RASSEGNA STAMPA

27 APRILE 2002
VITTORIO MATHIEU
Un'assoluzione con doppia lettura

«Il fatto non sussiste».  Dunque, se l'impu­tato non ha commesso il fatto, la senten­za che lo assolve non giustifica implicita­mente un fatto che non è avvenuto. La sentenza dice anzi che, se l'imputato lo avesse compiuto, il fatto sarebbe un rea­to. Errato, dunque, dire che la sentenza che ha assolto Ezio Forzatti sia l'inizio di una legislazione dell'eutanasia.  E, oltre che errato, controproducente per chi (come me) non approvi l'eutanasia.  I fautori dell'eutanasia non hanno ragione di dire che la sentenza è un punto a loro favore.

Può darsi che il Forzatti si sia reso colpevole di altri reati: ad esempio, di minaccia a mano armata.  Se così fosse, con qualche attenuante lo si potrebbe condannare per questo.  Ma con­dannarlo per omicidio volontario sarebbe dare della vita un'interpretazione esattamente opposta a quella di chi condanna l'eutanasia.  Signifi­cherebbe interpretarla come un mero fatto, al­la stessa stregua, poniamo, di una reazione chimica.  Allora interrompere una vita diventerebbe un reato dello stesso tipo che interrompere una reazione chimica in un'industria produtti­va del ramo, mentre è una colpa molto diversa, indipendente dagli interessi in gioco dello stes­so vivente.

Senza dubbio la vita è tutto un insieme di reazioni chimiche.  Ma la vita è in primo luogo natura, cioè venire al mondo di un fenomeno unitario, la cui unità non si riduce a una mera combinazione di altri fenomeni.  Viene bensì anche di lì, ma ha inoltre una diversa dimensio­ne, che la biologia interpreta, ma che nessuna scienza esaurisce, con buona pace dello scienti­smo (che non è scienza, ma cattiva metafisica).  L'accanimento terapeutico è figlio dello scientismo.  Quando riesca a conservare uno o più fe­nomerú fisici del ciclo vitale ciò non significa che conservi la vita. L'accanimento terapeutico rispetta altrettanto poco la naturalità della vita quanto l'eutanasia o la fecondazione artificiale (e non solo assistita, detta «artificiale» per buo­ne ragioni).  Ciò non significa, naturalmente, che dell'accanimento terapeutico sia giudice chiunque, anche un parente o un marito.  Ma non è rispettare la vita conservare artificialmen­te una sua espressione.  Questa difesa della natura penso che sia in accordo con la dottrina cristia­na, ma può stare a cuore anche a chi non abbia nessun legame con la religione.  C'è un celebre romanzo di Goethe, Le affinità elettive, che su­scitò a suo tempo non poco scandalo, perché sembrava interpretare le combinazioni  e sepa­razioni matrimoniali sulla falsariga delle combi­nazioni chimiche.  Spiega infatti un pedante Capitano: «A è unito strettamente a B, e C a D. Ma accostate i due composti: può capitarci di constatare che A si stacca da B e si unisce a D, men­tre C sublima e B rimane inerte come gesso».  Infatti, come da previsione, avviene il celebre doppio adulterio incrociato (di desiderio, non di fatto), per cui dal congiungersi legittimo di due coniugi nasce un figlio illegittimo di padre per parte di madre e di madre per parte di pa­dre.  Questo figlio, però, morirà annegato, per­ché l'intenzione di Goethe era l'opposto di quel­la che egli si volle attribuire: non era di chimifi­care i rapporti umani, bensì di umanizzare i rapporti chimici, in quanto apparire fenomeni­co di una natura unitaria nel suo profondo.

La scienza della natura ha fatto progressi enormi nel secolo scorso.  Con ciò ha sollevato problemi apparentemente senza uscita.  E' sem­brata entrare nel centro stesso della natura (nel «nocciolo» dell'atomo o nel nucleo della cellu­la), disgregando l'atomo e il genoma.  C'è da augurarsi che, pur attraverso contrasti, il secolo appena cominciato riesca a recuperare il senso di quell'unità della natura che il pro­gresso sembrò dissolvere: in chimica, in fisi­ca, in biologia.
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