![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 18 APRILE 2002 |
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E' un
piacere dell'intelletto scorrere il libro di Mario Motta a proposito
dell'esistenza di Dio: lo è per la chiarezza della prosa che dà forma propria
alla semplicità ed alla lucidità del pensiero. Trovare un testo di pura
metafisica tomista che sostiene la dimostrabilità dell'esistenza di Dio e
l'immortalità dell'anima in contrapposto con le tesi kantiane mostra che il postmoderno
riapre uno spazio alla metafisica che il moderno le aveva chiuso. È un po' il
senso del movimento di Cambridge Radical Orthodoxy di Millbank e della
Pitchwork, che muove alla riscoperta di Tommaso a partire dalla grammatologia
di Derrida. Questa riscoperta della metafisica tommasiana è opera di filosofi
mentre la letteratura teologica ha accettato di fatto il pregiudizio kantiano
ed esclude dai temi significativi sia la dimostrabilità dell'esistenza di Dio
che quella della immortalità dell'anima. La fisica moderna ha sconvolto la
certezza dell'empirico come totalità del reale interpretato da categorie rigide
ed ha reso desueto l'approccio kantiano. La parte più interessante e che merita
più attenzione del libro di Motta è il modo singolare in cui l'autore tratta il
problema dell'esistenza di Dio in Tommaso. Motta è un critico delle cinque vie,
sostenendo che esse non dimostrano l'esistenza di un principio trascendente
rispetto alla serie degli effetti di cui è indicato come causa. Motta esclude
un principio caro a Tommaso per cui la dimostrazione deve sempre partire da un
effetto sensibile, un tema che, come nota Motta, Gilson ha sottolineato
debitamente. In realtà si può dire che, dopo Kant, la partenza dal dato
empirico è divenuta meno accessibile perché il pregiudizio kantiano sulla
totalità del sensibile ha reso difficile l'accettabilità culturale del
principio della partenza dall'empirico per raggiungere una conseguenza di
ordine metafisico. Del resto Tommaso non voleva indicare il Dio trascendente
della fede con le cinque vie ma il primo principio: "che tutti chiamano
Dio". Non intendeva andare oltre Aristotele ed i filosofi antichi. Il
problema di Dio è per Tommaso metafisico e teologico. Motta si situa su questo
piano e fonda la prova dell'esistenza di Dio sulla composizione tra essenza ed
essere in ogni realtà. Il contributo di Gilson e di Fabro rimane un elemento
decisivo del tomismo del XX secolo. Del resto, la valutazione di Dionigi e
della teologia negativa nella formazione del pensiero di Tommaso rende ben
difficile pensare che egli identificasse il dio dei filosofi con il Dio di Gesù
Cristo. Mario Motta si schiera su questa linea della necessità della
metafisica, una volta che cade il pregiudizio totalitario della totalità dell'empirico:
un principio totale che
è la base culturale del totalitarismo politico.