![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 14 APRILE 2002 |
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Nel libro.
«Le confessioni di un eretico high-tech» Clifford Stoll mette in dubbio
l'utilità didattica delle tecnologie informatiche
L'abuso
acritico degli strumenti multimediali rischia di trasformare lo studio in
attività ludica, e svilisce tanto insegnamento quanto l'apprendimento
Sul
fenomeno dell'informatica, e in particolare sulla diffusione del computer
ovunque, e soprattutto nelle scuole (per certi aspetti in modo sistematico e
indiscriminato), si sono accese numerose discussioni, spesso di carattere
estremistico, sia da parte dei difensori, sia da parte degli avversari. Ma mai ci si è trovati di fronte a un
attacco in grande stile alla cultura creata dal computer, e contro le promesse
dei cosiddetti "sacerdoti dell'informatica", messo in atto non da un
estraneo a questi strumenti, ma da un uomo della statura di Clifford Stoll,
nel libro Confessioni di un eretico high-tech (Garzanti, Milano 2001,
pagg. 182, e 14,98). Si tratta di un personaggio che non solo
conosce tali strumenti a perfezione, ma che si colloca addirittura fra i
creatori di Internet.
Stoll
dice espressamente di. aver avuto a che fare con Internet a partire dal 1975,
e di aver contribuito in prima persona a trasformarlo da un oscuro progetto di
ricerca in un fenomeno mondiale. Dice
anche di constatare i vantaggi che esso comporta in vari casi, e di usarlo lui
stesso per le sue ricerche di astronomo.
Ma la posizione che assume è quella di «iniettare qualche nota di
scetticismo nei sogni di un utopico, digitale paese delle meraviglie». E precisa: «Ho dedicato la mia vita alla
scienza e alla tecnologia, ciononostante mi considero uno scettico; la mia
perplessità non ha tuttavia origine da un disgusto per l'informatica, ma
dall'amore che nutro per i computer. Rimango stupito di fronte alle previsioni
iperboliche che li circondano, a certe assurde previsioni che creano eccessi di
aspettative e in fin dei conti una perdita di credibilità».
Per
usare un linguaggio che in medicina si usa nel presentare i farmaci, potremmo
dire che il libro di Stoll costituisce
una penetrante analisi degli effetti collaterali negativi, ossia delle
controindicazioni che si connettono strettamente ai vantaggi che quegli
strumenti offrono. Ecco le sue parole
«E' facile parlare di velocità dei computer, di memorie Ram e di novità
tecnologiche. Più difficile è gestire
le frustrazioni che queste cose generano, i loro costi, (diretti e indiretti)
e i loro effetti collaterali. Questi
aspetti negativi possono essere più significativi di quei superpubblicizzati
benefici. Che cosa si perde quando si adotta una nuova tecnologia? Chi viene
emarginato? Quali preziosi aspetti
della realtà rischiano di venire calpestati?».
L'impostazione
della questione è molto pertinente. Il
libro ha però un procedimento strano: le tematiche sono un po' affastellate e
variamente sparse, inoltre le argomentazioni non sono sempre rigorose e
coerenti. Ma il metodo seguito da Stoll
è tipico di certa saggistica, e va inteso come una forma di "conversazione",
quasi come un discorso a braccio, con la chiamata in causa di numerosi
personaggi di vario genere, di cui vengono riportate e discusse opinioni,
appunto come in una conversàzione per di più condotta con uno stile assai
mordace.
Ciò che a Stoll in questo
libro interessa in modo particolare è il rapporto fra il computer e la scuola.
Si tratta quindi, di un problema che implica questioni di carattere
pedagogico, culturale. e politico, che hanno ormai assunto dimensioni
planetarie, al punto che da molte parti si afferma che una scuola moderna non
può esimersi dall'offrire a ogni allievo un computer, per essere all'altezza
dei tempi.
Il problema di fondo è dunque
questo: davvero la scuola si riforma in meglio e l'istruzione dei giovani
migliora, introducendo nelle scuole i computer su larghissima scala? Nel sottotitolo del libro Stoll fornisce già
la sua risposta: «Perché i computer nelle scuole non servono e altre considerazioni
sulle nuove tecnologie». Si tratta,
ovviamente, di una presa di posizione estremistica. E le argomentazioni che egli via via presenta sono dello stesso
tenore. Ma io non
credo che tale estremismo vada
inteso alla lettera, penso che si tratti piuttosto di un presa di posizione di
carattere volutamente provocatorio, intrisa di una forza ironica di carattere
squisitamente socratico in chiave moderna.
Premetto
subito che io personalmente non solo amo i computer, ma sostengo la necessità
di introdurre sistematicamente nelle scuole l'alfabetizzazione informatica,
però non in modo indiscriminato, soprattutto non a danno quei contenuti che
solo con la cultura della scrittura sono stati acquisiti. E su questo punto mi sento in accordo sulle
idee di fondo che Stoll esprime, naturalmente ridimensionate in giusta misura:
la cultura del computer non può e non deve sostituirsi alla cultura della
scrittura, ma deve collaborare con questa, come ancilla e non come domina.
