RASSEGNA STAMPA

27 APRILE 2002
ILARIO BERTOLETTI
L'inquietudine davanti all'essere

La "Metafisica" di Aristotele

Una costante si ritrova nelle ricostruzioni del pensiero di Aristotele: pur nata nel I secolo a.C. per raccogliere una serie di suoi trattati, la parola metafisica è una perfetta definizione per ciò che Aristotele stesso designa con Filosofia prima e teologia. Coniato da Andronico per designare i libri che vengono dopo (meta) la fisica, il vocabolo metafisica verterebbe sul problema fondamentale di Aristotele: determinare una scienza dell'essere in quanto essere. Un'ipotesi interpretativa che ha attraversato l'intero corso del pensiero occidentale, sedimentandosi a tal punto che non v'è manuale che non parta da questa presunta identità tra metafisica e Filosofia prima. Davvero il testo aristotelico afferma questa identità? Non parla Aristotele della ricerca di una scienza senza nome che sia una scienza dell'essere, assunto nella sua plurivocità - ovvero nel suo manifestarsi come strutturalmente diviso in una molteplicità di significati? Una scienza ben strana: non verte su qualcosa di preciso, ma su ciò che di per sé non è un alcunché di determinato. Ma la Filosofia prima, direttamente identificata da Aristotele con la teologia perché ha ad oggetto un genere particolare, le sostanze sovrasensibili, non è una scienza particolare? Come può quindi esservi identità tra ciò che verte su Dio e ciò che verte sull'essere nei suoi molteplici ed irriducibili nomi? Sono le domande poste dallo storico francese della filosofia Pierre Aubenque in un saggio (Le probleme de l'etre chez Aristote, Paris, Puf 1962) di cui ricorrono i quarant'anni dalla pubblicazione, e che ha rappresentato una svolta radicale negli studi aristotelici. Una svolta nel senso che, dopo le ricerche di Werner Jaeger sulla genesi e l'evoluzione interna del pensiero aristotelico, in Aubenque assistiamo ad una disamina unitaria del movimento speculativo in atto nella Metafisica. È davvero Aristotele stato all'altezza del suo progetto di una scienza dell'essere in quanto essere? O, in forza della cosa stessa in questione, la sua ricerca ha messo capo ad un inaspettato esito: la scienza ricercata - quella che noi moderni denominiamo ontologia - non è affatto una scienza che si declina in sillogismi, ma una dialettica - dialettica nel senso di attraversamento instancabile di aporie. Di qui l'insistenza (nel terzo libro della Metafisica) con la quale Aristotele insiste sulla necessità che la filosofia sia innanzitutto inflessibile calarsi nelle aporie intorno alla questione dell'essere. Al punto di giungere alla sgomentante affermazione: "E in verità, ciò che dai tempi antichi, così come ora e sempre, costituisce l'eterno oggetto di ricerca e l'eterna aporia: "che cos'è l'essere", equivale a questo "che cos'è la sostanza""? È ben vero che Aristotele definisce la sostanza come il significato primo dell'essere a cui si riferiscono gli altri significati, ma questi significati non solo non ne sono deducibili, ma sono spia di una costitutiva indeterminatezza dello stesso essere. Una scissione che, per Aubenque, si riflette nel rapporto tra il Divino aristotelico (l'immobile Motore Primo, che muove gli altri enti perché oggetto di desiderio) e il mondo sublunare. Non v'è, osserva Aubenque, una tragica scissione tra la perfetta oziosità di questo Dio e l'inquietudine che attraversa gli enti irretiti nello scorrere del tempo - e tra essi quell'ente affetto dal demone della domanda che è l'uomo? Dio non rappresenta l'ideale regolativo di una unità dell'essere anelata ma impossibile per l'uomo? Di qui lo scacco interno alla Metafisica aristotelica - uno scacco che non è un fallimento, ma la presa d'atto dei limiti legittimi del sapere umano. Un sapere che ha sì il suo fine nella felicità come contemplazione - ad imitazione della perfetta beatitudine del Dio che pensa se stesso. Ma è un fine concesso agli uomini solo, scrive Aristotele, "per breve tempo" e "per quanto è a noi possibile". Di questo Dio, nota Aubenque, si può parlare solo in negativo e ha più affinità con il Dio della teologia negativa che con il Sommo Ente della scolastica medievale. Vi sono certo un'a-scendenza kantiana e un pathos heideggeriano - con tonalità esistenzialiste - in questa lettura di Aristotele non come modello di sistematicità ma in quanto pensatore della scissione tra l'umano e il divino e della ontologia dialetticamente lacerata (della diaporetica: l'indefinito attraversamento di aporie). Sarebbe tuttavia errato pensare ad una indebita sovrapposizione ermeneutica: nel Kant dei conflitti insanabili della ragione intorno alle questioni ultime non ritroviamo le inquietudini che Aubenque ha magistralmente mostrato in quell'insieme di testi raccolti sotto il nome di "Metafisica"? Quelle inquietudini che sempre ci colgono quando ci accostiamo al termine "meta-fisica", ascoltando non una impossibile risposta ma l'e- nigma racchiuso nel suffisso "meta": quell'"oltre", quel "dopo la fisica", che aristotelicamente non smette di stupirci e angosciarci.
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