ha una peculiare rappresentazione, proprio
come ognuno ha un'immagine diversa quando viene invitato a pensare a
qualcosa. Ora, è precisamente quella
rappresentazione individuale che, qualora si accompagni a un'applicazione
pratica, può venire tutelata. Pensiamo
al caso dell'invenzione della macchina per cucire così come ci viene
raccontata da Freud nell'Interpretazione
dei sogni. Il proprietario dell'idea aveva sognato ciò che, nella
lettura freudiana, andava interpretato come una fantasia sessuale; poi ne aveva
tratto l'applicazione esemplare nella macchina per cucire, che costituisce,
per l'appunto, l'immagine interna soggettiva nel senso di Frege, e che appare
come strettamente individuale, giacché in effetti nessun sogno erotico aveva
sino ad allora suggerito un'applicazione pratica di quel tipo.
Il problema, come si vede, si è ridotto al riconoscimento delle parti essenziali di un esempio. Non resta che la terza mossa: la via più affidabile, in questa reificazione delle idee, consiste nel trattarle come oggetti convenzionali, e passibili, come tali, di una codificazione in termini di ontologia formale.