RASSEGNA STAMPA

17 APRILE 2002
EMILIO BUONAVISTA
La materia spirituale della mente

Appena qualche decennio fa, un discorso sulla "natura umana" sarebbe suonato sospetto o ingenuo. Sospetto, perché l'appello ai caratteri immutabili della nostra specie faceva corpo, spesso, con posizioni politiche apertamente reazionarie (secondo cui ogni mutamento dell'ordine vigente è innaturale). Ingenuo, perché la pretesa di enucleare un tratto unitario dell'Homo sapiens sembrava ignorare il caleidoscopio di differenze storiche e culturali illustrato per più di mezzo secolo da linguistica, etnologia, sociologia. Da allora tutto è cambiato. L'ultima parte del Novecento ha visto irrobustire numerosi programmi di "naturalizzazione della mente", non importa se tra loro complementari o alternativi: comportamentismo, psicologia cognitiva, intelligenza artificiale, neuroscienze. La mente umana, cioè il pensiero concettuale e le passioni, è stata intesa come una regione peculiare dell'ordine naturale, non deducibile linearmente da qualcos'altro né a qualcos'altro riducibile. Riproporre la questione della natura umana ha significato installarsi nella terra di nessuno tra "scienze della materia" e "scienze dello spirito", mostrando che proprio lì, su quella soglia, si giocava una partita decisiva. Il punto cruciale stava nell'individuare una rete di concetti abbastanza duttili e prensili da spiegare tanto la percezione sensoriale che le prestazioni più raffinate (e diversificate) del linguaggio verbale, sia il rapporto primario con l'ambiente che le propensioni morali soggette a mutevoli espressioni storiche. Nessuna ingenuità, dunque.

E, per altro verso, nessuna vocazione conservatrice. Basti pensare che uno dei capostipiti della ricerca contemporanea sulla "natura umana" è Noam Chomsky, insomma il leader riconosciuto del meeting di Porto Alegre. E' vero: le sue tesi sul carattere innato della competenza linguistica e sull'esistenza di una "grammatica universale" sottostante alle diverse lingue materne, mirano a ridimensionare l'ambito tradizionalmente riservato all'apprendimento e, quindi, ai fattori storici e culturali. Tuttavia, secondo Chomsky, proprio il richiamo a certi aspetti invarianti dell'animale umano può fondare un impegno politico radicale: per difendere l'alto tasso di creatività insito nella competenza linguistica (dunque in una disposizione biologica), è necessaria una lotta intransigente contro i regimi sociali autoritari. Chomsky a parte, è comunque verosimile che il tema della "natura umana" sia sbalzato in primo piano anche per motivi storici assai concreti. Il processo di globalizzazione dell'economia, implicando rapporti sociali omogenei a livello planetario, mette in mostra (e valorizza) ciò che è comune all'intera specie. Nell'epoca postfordista, i tratti differenziali dell'Homo sapiens, in primo luogo le attitudini cognitive e linguistiche, diventano materia prima del processo produttivo.

Non più occasione per asserzioni di principio, inevitabilmente perentorie e roboanti, la nozione di "natura umana" è diventata oggetto di un'indagine minuziosa e articolata, in cui si intersecano senza imbarazzo biologia e filosofia del linguaggio, teoria dell'informazione e riflessione etico-politica. Un sintomo di questa nuova situazione è il convegno di studi titolato seccamente "La natura umana. L'uomo come vivente e come soggetto del pensiero", che avrà inizio domani pomeriggio e preseguirà per tutta la giornata di venerdì a Villa Guariglio, a Raito (Salerno), organizzato dai dipartimenti di filosofia dell'università di Salerno e della Calabria. Sono previste relazioni di Domenico Parisi ("Nature umane"), Roberto Cordeschi e Marcello Frizione ("Naturalismo e Intelligenza Artificiale"), Francesco Ferretti ("Evoluzione, linguaggio e natura umana"), Felice Cimatti ("L'arroganza delle cause e il disagio delle ragioni"), Stefano Cantucci ("La natura della natura umana: Foucault e l'antropologia pragmatica in Kant"), Marco Mazzeo ("Il mondo come tattilità e rappresentazione"), Massimo De Carolis ("Espressione, segnale, rumore"), Franco Lo Piparo ("Natura e linguaggio. Perché Cartesio ha ragione e bisogna superarlo con Aristotele"), Paolo Virno ("Facoltà di linguaggio e lingue storico-naturali"), Daniele Gambarara ("Intelligenza umana = intelligenza collettiva").

Al centro del convegno vi sono soprattutto, com'è giusto, nodi irrisolti, biforcazioni, paradossi. Qualche esempio di punti dolenti, su cui la controversia è più accesa. La natura umana può essere definita come qualcosa che precede - sotto il profilo cronologico e logico - la cultura e la prassi storica, o fa tutt'uno con esse? Vi è Homo sapiens prima e indipendentemente dal linguaggio verbale? E' lecito sostenere che l'animale umano è contraddistinto, più che da un novero di proprietà positive, dalla povertà di istinti e dalla mancanza di un ambiente prefissato, dunque da un insieme di lacune? Vi è un rapporto diretto e lineare tra i requisiti invarianti della specie e la mente dell'individuo isolato, o il nesso sociale va considerato un aspetto originario e costitutivo della natura umana? E' evidente che la posta in palio, in domande del genere, non è solo scientifica, ma anche, e per fortuna, etico-politica.
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