RASSEGNA STAMPA

20 APRILE 2002
editoriale
Kracauer, il filosofo che cerca il profondo stando in superficie

Un rabdomante tra arte e società, letteratura popolare e cinema: ciò che sembra marginale svela il centro dei problemi

Fin dai primordi il pensiero occidentale si avvale di una metafora prediletta: la profondità. Conferire autenticità a un pensiero equivale a dichiararlo profondo. Quando poi, almeno da Sant´Agostino, la profondità dell´uomo viene individuata nella sua interiorità, si afferma in modo perentorio e vincolante l´equazione tra autenticità, profondità e interiorità. Bisogna attendere la gaia scienza di Nietzsche per osservare il deperimento di tale metafora: in una prospettiva antropologica oltre che filosofica, Nietzsche smaschera il culto della profondità e rivaluta i tratti di superficie, suggerendo all´oltreuomo di ridiventare buon vicino delle cose prossime. Questo invito è stato declinato da quasi tutto il pensiero filosofico del ´900, mentre è stato fecondamente accolto da scrittori come Hofmannsthal e Walser, Saba e Savinio. Vi è tuttavia un filone non marginale del pensiero contemporaneo che ha edificato su fondamenta piuttosto salde una sorta di sapere della superficie, un metodo conoscitivo più che una teoria, capace di mostrare indirettamente i limiti di un approccio analitico che ha privilegiato in modo esclusivo la metafora della profondità o, fuor di metafora, il luogo del fondamento. Il grande maestro di questo sapere della superficie è indubbiamente Georg Rimmel, filosofo e sociologo tedesco di cui vanno ricordati almeno la Filosofia del denaro (in cui le metamorfosi del valore di scambio costituiscono la via regia che permette di accedere alla profondità della vita sociale) e il grande saggio sul conflitto della cultura moderna, in cui viene formulata l´opposizione che alimenta e corrode al tempo stesso la nostra civiltà, quella tra l´incessante flusso della vita e la permanente fissità delle forme che sono l´espressione necessaria ma irrigidita della prima. I due principali eredi di Simmel (un maestro peraltro senza allievi diretti) furono Kracauer e Benjamin, anche se la costellazione è ben più ampia, comprende anche Bloch, Lukacs e Adorno (al quale Kracauer fece apprezzare Kant). Come intese per primo lo stesso Kracauer, non si può attribuire a Simmel un concetto onnicomprensivo del mondo: nessuna parola-chiave o super-concetto capace di ordinare il regno amorfo e riottoso del particolare e dell´individuale, soltanto uno spettro di fenomeni analizzati nella loro precaria configurazione, seguendo un principio di aggregazione non precostituita dei fenomeni, in quanto il tratto costitutivo del sapere della superficie è proprio l´erranza metonimica, la dimora del pensiero nel labirinto delle relazioni. Così sarà poi per Benjamin, di cui Kracauer delineò magistralmente il profilo intellettuale: "La bacchetta da rabdomante della sua intuizione vibra a contatto di ciò che è insignificante, di ciò che è generalmente svalutato, di ciò che è trascurato dalla storia, e scopre proprio qui i più alti significati". Le due regole metodiche che Kracauer apprende da Simmel (e applica nei saggi ora raccolti sotto il titolo La fabbrica del disimpegno) sono pertanto: comporre e scomporre, indicare rapporti di affinità senza coartare il particolare in "rigidi involucri concettuali". Muovendo dalla superficie delle cose, rilevando in essa analogie morfologiche e affinità simboliche, il filosofo appare una sorta di mediatore tra il fenomeno e le idee: "l´avvenimento più insignificante indica la via verso gli strati profondi dell´anima; ad ogni evento può essere attribuito un significato rilevante. In Simmel, una luce che appare dall´interno fa risplendere i fenomeni, come le stoffe e le gemme in certi quadri di Rembrandt". In questi brevi scritti, spesso elzeviri o variazioni sui temi più disparati che costituiscono mirabili esempi di sociologia qualitativa, Kracauer percepisce la densità dei fenomeni di superficie e ne elabora il sapere: "le manifestazioni della superficie - egli sostiene - in quanto non rischiarate dalla coscienza, garantiscono un accesso immediato al contenuto dell´esistente, alla cui conoscenza, viceversa, è legata la loro interpretazione. Il contenuto fondamentale di un´epoca e i suoi impulsi inavvertiti si illuminano reciprocamente". Le ballerine americane o il cinema d´intrattenimento, il maquillage o le configurazioni ornamentali dei corpi: solo indagando e divagando dalla periferia, dal sintomo rivelatore, si può giungere al centro dei problemi più inquietanti; solo conferendo visibilità alle essenze più recondite possiamo identificare l´astuzia che la ragione dispiega nella storia. Alla base della sociologia kracaueriana vi è un´ipotesi sul processo di secolarizzazione: quando il senso della divinità non pervade più ogni manifestazione dell´esistenza, il cosmo perde la sua unità di senso e si frantuma in una pluralità di eventi e di relazioni caratterizzate da una libera fluttuazione dei significati: "una molteplicità sconfinata ed informe viene a far parte dell´orizzonte del soggetto fluttuante e resiste alla conquista da parte dei principi innati dello spirito". L´istanza interpretativa nasce quando l´epoca del senso conosce il suo crepuscolo: questo soggetto fluttuante della modernità accresce la propria sensibilità per le differenze, azzarda connessioni inedite tra i fenomeni, esperisce l´accadere come individualità, osserva la datità esistenziale con l´attitudine dell´interprete a cui è preclusa la spiegazione della molteplicità empirica in termini di principi universali e necessari. Davanti allo sguardo prospettico del filosofo di un´epoca secolarizzata, si dispiega una moltitudine di oggetti di indagine, un´affollata superficie di eventi che soltanto un personale criterio di rilevanza può sottrarre all´infinità senza senso della molteplicità fenomenica. Tra i prodotti culturali, Kracauer sceglie il romanzo poliziesco, ne indaga la fenomenologia e vede in esso la "stilizzata rifrazione estetica" del processo di civilizzazione, lo specchio di una società in cui si è affermata la razionalità strumentale, compie poi un´accurata indagine del cinema tedesco (Da Caligari a Hitler, ora riproposto da Lindau, pp. 544, e 29,95) nella persuasione che l´analisi della filmografia popolare possa rivelare la mentalità collettiva che sfugge alla formulazione cosciente. Il progetto di un sapere della superficie si articola così come decifrazione dei geroglifici visibili che i films presentano quali sintomi di una invisibile dinamica della vita interiore, nell´intento di promuovere una "redenzione della realtà fisica". L´ultimo oggetto di analisi che occupò Kracauer durante l´esilio americano fu il problema della conoscenza storica, da cui scaturì il libro Prima delle cose ultime (Marietti, 1985). Così come le fotografie, anche le proposizioni della storia "condividono il loro carattere intrinsecamente provvisorio con l´oggetto che registrano, esplorano e penetrano". Abbandonando le ambizioni proprie della filosofia della storia, si tratta ora di pensare attraverso le cose, non al di sopra di esse, di sottrarre all´oblio i fenomeni fugaci del mondo esterno. Se lo sguardo del filosofo è rivolto alle cose ultime, lo storico si dedica alle cose penultime, quelle che si manifestano in un´area intermedia tra le idee e le opinioni, un ambito più congeniale alla fluidità del nostro mondo vitale. Nel nome di Kafka, che vide in Sancho Panza al servizio di Don Chisciotte un esempio di libertà, si potrà allora suggerire "un´utopia dell´intermedio, una terra incognita nei vuoti che si trovano fra le terre che conosciamo".
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