RASSEGNA STAMPA

17 APRILE 2002
MASSIMO DE CAROLIS
La condizione naturale del pensiero

Anticipiamo una sintesi della relazione titolata "Espressione, segnale, rumore" che verrà discussa nel corso del seminario sulla "Natura umana. L'uomo come vivente e come soggetto del pensiero", a Raito, da domani a venerdì. I nodi irrisolti e i paradossi di saperi tanto idealmente complementari quanto storicamente alternativi verranno reinterpretati alla luce delle più recenti acquisizioni in una irrinunciabile prospettiva etico-politica

Ideali senza tempo "Naturalizzare la mente". Saperi recenti riportano all'attualità un antico ideale: superare la scissione tra scienze naturali e dello spirito

E'probabile che l'attualità del tema "natura umana" in filosofia sia connessa alla recente diffusione del programma di ricerca che Fred Dretske ha brillantemente riassunto nel motto "naturalizzare la mente". Presupposto di questo progetto sono i successi delle scienze cognitive, informatiche e computazionali; più in particolare, la crescente capacità di questi saperi scientifici di affrontare a modo loro questioni e problemi che in passato apparivano riservati alle scienze umane (o alla filosofia), raggiungendo in questi campi l'esattezza matematica e la capacità cumulativa che sono in genere l'orgoglio delle scienze naturali. Se ne può concludere che il progetto in questione, pur nutrendosi di metodi e di conoscenze sviluppate solo in anni recentissimi, riporta a nuova vita un ideale più antico, che si è riproposto con frequenza regolare in tutta la cultura della modernità avanzata: l'ideale di superare la scissione tra scienze naturali e scienze dello spirito, sviluppando una rete di concetti e di metodi capaci di descrivere con uguale efficacia e con lo stesso lessico i fenomeni tradizionalmente inscritti nell'una e l'altra sfera. Da questo punto di vista il parente più prossimo del naturalismo contemporaneo è la teoria generale dei sistemi (o cibernetica), che del resto ne ha condiviso fino a pochi anni fa temi e metodi di ricerca (a cominciare dal concetto basilare di informazione). Più alla lontana, però, lo stesso ideale è rintracciabile, almeno come remota prospettiva, in ogni forma moderna di monismo, ovunque cioè sia stata respinta come illegittima la distinzione cartesiana tra res cogitans e res extensa. Nasce da qui, credo, il sapore antico di certi esperimenti mentali in cui la discussione sull'Intelligenza Artificiale finisce regolarmente per impantanarsi e che ripetono alla lettera un luogo comune della discussione dotta tra Settecento e Ottocento - qualcosa del tipo: dato un automa così complesso da vincere agli scacchi e comporre arie d'opera, questa sua attività senz'anima sarà davvero identica al suo corrispettivo umano, o dobbiamo invece ipotizzare nell'uomo, oltre a leve e ingranaggi, una variabile nascosta (la rappresentazione, il vissuto, lo spirito) alla cui luce l'automa appare solo una patetica caricatura? Che nell'epoca dell'ingegneria genetica e dei robot questo interrogativo torni ad appassionare l'uomo della strada è comprensibile; che degli scienziati vi si dedichino nel tempo libero è giustificabile; che invece vi si appassionino degli studiosi di filosofia non è affatto ovvio, se non altro per ragioni di opportunità storica. All'epoca di Leibniz lo scopo principale di questo tipo di argomenti era, appunto, quello di misurare la legittimità del dualismo cartesiano - il che significava, in termini concreti, capire quanto lo sviluppo di una scienza matematizzata fosse compatibile con i dogmi della fede. E' da più di un secolo, però, che nella filosofia europea quest'interrogativo ha cessato di essere attuale. Da Nietzsche (e forse già da Hegel) in poi, non esiste praticamente alcun autore di un certo credito che consideri il dualismo ontologico come una "soluzione" e non invece come l'espressione di un problema - un'espressione da trattare con cautela, data la sua evidente tendenza a trasformarsi in un mitologema.

Se l'obiettivo è quello di confutare una presunta distinzione ontologica, allora l'intera discussione sull'ipotesi delle macchine pensanti sfonda una porta aperta. Se, viceversa, l'intenzione è quella di superare un dualismo dei metodi, si tratterà di misurare quanto ciascuna voce contribuisca realmente a fare qualche passo avanti, lasciando da parte i proclami. Credo che Chomsky, a riguardo, abbia ragione di sospettare che né gli esperimenti mentali su stanze cinesi e su Terra-gemella, né gli anatemi di principio contro le due culture abbiano dato finora un grande contributo all'individuazione e alla soluzione dei problemi concreti. Tutt'al più ci hanno ricordato che l'uomo è a tutti gli effetti parte dell'unica Natura e che, ciò nonostante, per spiegare una poesia o risolvere un dilemma morale conviene ancora usare altri concetti che quelli della fisica di base - ma questo, appunto, lo sapevamo già da un pezzo. Evitando quindi intenzionalmente questo genere di dispute di principio, vorrei cercare di isolare uno dei problemi che, a mio parere, hanno finora ostacolato ogni tentativo serio di unificazione dei saperi.

