![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 26 APRILE 2002 |
|
La natura sociale degli stili di ragionamento e delle
classificazioni. Due punti di partenza per sciogliere i tradizionali nodi della
filosofia classica. E' quanto si propone Jan Hacking, autore de "Il caso
domato" (Saggiatore) e de "I viaggiatori folli: lo strano caso di
Albert Dedas" (Carocci). Un'intervista al filosofo canadese docente al
Collège de France di Parigi
Argentei
capelli arruffati, sorriso aperto, Jan Hacking scende giù a prendermi
nell'atrio del Collège de France, dove è titolare della cattedra di
"filosofia e storia dei concetti scientifici", cattedra che nel 2000
gli fu offerta grazie anche alla forte insistenza di Pierre Bourdieu.
Canadese, Hacking è più a suo agio in inglese (lingua in cui avverrà
l'intervista) più che in francese.
Come mai ha
accettato una cattedra qui a Parigi invece che in un'università americana?
Intanto in
Canada a 65 anni sarei già andato in pensione. E poi, negli atenei Usa c'è un
enorme lavoro di correzione di compiti e di esami. A me piace molto insegnare,
stare a contatto con i giovani, ma non mi piace per niente correggere i
compiti. Infine, qui abbiamo un appartamento nell'Île Saint-Louis e la mattina
per venire al lavoro traverso a piedi la Senna, una delle più belle passeggiate
del mondo: magari lei a Roma può dissentire.
Come può
descrivere la sua traiettoria intellettuale? Una volta scherzando lei ha detto
che per poco non è diventato un meteorologo.
Ero
giovanissimo. No, più seriamente, ho conseguito il mio primo diploma in
matematica e fisica e ho guadagnato il mio primo vero stipendio come fisico
delle perforazioni in una compagnia petrolifera. Poi ho ottenuto una borsa di
studio di filosofia a Cambridge, era una meravigliosa opportunità, e non mi
sono mai voltato indietro.
Ma lei ha
cominciato come filosofo del linguaggio, poi si è spostato sulla filosofia
della scienza, il suo libro sul Caso domato è straordinario. Poi ha
studiato la personalità multipla, i viaggiatori folli, fino a occuparsi anche
della simpatia tra umani e creature non umane. Qual è il nucleo centrale dei
suoi interessi?
Non credo di
gravitare (to be centered) da nessuna parte. Ho cominciato lavorando sui
fondamenti filosofici delle probabilità. Uno de miei primi libri, sulle
probabilità, The Emergency of Probability, che è il libro che amo di più, fu
profondamente influenzato dall'aver letto Michel Foucault che mi instradò su
un altro percorso. Penso che Foucault e Wittgenstein siano state le due
persone morte più formative nella mia vita.
In The Social Construction of What? ("La costruzione sociale di
che?") lei scrive di essere interessato a come le persone sono plasmate,
modellate. Cosa intende?
Il titolo
del corso che sto finendo al Collège de France s'intitola Façonner les gens, o
in inglese Making up people. Sono interessato a come le nuove classificazioni
toccano le persone, producono nuovi modi in cui le persone vedono se stesse,
diventano un nuovo tipo di persona. Certe classificazioni, quando assimilate
dalle persone e dal loro ambiente, quando sono implicate nelle istituzioni,
modificano a loro volta il modo in cui le persone si percepiscono. Si può
arrivare fino a una modificazione dei loro sentimenti e dei loro comportamenti,
e questo avviene in parte per essere stati classificati in questo o quel modo.
Io le chiamo "classificazioni interattive". Queste interazioni
possono essere fortissime. Quel che si sapeva di persone classificate in un
certo modo, può diventare falso perché sono cambiate sotto l'effetto della
classificazione. È quel che chiamo "effetto valanga" (looping
effect). È stato detto che i sistemi attuali di diagnosi e trattamento
contribuiscono essi stessi a produrre il genere di comportamento anormale della
malattia. Classificazione e diagnosi sono allora costruiti e questa costruzione
interagisce con le persone disturbate e contribuisce a produrre il loro
comportamento che a sua volta conferma la diagnosi. Per esempio, per lungo
tempo la diagnosi di "personalità multipla" è rimasta in letargo, non
ha avuto effetto su nessuno fino agli anni `70 quando è riemersa - non era solo
che i medici hanno ricominciato a usarla, è che questa classificazione è
tornata in essere, è risuscitata e ha creato un nuovo modo di essere persona,
ha reso possibile un nuovo tipo di persona, nuove descrizioni.
Nella
libreria Fnac alcuni suoi libri sono nel settore antropologia, altri in quello
psicoanalisi...
Nelle
librerie di Toronto sono messi anche nella sezione self-help, anche se non so
chi possano aiutare.
In un
passaggio di un suo libro lei discute se le emozioni umane siano una
costruzione sociale o meno. Mi viene in mente il ridere: in Asia ha un
significato del tutto diverso che in Occidente, indica un disagio, un malessere.
Da Darwin in
poi, c'è stato un dibattito tra chi crede che le emozioni siano universali e
chi invece crede che ognuno abbia un portafoglio di emozioni a cui attingere;
gli etnografi continuano a discuterne in modo accanito. Non ho una posizione
netta, ma tendo a essere abbastanza relativista a proposito di emozioni. Penso
che diverse culture hanno diverse emozioni che possono essere tradotte solo
difficilmente, e di certo hanno diversi comportamenti, da cui il suo esempio
del ridere.
