RASSEGNA STAMPA

27 APRILE 2002
LUCA LIVERANI
"In stato vegetativo sono come neonati"

Sgreccia: dubbi sul testamento biologico

Attenzione. C'è chi alza il polverone confondendo il coma con la morte cerebrale. E spacciando di conseguenza l'alimentazione artificiale ai pazienti in stato vegetativo come un inutile accanimento terapeutico. Monsignor Elio Sgreccia dice parole chiare sulla delicatissima materia sollevata dalla sentenza di Monza e sul testamento biologico.

Il seminario sulla cura del paziente in stato vegetativo permanente - organizzato dal pontificio istituto Giovanni Paolo II sulla famiglia e dall'Istituto di bioetica della Cattolica - cade in pieno dibattito su eutanasia e dintorni. Così il vescovo Sgreccia ricorda che "nello stato vegetativo la persona è viva. E come di fronte a un neonato noi usiamo cure, attenzioni, affetto, così deve essere per loro". Il giudizio è invece critico "per le terapie sproporzionate, inefficaci, che aumentano il dolore e non portano benefici. L'accanimento terapeutico è un abuso alla dignità della persona. Ma non è certo il caso dell'alimentazione e dell'idratazione". Discorso a parte per il caso di Monza: "Staccare il respiratore - afferma - è stato un atto indebito di anticipazione della morte. E il giudice si è sostituito al medico con una sentenza provocatoria e programmatica".

Dubbi anche sul testamento biologico: "È inutile se dice "non voglio l'accanimento terapeutico" perché i medici già lo devono sapere. È totalmente negativo se serve a rivendicare l'eutanasia. Nessuno è padrone della vita, nemmeno della propria". Dietro alle pressioni in direzione dell'eutanasia spesso c'è dell'altro: "In tempi di aziendalizzazione in tutto il mondo della Sanità ci sono preoccupazioni di carattere economico, visto che si tratta di pazienti che hanno bisogno di cure costose. E poi nella nostra società edonistica non si sopporta non solo la propria croce, ma nemmeno quella del familiare".

Per il direttore dell'Istituto di anestesiologia e rianimazione dell'Università cattolica, Rodolfo Proietti, "L'accanimento terapeutico parte più da una richiesta dei familiari che da un desiderio di onnipotenza dei medici. E il medico - dice l'anestesista - lo fa per timore di atti giudiziari". Il docente ricorda la distinzione tra coma, più o meno acuto, e stato vegetativo. "Lo stato vegetativo persistente è una diagnosi. A distanza di tre mesi da un arresto cardio-respiratorio e di dodici da un trauma cranico viene definito permanente, che è una prognosi sull'irreversibilità dello stato". A questo punto sul paziente - che è comunque vivo: la morte cerebrale è tutt'altra cosa - ci sono trattamenti doverosi e non. Tra i primi c'è la nutrizione e l'idratazione artificiale con sondino, la detersione delle piaghe da decubito, i massaggi muscolari, l'igiene. Discorso a parte per i trattamenti farmacologici o le terapie strumentali invasive. "Anche chi usa le mani è aiutato a nutrirsi".

"È chiaro che i fautori dell'eutanasia giocano su più tavoli - dice Francesco D'Agostino, ordinario di filosofia del diritto a Tor Vergata - da una parte si battono per l'autodeterminazione del paziente, dall'altra avallano soppressioni eutanatiche di chi non ha lasciato nessuna volontà in tale direzione. Invocano l'omicidio per pietà, negano quello che omidicio è stato". E a proposito di autodeterminazione, D'Agostino cita la legge olandese: "Viene esaltata come una legge assolutamente garantista della volontà del paziente, mentre nella sua applicazione quotidiana il medico si fa interprete anche dei desideri dei pazienti incapaci di intendere o di malati psichiatrici". Incomprensibile l'assoluzione di Monza "perché il fatto non sussiste": "E se il chirurgo avesse espiantato il cuore a quella donna?".
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