A titolo di pura indicazione formale si può dire che il problema riguarda il pensiero - a condizione di non identificarlo preliminarmente con l'attività psichica o neuronale, né con alcuna altra realtà data. "Pensiero" vuol dire in prima istanza: sorgente, potenza e condizione di possibilità del senso - e, com'è noto, è un dibattito aperto se questa "potenza" possa essere fatta coincidere con l'attività psichica, uno speciale corredo istintuale, un "terzo regno" a metà strada tra lo psichico e il reale o una qualche altra cosa. Di certo c'è solo che questa potenza, comunque la si interpreti, ha un nesso stretto con la natura umana e con la facoltà di produrre, comprendere e trasmettere senso. Ora, il problema a mio parere decisivo precede l'identificazione del pensiero con l'una o l'altra cosa, e consiste nel fatto che ogni tentativo di mettere a fuoco già solo sul piano formale questa "potenza del senso" sembra assumere inevitabilmente un carattere autoreferenziale - e il punto è di capire se questa autoreferenza abbia solo il valore negativo di screditare gli apparati teorici finora messi in campo, o non abbia anche un risvolto positivo, capace di rivelare qualcosa sul loro oggetto di ricerca.

Proviamo a adottare come punto di partenza una distinzione basilare della teoria dell'informazione: quella tra segnale e rumore. Dato un flusso d'informazioni, il rumore indica tutto ciò che in esso non corrisponde ad alcuna informazione sulla fonte, ovvero (in un senso non tecnico) tutto ciò che non ha significato. Tuttavia, quel che mi interessa è che il rumore, a ben guardare, non è privo di contenuto informativo. Virtualmente, esso è un'informazione sul canale, dunque una specie d'informazione autoreferenziale, come ben sa ogni tecnico esperto che, in una vecchia radio, presterà attenzione ai ronzii e ai fischi per ricavare informazioni sull'apparecchio, e non sulla musica moderna. In breve, ogni flusso informativo unisce in sé segnale (ovvero: potenziale informazione sulla fonte) e rumore (potenziale informazione sul canale), e le sue virtualità informative saranno utilizzate in modo ottimale se è chiara e netta la loro distinzione. Da questo punto di vista, allora, tutti i segnali veri e propri che abbiamo finora distinto dalle espressioni sono, precisamente, dei flussi informativi ottimali o già ottimizzati. Questa distinzione netta (e perciò ottimale) tra segnale e rumore non è però un presupposto logico o un dato naturale, ma il risultato faticoso di un lungo processo di affinamento.

Torniamo al caso dell'apparecchio radio vecchio e gracchiante. Questo apparecchio non ci dà ovviamente che un unico flusso, e siamo noi a distinguere eventualmente in esso il segnale (come informazione sulla fonte) dal rumore (come virtuale informazione sull'apparecchio stesso). Analogamente in ogni altro segnale in senso stretto: quello che abbiamo è un canale in se stesso indifferente a questa distinzione - pure, la distinzione ha luogo, ma ad opera di un osservatore esterno, da cui in genere siamo portati a prescindere.

Immaginiamo ora il caso classico di un "sistema che osserva se stesso", che debba cioè selezionare in un canale segnale e rumore, non disponendo di altra informazione se non quella fornita dal canale su cui deve operare. E' chiaro che si troverà calato in un'indistinzione basilare tra informazione sul mondo e informazione su se stesso; non potrà quindi conoscere il mondo senza conoscere se stesso e viceversa; né potrà istituire alcuna distinzione tra i due momenti senza contemporaneamente riferirsi all'unità della distinzione istituita, come unico principio di verifica.

Proporrei di chiamare solipsismo primario questa indistinzione basilare tra sé e il mondo, che mi sembra evocata più o meno espressamente in una catena di proverbiali immagini filosofiche - dal mito platonico della caverna fino all'asserto del Tractatus che "il mondo è il mio mondo". C'è un'intera tradizione, insomma, in cui la differenza tra segnale ed espressione da cui siamo partiti è ricondotta tendenzialmente all'idea che il solipsismo primario sia la condizione naturale del pensiero umano.

Un riscontro significativo di questo quadro problematico è rintracciabile nella letteratura sociologica, là dove ha registrato la tendenziale emergenza di forme evolute di solipsismo "secondario" nei modelli di esistenza individuale tipici delle società avanzate. Hannah Arendt, ad esempio, sigla col termine loneliness quella forma di sradicamento e di "mancanza di mondo" che, a suo giudizio, è il presupposto basilare dei sistemi totalitari; e Richard Sennett vede nel dominio del narcisismo e nella "tirannia dell'intimità" la conseguenza inevitabile dell'attuale declino della vita pubblica. E' difficile non pensare che queste forme di opaca indistinzione tra sé e il mondo trovino il loro coronamento nel tipo d'uomo del presente - che lavora, passeggia, s'informa, conversa e fa acquisti attraverso lo schermo di un computer, senza mai esporsi allo sguardo altrui. Al tempo stesso, è affascinante pensare che in questa figura tanto recente riemerga il fondo arcaico di una remota condizione naturale del pensiero umano.
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Scienze Cognitive