RASSEGNA STAMPA

13 APRILE 2002
SANDRO CAPPELLETTO
Così perdente, così splendente: un uomo chiamato Don Giovanni

LA "FILOSOFIA" DI UN PERSONAGGIO ARCAICO E MODERNO: UN MITO DELLO SPESSORE DI EDIPO, E CHE NON PUÒ ESSERE BANALIZZATO IN UNA VICENDA DI PURO LIBERTINAGGIO

Non un seduttore, un rubafemmine coatto e ossessivo; più radicalmente, un "burlador", un uomo che deride, inganna e nega "i capisaldi della religione cristiana: la visione della morte come transito alla vera vita, e il comandamento di amare, con il prossimo e nel prossimo, Dio stesso". Umberto Curi, docente di Storia della filosofia all´Università di Padova, indaga con amplissimo orizzonte di informazioni e riferimenti i motivi del fascino di Don Giovanni, "un uomo senza nome", come egli stesso si presenta. Ma pur sempre un uomo, perdente e splendente, al quale sono stati dedicati 4303 testi critici catalogati. Un polo di energia distruttiva, nemico di ogni convivenza sociale, negatore di ogni trascendenza e "agape" che pacifichi l´umano con il divino. Un mito di spessore paragonabile a quello di un altro omicida sconfitto della civiltà europea, Edipo, e che non può essere banalizzato in una vicenda di puro libertinaggio. Un necessario demone. Il percorso di Curi si snoda lungo tre momenti capitali in cui si cristallizza il fluido di questo personaggio arcaico e moderno: il "Burlador de Sevilla", la commedia del frate spagnolo Tirso de Molina, rappresentata a Napoli nel 1625; il "Dom Juan" di Molière, che va in scena a Parigi nel 1665, e "Don Giovanni", il dramma giocoso di Mozart su libretto di Lorenzo Da Ponte, che debutta a Praga nel 1787. Ma gli episodi del Convitato di pietra che si anima per assumere un carattere vendicativo, dell´incontro con il morto che ritorna, immagine del proprio doppio, sono presenti nella nostra cultura dai tempi della Poetica di Aristotele e persistono, attraverso una serie di varianti, durante tutta l´era cristiana. Ha ragione Giovanni Macchia a ricordare che dell´"ingannatore" si parla "nelle sale reali, nei palazzi patrizi, nelle gelide aule degli istituti religiosi, nei chiassosi teatri popolari, nelle piazze", come conviene a una vicenda che non appartiene a un tempo storico definito, a un unico ceto sociale, ma attraversa l´Europa dal Mediterraneo alla Scandinavia con riscontri puntuali. "Quando sia nata l´idea del Don Giovanni non si sa; solo questo è certo, essa appartiene al cristianesimo e attraverso il cristianesimo al Medioevo", annota Soren Kierkegaard, che ragiona secondo la fertile logica dei contrari: dove c´è sensualità, ci deve essere la sua negazione e punizione, e viceversa. E´ il tratto più acuto del libro di Curi: indagare la molteplicità dei nessi culturali, orali e scritti, popolari e colti, che all´archetipo Don Giovanni si possono riferire, con significati diversi in diversi contesti. Emerge, tra gli studi citati, una sola assenza, quella di Roberto De Simone, convinto assertore della matrice partenopea della maschera del personaggio, di cui Tirso de Molina, pseudonimo di Gabriel Tellez, frate dell´Ordine della Merced, intuisce - proprio per la scena napoletana - l´enorme potenzialità teatrale. La lettura di Tirso è orientata in chiave edificante: la morte tra le fiamme dell´Inferno attende quel "burlador" blasfemo come un Anticristo: l´esito non dispiace nella Spagna secentesca e controriformista. Come un monito, data elettissima per la rappresentazione del titolo sarà, a lungo, la ricorrenza dei defunti. Le compagnie girovaghe dei commedianti italiani portano la "vera storia" di Don Giovanni alle orecchie di Molière, il cui testo viene presto punito dalla censura. L´amore si trasforma in guerra, Sganarello (rappresentato in scena dallo stesso Molière) proclama che quel suo "gran signore" è uno scellerato senza misura, ateo e nemico di ogni ordine sociale, a cominciare dall´amore di coppia. I riferimenti alla filosofia materialista e scientista contemporanea sono un altro punto alto del volume. Ma l´equilibro critico della narrazione di Curi si spezza davanti a Mozart. I giudizi verso il libretto di Da Ponte sono ignari dell´importanza straordinaria che quella lingua e quell´impaginazione hanno assunto nella storia del libretto per musica negli anni che seguono la fine del modello indicato da Pietro Metastasio. Curi compie l´errore, tipico dei letterati, di leggere un testo nato per il teatro d´opera dimenticando la funzione prima per cui è stato scritto: fornire al compositore un´impalcatura drammaturgica in un momento di importanti trasformazioni formali del genere. Difficile seguire l´autore nella forzata tesi che Mozart non "com-pone" sul libretto, ma ad esso si "contrap-pone". Da Ponte non è Tirso e neppure Molière, ma senza da Ponte non avremmo il "Don Giovanni" (e neppure "Le nozze di Figaro" e "Così fan tutte"). Davvero ingenerosa è la critica di "levigata linearità, di univocità" a un testo invece multiforme, ambiguo e amorale quanto la musica: "Vorrei e non vorrei", il duetto tra il Don e Zerlina è solo uno degli esempi possibili. Basta affidarsi alla musica. Poco condivisibile anche lo stupore per le caratteristiche vocali di Don Giovanni: un "baritenore", cioè un tenore grave o un baritono leggero, è una tipologia piuttosto diffusa a quei tempi, capace di unire agilità e autorevolezza. E´ il troppo amore per Mozart ad aver tradito Curi: il più dolce, e contagioso, dei peccati.
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