Tra i
meccanismi di costruzione sociale, mi sembra potente quello che Eric Hobsbawm
e Terence Ranger chiamano "l'invenzione della tradizione", la
produzione di un nuovo nella forma di riesumare un passato (mai esistito).
Mi è stato
detto da fonte affidabile che la lingua lituana è stata sostanzialmente
inventata a Pittsburg da persone che venivano dall'area che oggi chiamiamo
Lituania e che hanno preso il loro dialetto e ne hanno fatto una lingua e lo
hanno riesportato nella loro terra d'origine.
C'è una
"potenza del nominare" che altera ciò a cui da un nome.
Ma non basta
nominare per creare: mi riferisco a quel passaggio della Gaia scienza di
Friedrich Nietzsche sul nome delle cose, che comincia con queste parole
tedesche: Nur als Shaffende, "Solo come creatori!". Nominare occupa
luoghi, siti particolari, e si produce a momenti precisi. Ma perché un nome
possa cominciare il suo lavoro di creazione ha bisogno di autorità. Gli è
necessario essere messo in servizio in seno a istituzioni. Un nome prende le sue
funzioni solo quando una storia sociale è essa stessa in azione. I nomi
funzionano in modo diverso a epoche diverse. I nomi fanno parte di un mondo
immenso di pratiche, di istituzioni, autorità, connotazioni, storie, analogie,
ricordi, fantasmi.
Nel dibattito
sulla scienza che è seguito alla cosiddetta "beffa Sokal" (il fisico
statunitense che si è fatto pubblicare da una rivista di cultural studies un
saggio delirante sulla fisica, e poi ha rivelato lo scherno), lei ricorre al
dibattito medievale sugli universali per distinguere tra una posizione
nominalista e una realista. Mi sembra però che in campo scientifico il
"realismo" è legato all'ipotesi che esista uno e un solo modo di
descrivere la natura, che ci sia cioè una "verità".
Non ho mai
detto che c'è un'unica descrizione possibile della natura. Fatto è che alcune
descrizioni sono più efficaci di altre e, fino a oggi, quelle della fisica e
ora della biologia molecolare si sono rivelate straordinariamente potenti. E
non solo perché sono descrizioni, ma perché producono strumenti tecnologici.
Lei sembra
accoppiare il nominalismo con l'empirismo da un lato e il realismo (sempre nel
senso degli universalia) con il razionalismo dall'altro. Ma non fu il
nominalista Guglielmo d'Occam a fondare il razionalismo moderno con il suo
rasoio?
Io
contrappongo il nominalismo che dice che il mondo non ha una sua struttura,
alla posizione che in inglese definisco inherent structurism, che il mondo
possegga una sua struttura intrinseca, univoca, definita, indipendente dalle
nostre classificazioni. In questo io non sono un nominalista totale. Da un lato
c'è chi dice che le classi sono in definitiva classi naturali e chi invece dice
che sono costrutti sociali. Io non sto né con l'uno né con l'altro. Penso che
le classificazioni vadano divise in due categorie, l'una che classifica oggetti
indifferenti alle classificazioni. La classificazione "elettrone" è
indifferente, nella misura in cui chiamare un elettrone un elettrone non gli fa
né caldo né freddo, e non si mette certo a cambiare le sue abitudini per il
fatto di sapere che è classificato come elettrone. Invece ci sono - come ho già
detto - classificazioni interattive, che plasmano le persone (façonner les
gens). Il caso delle scienze mediche è particolarmente interessante perché non
sono scienze né del tutto naturali né del tutto sociali. Da un lato le scienze
mediche - tra cui la psichiatria - cercano di scoprire le cause organiche
fondamentali delle malattie. Nel caso di disturbi psichiatrici, queste cause
possono essere biochimiche, neurologiche, o le due insieme. Nello stesso tempo,
il nostro modo di essere malati, le nostre azioni, la condotta, le attitudini,
le emozioni, sono classificati secondo criteri umanissimi. Il primo obiettivo
filosofico che mi prefiggo è un libro sulle classificazioni indifferenti, una
sorta di prolegomena al secondo progetto, a un libro sul façonner les gens. È
almeno dal 1982 che sto lavorando al libro sul plasmare la gente, spero di
finirlo.
Quali sono i
suoi altri progetti filosofici?
Voglio tornare all'altro tema su cui ho cominciato (anche qui) a lavorare una ventina di anni fa e che io chiamo "stili di ragionamento". Lo stile più potente, che ha irrimediabilmente sconvolto l'universo da cima in fondo, che reinventa il mondo attuale, è lo "stile di laboratorio", emerso 400 anni fa: una volta si studiavano, si osservavano, si speculava sui fenomeni esistenti. Oggi i fenomeni vengono fabbricati, isolati, purificati. Un altro stile di ragionamento, a cui ho dedicato tanta parte della mia vita, è lo stile statistico, che ha completamente modificato l'esperienza che noi facciamo del mondo in cui viviamo giorno per giorno, un mondo integralmente segnato dal sigillo della probabilità: la sessualità, lo sport, la malattia, la politica, l'economia, l'elettrone. Uno stile di ragionamento introduce nuovi modi di trovare la verità. Ogni stile introduce - in materia di prove e dimostrazioni - il proprio tipo di criteri, determina le proprie condizioni di verità ai campi a cui si applica. Uno stile si autogiustifica, crea i suoi criteri di verità. Ho scritto parecchi scritti indipendenti su questo punto, e spero di riuscire a unificarli.