Si
tenga presente che le invettive che Stoll lancia in sostanza tendono a
smantellare il "vitello d'oro" di turno quasi come Mosé che scendeva
dal monte, e a mettere in crisi molte
credenze costruite intorno al nuovo idolo dell'informatica. Insomma si tende
a denunciare e dissacrare
l'idolatria del computer.
Presenterò
e discuterò, dunque, le idee di fondo di Stoll nel senso indicato, ossia come
una pungente individuazione delle
contro-indicazioni e degli effetti collaterali negativi dell'informatica; do
per scontati i loro effetti positivi, che non richiamo, in quanto sono sotto
gli occhi di tutti. Pertanto, seguo
Stoll nel suo gioco della provocazione.
La domanda di base del libro,
come sopra dicevo, è la seguente: una scuola ha davvero bisogno di computer? La risposta di Stoll è categorica: una buona
scuola, se è davvero tale, non ha bisogno di computer; se invece è una scuola
mediocre, non migliora adottando i computer. Io credo che, in questi asserto,
al di sotto della forma provocatoria ci sia del vero, e non poco. La buona scuola può essere fatta soprattutto
- da un lato - da buoni insegnanti che credono nel loro mestiere e nei
contenuti che comunicano, ben più che nei mezzi con cui li comunicano; e dall'altro
- da allievi disposti ad apprendere, e che quindi sono disposti ad accettare,
nella misura del possibile, quell'impegno e quella fatica che l'apprendere
inevitabilmente richiede.
La scuola non può essere
ridotta a insegnare ai ragazzi «a picchiettare su una tastiera» e a usare strumenti
multimediali. Se si fa non si creano se
non menti vuote. Stoll scrive: «Vogliamo
una nazione di stupidi? Basta centrare sulla tecnologia il curriculum di
studi; insegnamento attraverso videocassette, computer, sistemi multimediali. Si punti al massimo risultato possibile nei
test di verifica standardizzati e si tolgano di mezzo quelle materie non di
massa come la musica, l'arte, la storia, avremo una nazione di stupidi». E ancora: «E' facile scambiare per
intelligenza la semplice familiarità con i computer, ma saper manovrare un computer
non significa acutezza mentale. E
incompetenza informatica ancor meno significa stupidità».
In realtà, non ci sono scorciatoie
per acquisire un'istruzione di qualità; occorre sforzo, e si impone quanto mai
vero il vecchio detto: «Vale poco ciò che si ottiene senza sforzo». Pertanto, conclude Stoll, trasformare lo
studio in divertimento con i computer «è svilire, le due più importanti cose
che gli uomini possano fare: insegnare e imparare».
Inoltre, sostituire i libri
di testo è assurdo, così come è assurdo sostituire le biblioteche con i nuovi
strumenti tecnologici. La lettura di
libri, al fine di una appropriazione dei contenuti delle varie materie, e in
particolare di quelle letterarie e storiche, rimane necessaria, e non può
essere sostituita dai nuovi strumenti dell'informatica, i quali non sono in
grado di portare il giovane alla sostanza dei problemi, né a una profonda
assimilazione e memorizzazione dei contenuti spirituali. Si sta vieppiù
rendendo evidente che i nuovi mezzi informatici fanno perdere ai ragazzi la
capacità di concentrarsi e di memorizzare. Stoll fa richiamo a precise e
significative constatazioni fatte su bambini che non guardavano di regola la
televisione, e che si sono rivelati non solo «meravigliosamente innocenti e
sorprendentemente non violenti», ma anche capaci di concentrare l'attenzione
a lungo su certe cose, e quindi di memorizzarle. Va anche rilevato che la comunicazione mediante strumenti
informatici non solo non sviluppa, ma contrae il senso critico. «Non c'è navigazione
in rete che possa rimediare a una mancanza di pensiero critico e di capacità
comunicativa. Nessun computer
multimediale aiuterà uno studente a sviluppare capacità di analisi».
Si tenga inoltre presente il
fatto che i nuovi strumenti di comunicazione producono un sovraccarico di
informazioni sempre crescente, che non siamo più in grado di assimilare, e che
provoca indifferenza e assuefazione perfino di fronte a messaggi tragici. Inoltre, le informazioni in quanto tali non
solo non educano, ma non danno nemmeno quella capacità e quel potere, che alcuni
sostengono. In realtà, dice Stoll:
«Saggezza e conoscenza sono legate allo studio, a esperienza, maturità, discernimento,
ampiezza di vedute e introspezione. Tutte cose che hanno poco a che vedere con
l'informazione. Né hanno molto a che fare con il potere». Però, ciò che forma
l'uomo e lo rende veramente tale, è proprio la saggezza. E la società oggi tende assurdamente a
considerare i puri dati di informazione «superiori all'esperienza, alla
maturità, alla compassione, all'illuminazione interiore», e quindi superiori
alla saggezza.
