RASSEGNA STAMPA

26 APRILE 2002
CHIARA SARACENO
EUTANASIA, UN DRAMMA TRA DIRITTO E DIGNITÀ

Staccare la spina di una macchina che tiene artificialmente in vita una persona altrimenti ridotta allo sta­to vegetale è un atto di pietosa eutana­sia, o il gesto di chi pone fine ad un insensato accanimento che chiamare terapeutico è fuorviante, dato che non prevede alcun miglioramento?

La Corte d'appello di Milano, nell'as­solvere l'uomo che compì questo ge­sto nei confronti della moglie ha rispo­sto di fatto nel secondo modo.  Qualcu­no dirà, ha detto, che si è trattato di un escamotage per uscire da un dilem­ma morale, con i giudici stretti tra la comprensione e la pietà per un gesto formulato come atto d'amore e la ne­cessità di non avallare l'eutanasia.  Credo invece che aver formulato que­sta distinzione aiuti a riflettere meglio attorno alle questioni implicate nelle scelte drammatiche attorno alla vita e alla morte.

A pensare, in altre parole, alle contraddizioni in cui si muo­vono non solo i singoli individui che si trovano a dover scegliere, ma an­che le istituzioni che definiscono ciò che è legittimo e ciò che non lo è.

In Italia come in altri Paesi, sia  lo Stato che la Chiesa cattolica, nel mo­mento in cui hanno accettato di nor­mare le condizioni in cui può avveni­re l'espianto di organi da persone «morte» per consentirne il trapianto su persone «vive», di fatto hanno ac­cettato di porre in discussione la questione del confine tra la vita e la mor­te. Ciò facendo hanno consentito ben più che "staccare la spina" dopo averla inserita.  Ed hanno aperto la questione di «quando» una persona è morta, nonostante respiri ancora e il suo cuore batta.  La soluzione offer­ta, per quanto condivisa oggi e qui dalla comunità scientifica, non può pretendere di imporsi come «vera», assolutamente oggettiva per sempre e per tutti: la soglia potrà sembrare troppo alta ad alcuni, troppo bassa ad altri.  Se è lecito «prolungare la vita di una persona clinicamente morta» per consentire l'espianto di organi, che cosa si può dire a chi ritiene che si debba invece staccarla per consentire ad una persona di mo­rire in pace?  Se il primo è un atto di generosità, non lo è anche il secondo?  E se ci sono diritti dei vivi a sperare di continuare a vivere per tramite delle innovazioni mediche, inclusa la possibilità dei trapianti, non ci sarà anche il diritto a non essere condannati ad una morte perenne solo perché ad un certo punto si è stati attaccati ad una macchina che fa vivere artificialmente?  E chi deve partecipare a queste decisioni?  Così come si chiede ai parenti il consenso all'espianto, non si dovrebbe ascoltare e riconoscere anche la voce di coloro che con il condannato ad una morte prolungata hanno un rap­porto di amore, consuetudine, sen­so? Come ha scritto Galimberti su «La Repubblica», perché il morire deve essere sottratto a quella dimen­sione di relazionalità, di affetto, in cui la vita ha trovato un senso?  Non si tratta di affidare solo agli individui la scelta sul confini della vita, ma di accettare la crescente ambiguità, in­certezza, sia di questo confine che della norma che lo definisce; e di creare spazi di ascolto e confronto in cui la norma, la conoscenza medica, l'esperienza soggettiva possano incontrarsi e portare a decisioni di vol­ta in volta condivise.

La questione della eutanasia pone problemi in parte simili ma in parte anche diversi.  Ciò che è in gioco qui non è il confine tra la vita e la morte, ma altre due questioni: il diritto a porre fine alla vita quando questa sia divenuta insostenibile e prima anco­ra il confine tra la «vita degna di essere vissuta» e «la vita insostenibi­le», o non umana.  Si tratta di due questioni in parte irresolubili, specie quando riguardano non sé stessi, ma un altro.  Confesso che, per quanto sia in linea di principio favorevole al diritto al suicidio e comprenda la necessità di trovare risposta alla ri­chiesta urgente a drammatica di chi ha capacità fisiche così ridotte da non poter neppure mettere in atto le proprie intenzioni, provo un gran­dissimo disagio di fronte ad affermazioni secondo cui vita umana è solo quella libera da sofferenze e disabili­tà, «piena e felice».  Da questa visio­ne sono espunti tutti gli anziani fragi­li, i disabili fisici e soprattutto psichi­ci, le persone con vite difficili. E' una visione «solare» dell'umanità cieca al bisogno e alla dipendenza.  Non è da qui, mi sembra, che si possa argomentare il diritto alla buona morte.  Piuttosto occorre partire dal ricono­scimento della dignità di ciascuno: in cui è incluso sia il diritto di avere tutte le risorse necessarie per vivere appieno sulla base delle proprie po­tenzialità, per quanto limitate, sia la libertà di dire su di sé quando la sofferenza o la perdita di capacità lede in modo inaccettabile il senso della propria integrità.  La Chiesa cat­tolica argomenta la prima parte e nega la seconda.  Compito di un pensiero laico è tenerle insieme, proteg­gendole entrambe.
inizio pagina
vedi anche
Bioetica