![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 27 APRILE 2002 |
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«Il fatto non sussiste». Dunque, se l'imputato non ha commesso il
fatto, la sentenza che lo assolve non giustifica implicitamente un fatto che
non è avvenuto. La sentenza dice anzi che, se l'imputato lo avesse compiuto, il
fatto sarebbe un reato. Errato, dunque, dire che la sentenza che ha assolto
Ezio Forzatti sia l'inizio di una legislazione dell'eutanasia. E, oltre che errato, controproducente per
chi (come me) non approvi l'eutanasia.
I fautori dell'eutanasia non hanno ragione di dire che la sentenza è un
punto a loro favore.
Può darsi che il Forzatti si
sia reso colpevole di altri reati: ad esempio, di minaccia a mano armata. Se così fosse, con qualche attenuante lo si
potrebbe condannare per questo. Ma condannarlo
per omicidio volontario sarebbe dare della vita un'interpretazione esattamente
opposta a quella di chi condanna l'eutanasia.
Significherebbe interpretarla come un mero fatto, alla stessa stregua,
poniamo, di una reazione chimica.
Allora interrompere una vita diventerebbe un reato dello stesso tipo che
interrompere una reazione chimica in un'industria produttiva del ramo, mentre
è una colpa molto diversa, indipendente dagli interessi in gioco dello stesso
vivente.
Senza dubbio la vita è tutto
un insieme di reazioni chimiche. Ma la
vita è in primo luogo natura, cioè venire al mondo di un fenomeno unitario, la
cui unità non si riduce a una mera combinazione di altri fenomeni. Viene bensì anche di lì, ma ha inoltre una
diversa dimensione, che la biologia interpreta, ma che nessuna scienza esaurisce,
con buona pace dello scientismo (che non è scienza, ma cattiva
metafisica). L'accanimento terapeutico
è figlio dello scientismo. Quando
riesca a conservare uno o più fenomerú fisici del ciclo vitale ciò non
significa che conservi la vita. L'accanimento terapeutico rispetta altrettanto
poco la naturalità della vita quanto l'eutanasia o la fecondazione artificiale
(e non solo assistita, detta «artificiale» per buone ragioni). Ciò non significa, naturalmente, che
dell'accanimento terapeutico sia giudice chiunque, anche un parente o un
marito. Ma non è rispettare la vita
conservare artificialmente una sua espressione. Questa difesa della natura penso che sia in accordo con la
dottrina cristiana, ma può stare a cuore anche a chi non abbia nessun legame
con la religione. C'è un celebre
romanzo di Goethe, Le affinità
elettive, che suscitò a suo tempo non poco scandalo, perché sembrava
interpretare le combinazioni e separazioni
matrimoniali sulla falsariga delle combinazioni chimiche. Spiega infatti un pedante Capitano: «A è
unito strettamente a B, e C a D. Ma accostate i due composti: può capitarci di
constatare che A si stacca da B e si unisce a D, mentre C sublima e B rimane
inerte come gesso». Infatti, come da
previsione, avviene il celebre doppio adulterio incrociato (di desiderio, non
di fatto), per cui dal congiungersi legittimo di due coniugi nasce un figlio
illegittimo di padre per parte di madre e di madre per parte di padre. Questo figlio, però, morirà annegato, perché
l'intenzione di Goethe era l'opposto di quella che egli si volle attribuire:
non era di chimificare i rapporti umani, bensì di umanizzare i rapporti
chimici, in quanto apparire fenomenico di una natura unitaria nel suo
profondo.
La scienza della natura ha fatto progressi enormi nel secolo scorso. Con ciò ha sollevato problemi apparentemente senza uscita. E' sembrata entrare nel centro stesso della natura (nel «nocciolo» dell'atomo o nel nucleo della cellula), disgregando l'atomo e il genoma. C'è da augurarsi che, pur attraverso contrasti, il secolo appena cominciato riesca a recuperare il senso di quell'unità della natura che il progresso sembrò dissolvere: in chimica, in fisica, in biologia.