Infine, va rilevato che gli
strumenti tecnologici provocano danni antropologici e gnoseologici di grande
rilievo. In primo luogo, sono di
ostacolo alla interazione umana, ossia alla intercomunicazione personale, e,
invece di promuovere una comunione fra individui, li allontanano l'uno dagli
altri, creando una sorta di isolamento, e quindi di individualismo. In secondo luogo, tali strumenti non solo
non avvicinano, ma allontanano dalle cose, abituando i giovani a considerare
la realtà non nella sua dimensione effettiva, ma in dimensione
"virtuale", con le conseguenze che si possono ben immaginare. Nel finale dell'opera, Stoll narra di una
disavventura capitatagli quando era studente e del suo felice esito. Preso da un poliziotto per un contestatore
mentre si aggirava nel campus in cui studiava, venne da lui colpito col gas lacrimogeno
e inseguito. Per sfuggire all'inseguimento, Stoll riuscì a entrare in una
torre con un grande orologio e a salire fino in cima, dove, su una campana,
alla luce della luna, riuscì a leggere questa scritta, che presenta come
emblematico messaggio conclusivo: «La verità è una. / In questa luce s'adoperino
scienza e religione / per il continuo / progresso dell'uomo; / Dall'oscurità alla
luce, / Dal pregiudizio alla tolleranza, / Dall'ottusità all'apertura delle
menti. / E' la voce della vita che vi chiama.
/ Venite e imparate». Certamente
questo che la campana raccomandava, che è ciò che fa crescere veramente gli uomini,
non lo fanno imparare i computer, né i più raffinati strumenti
tecnologici; anzi, se tali strumenti
vengono male usati (e in particolare come sostitutivi dell'antica arte di
insegnare e imparare), diventano un ostacolo.
Chi sa leggere e intendere i messaggi (uno più provocatorio dell'altro)
di questo libro, impara molte cose, troppe volte ignorate, o comunque non
dette e tenute volutamente nascoste.
Però per comprenderli e gustarli, bisogna saperli leggere nella
dimensione di quella mordace ironia socratica di cui sopra dicevo. E solo dopo bisogna fare i conti con essi su
base critica, ossia mettendoli a confronto con gli innegabili vantaggi che
questi strumenti offrono, al fine di trarre le debite conclusioni. Raffaele Simone,
nella «Postfazione» al libro, dice che Stoll afferma almeno tre cose che vanno
mantenute: in primo luogo, la scuola deve continuare a essere una collettività
di persone umane, che imparano, lavorano, parlano e giocano insieme; in
secondo luogo, non si può rinunciare al libro, perché permane tuttora il
migliore deposito di conoscenze; in terzo luogo, va mantenuto un fermo
contatto con la realtà fisica, e non con quella virtuale simulata.
Io ne aggiungerei altre quattro: la straordinaria moltiplicazione delle informazioni messa in atto dai nuovi strumenti, condiziona in negativo non solo la capacità sintetica della mente dei giovani ma anche quella analitica, capacità che vanno in ogni caso tutelate con i tradizionali metodi di insegnamento e di apprendimento; inoltre, i nuovi mezzi di comunicazione paralizzano il pensiero critico, che solo la cultura della scrittura aumenta; in terzo luogo, la facilità di apprendimento che i nuovi mezzi promettono, fa cadere in larga misura in quel "facilismo", che implica una dimenticanza dell'ardua via da percorrere per raggiungere il vero (la platonica «lunga via dell'essere»), infine, il computer e Internet non sono gli strumenti che portano l'uomo alla conoscenza di se stesso, che resta la conoscenza più importante. Gadamer scrive: «L'esortazione dell'Oracolo di Delfi, "Conosci te stesso" voleva dire: "Sappi che sei un uomo e non un Dio". Essa vale anche per gli uomini dell'età della scienza, perché li mette in guardia contro ogni illusione di potenza e di dominio. Solo la conoscenza di sé permette di salvaguardare la libertà, la quale viene minacciata non soltanto da colui che di volta in volta detiene il potere, ma più ancora dalla soggezione a quelle forze che crediamo di dominare». E per quanto concerne i raffinati e potenti mezzi dell'informatica, io aggiungerei quanto segue: l'uomo continua a creare strumenti che hanno forze e potenze straordinarie, con cui crede di dominare la realtà, e invece rischia di essere dominato da essi, in quanto sembra non saper far crescere se stesso (intellettualmente e soprattutto moralmente) nella misura in cui fa crescere le cose che produce; sotto certi aspetti, sembra addirittura, in qualche modo, rimpicciolirsi di fronte a esse.