![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 13 APRILE 2002 |
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«Risulta sempre più chiaro che affrontare problemi sociali e strategie d'impresa come se fossero separati e distinti è stato malaccorto in passato, e lo è tanto più oggi. Considerare la strategia aziendale in modo ristretto conduce a perdite di occasioni e a cattive scelte concorrenziali. Può anche far sì che i manager trascurino vantaggi competitivi potenziali». Così il guru di Harvard sulle strategie competitive Michael Porter, nell'introduzione al recente Rapporto su etica e imprese:Tomorrow's Markets - Global Trends and Their Implications for Business dello United Nations EnvironmentProgramme (Unep) e altri. Argomento fondamentale, dunque, è che un comportamento aziendale favorevole all'ambiente, ai diritti civili, in generale ai valori positivi è "pagante" non soltanto per le anime belle, ma anche per i bilanci. Tre i motivi dell'Unep per provare la validità di questo argomento: anzitutto, nel mondo il numero dei Paesi democratici è salito da 22 nel 1950 a ben 119 su un totale di 192 nel 2000. Questo rafforzamento esponenziale dei valori della democrazia rende difficile l'operare delle imprese "etiche" nei Paesi non democratici e, se lo fanno, ne ostacola l'espansione sul mercato nazionale e internazionale. Ad esempio, otto gruppi di investimento britannici hanno iniziato una campagna contraria alle imprese che operano in Birmania, ove impera un Governo repressivo, argomentando che esse non solo sostengono un regime odioso, ma mettono anche a rischio i soldi degli azionisti. Analogamente Calpers, il più grande fondo pensione del mondo, esclude dai propri investimenti Filippine, Indonesia, Malesia e Tailandia perché violano i diritti umani e quelli dei lavoratori. Non è dunque più sempre vero che, come predicava Vespasiano imperatore, «pecunia non olet». Il secondo argomento è che fare affari in un mondo sempre più avvolto da reti di informazione implica essere premiati per la trasparenza e puniti per il malaffare. Il caso Enron insegna: la società civile esige sempre maggiore responsabilità e trasparenza non soltanto dal Governo, ma anche dalle imprese. In particolare, un numero crescente di organizzazioni non governative esercita pressioni per far sì che siano comunicati agli investitori non soltanto i risultati economici, ma anche quelli ambientali e sociali. Queste organizzazioni riconosciute dall'Onu erano 41 nel 1948, e sono oggi 2.091 (ben 50 volte in più). Infine, le privatizzazioni focalizzano maggiore attenzione sul comportamento delle imprese. Ci si attende che la proprietà privata migliori le tecnologie, l'efficienza e i modi di operare anche dal punto di vista sociale. Gli argomenti dell'Onu sono intrisi di un certo buonismo, ma non sono irreali. Ne è prova l'accrescersi dei fondi di investimento etici, che bilanciano esigenze finanziarie e sociali, raggiungendo risultati economici più che soddisfacenti (si veda «Il Sole-24 Ore» del 24 febbraio). In Italia, in particolare, è stata recentemente costituita Humanity, organizzazione non profit che individuerà imprese degne di accedere al Dow Jones Sustainabilty Index che include le migliori imprese mondiali per successo economico e risultati ecologici e sociali. Sul lato specificamente ambientale, inoltre, Confindustria ha lanciato il "Progetto Ecoimpresa", per coinvolgere nei prossimi tre anni il massimo numero di imprese nell'adozione volontaria dei sistemi di gestione ambientale e nella loro certificazione. Attuare e comunicare la virtù è però oneroso. C'è chi teme che la finanza etica possa sacrificare i profitti, pure sacrosanti per restare sul mercato, anche se per ora le esperienze sono positive. Inoltre le linee guida di questa finanza (detta dell'"engagement", impegno) sono ancora piuttosto vaghe. Praticare l'etica e redigere bilanci anche sui risultati sociali e ambientali è costoso, né abbondano gli esperti seri su questi argomenti. Ma la direzione è chiara. Tutto sommato è soltanto una conferma dell'Adam Smith autore nel 1759 della Teoria dei sentimenti morali, in cui già mostrava che si è guidati nelle proprie azioni dal desiderio di ottenere approvazione e simpatia. Evidentemente ciò vale tuttora, e non solo per l' individuo, ma anche per le imprese. Senza però dimenticare, come pure insegnava Smith, che laddove non opera la "mano invisibile" del mercato, come nell'ambiente, oltre all'etica aziendale una regolazione pubblica è pur sempre necessaria.