RASSEGNA STAMPA

26 APRILE 2002
MARIA NOVELLA DE LUCA
Sotto accusa le cure estreme

Milano, la sentenza che assolve l'uomo che staccò il respiratore alla moglie in coma mette in luce l'insufficienza della legge

Sirchia: nuove norme su terapie del dolore e testamento biologico

«Mettere fine all'accanimento terapeutico è un diritto del malato».  A quarantott'ore dalla sentenza che ha as­solto Ezio Forzatti, l'uomo che nel '98 staccò il respiratore alla moglie Elena, il ministro Sirchia torna a parlare di «nuove regole» per tutte le cure che «prolungano artificialmente la vita».  Respingendo con decisione l'apertura verso ogni forma di eutanasia, Sirchia am­mette però che tutta la «legislazione sui malati terminali, sia per quello che riguarda la terapia del dolore, sia per l'utilizza­zione delle tecniche di rianimazione, deve esse­re rivista e ripensata, pro­grammando un coinvol­gimento sempre maggio­re dei pazienti, prima che questi perdano la capa­cità di decidere per se stessi».  In sostanza Sirchia ipotizza un te­stamento nel quale ognuno possa indica­re come medici e familiari debbano com­portarsi di fronte ad un evento dove la vi­ta venga prolungata artificialmente. «L'unico lato positivo di questa vicenda è che ci obbliga a confrontarci con il capitolo delle "cure estreme", dove troppo spesso la prassi si sostituisce alla legge, e medici e giudici si trovano a dover prendere il po­sto del legislatore».

A freddo infatti tutte le reazioni alla sen­tenza di Milano sembrano prendere un'altra forma.  Mentre restano irriducibili le posizioni di chi chiede una legge che legalizzi l'eutanasia (radicali, verdi, alcuni parlamentari della Sinistra, e molti scienziati e pensatori, da Rita Levi Montalcini a Margherita Hack) e di chi si op­pone fermamente (cattolici, partiti di maggioranza, Chiesa e Vaticano), nel mezzo esplode la realtà.  E cioè migliaia di malati la cui esistenza è appesa al filo di un respiratore, ad una sonda, ad una giungla di tubi.  Spiega il sociologo Luigi Manconi: «I giudici hanno preso una decisione umana e saggia perché mette l'accento su quanto sia sottile il confine tra cura dove­rosa e accanimento, ed è giusto chiedersi se esiste la vita quando la tecnologia me­dica consente un prolungamento, artifi­ciale di un'esistenza soltanto vegetativa».

Anche per Manconi, favorevole ad una legge sull'eutanasia, ma cosciente del­l'impossibilità «nel medio periodo», che l'Italia si apra ad una normativa sulla dol­ce morte, ci sono però alcune cose fonda­mentali da fare per dare risposta ad un problema che sta diventando esplosivo. «La prima è rivedere i confini delle "cure estreme", stabilire quando la cura diven­ta accanimento terapeutico.  La seconda, e concordo con Sirchia, è il testamento biologico, e la terza riguarda le terapie del dolore.  Nella scorsa legislatura siamo riu­sciti a fare approvare un cambiamento del­la normativa sull'uso e la prescrizione del farmaci anti-dolore.  Una normativa, pur­troppo, in gran parte inapplicata».

Dunque al centro del dibattito non c'è soltanto l'eutanasia, che pure è stata evocata ieri in molte reazioni, che hanno defi­nito la sentenza dí Milano «catastrofica» (Don Ben­zi), «fondamentale» (As­sociazione Exit), «inac­cettabile» (Formigoni) «giusta» (Anestesisti e Rianimatori). «L'innovazione di questa sentenza - chiarisce Maurizio Mori, della Consulta di Bioetica di Milano -sta nell'aver affrontato e giudicato, sep­pure con un escamotage, la possibilità di mettere fine, con decisione personale, all'accanimento terapeutico».
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