![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 11 APRILE 2002 |
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C'è una nuova secolarizzazione che tocca la vera natura di ciò che
siamo, pensiamo e facciamo
Una questione che non tocca solo le fedi ma l'intera tradizione
etica e giuridica dell'Occidente
La civiltà
che abitiamo si è plasmata sulla dignità individuale, irriducibile alla matrice
biologica e culturale in cui si accende (etnìa e religione, sesso o deficit).
Tale irriducibilità - comunque debba essere interpretata - è annoverata fra gli
effetti della modernità che rimangono apprezzabili. Sul primato etico-politico
di un'inviolabilità sostanziale del soggetto umano, irriducibile a puro
terminale stupido di effetti fisici o metafisici, si trova ora saldamente
attestata soprattutto la cultura religiosa. La concentrazione della cultura
occidentale sulla dignità etico-spirituale del singolo, del resto, ha trovato
la sua grammatica generativa nell'impulso di Agostino, Abelardo, Tommaso,
assai prima che nei sistemi moderni di Cartesio e di Kant.
Una forte
ripresa del radicalismo scientifico, di marca ottocentesca e anti-idealistica,
mira di nuovo alla conclusiva dimostrazione dell'ingenuità di quelle premesse
antropologiche e giuridiche della modernità, ventilando l'inconsistenza del
loro tradizionale presupposto umanistico: ossia la qualità spirituale
dell'essere umano. La sfida di cospicui settori delle neuroscienze, che
dissotterra un'ambizione filosofica temporaneamente rimossa, progetta il
controllo biochimico e genetico di un oggetto culturale certamente nevralgico
per la determinazione di quella singolarità: la coscienza, appunto.
Una nuova
costellazione scientifica cerca direttamente nell'organismo biologico le
condizioni (se non le cause) di tutte le qualità della coscienza umana. Larghe
falde della ricerca neurologica e genetica vengono indirizzate alla
ricostruzione della qualità organica di atti e stati della mente
tradizionalmente iscritti nella sfera spirituale dell'intenzionalità e
dell'autodeterminazione. La battaglia, formalmente, è sull'ordine della
referenza (ossia delle oggettività materiali connesse alla soggettività
spirituale). In altri termini, si rivolge alla verifica della base empirica dei
costrutti psichici e mentali.
L'obiettivo,
di per sé affatto apprezzabile, è appunto quello di spingersi nella conoscenza
degli stati organici che corrispondono alle operazioni o funzioni dell'attività
mentale che gli umani indicano con il termine coscienza. Il progetto però,
anche accettando la diffusa rozzezza fenomenologica dell'equiparazione fra
mente e coscienza, non è ideologicamente asettico come sembra. Nell'orizzonte
della singolarità vissuta e dello scambio sociale, in effetti, si genera un
universo di eventi e di esperienze inequivocabilmente reale, che è
infinitamente più intelligente e differenziato, complesso e aleatorio, delle
oggettività riconoscibili come mutazioni di stati di cose organicamente
apprezzabili. Fra connessione osservabile e corrispondenza deducibile esiste un
abisso incolmabile (non era già il rasoio di Hume?).
Venire a
capo dell'universo della coscienza effettivamente data mediante il calcolo del
codice biologico degli stati organici di riferimento, è più o meno come cercare
di utilizzare la teologia dell'edificio sacro per il calcolo dei cementi
armati. Ho trovato una rappresentazione eloquente dell'ingenuità riduzionista
in questa annotazione di E. Heller (Nell'età della prosa, Parma 1991):
"Dispiace di dover insistere su questo punto, che appare ovvio, ossia la
totale inconcludenza di qualsiasi conclusione che si rifaccia alle origini,
quando si voglia specificare la vera natura e il valore morale o estetico che
da tali origini deriva. Ciò vale in particolare nel caso in cui l'origine venga
cercata nella fisiologia, come verso la fine della sua esistenza intellettualmente
responsabile Nietzsche fece con sempre maggior frequenza. In realtà questo
metodo, che fa derivare il valore della perla dal granello di sabbia che ha
irritato in misura patologica la mucosa dell'ostrica, non riduce semplicemente
il fenomeno in questione: lo tralascia, non lo coglie".
Il dibattito
è in corso, come si dice. Al momento, sembra almeno necessario che ciascuno si
pronunci, in tutta coscienza e il più lealmente possibile, sulla qualità
spirituale dell'umano di cui vive l'intera tradizione estetica, filosofica,
religiosa, giuridica ed etico-politica dell'Occidente. Che dobbiamo pensarne?
Che cosa ne dobbiamo fare? La qualità cui facciamo appello, con l'immensa
realtà dei suoi costrutti spirituali, sta indubitabilmente oltre le condizioni
- organicamente complesse, ma concettualmente assai elementari - della
cibernetica del vivente.
E' in virtù
della trascendenza di questa qualità umana - della quale nessuno di noi è
proprietario e creatore, ma solo ospite e custode - che noi viviamo e amiamo,
pensiamo e decidiamo, speriamo ed esistiamo. Essa attesta, a dispetto dei
progressi e dei limiti del nostro sapere e del nostro potere, che c'è una
verità insostituibile nella promettente apertura che in essa si accende, oltre
l'innesco biologicamente predisposto per la sua limitata iniziazione alla vita.
E che esiste una dignità irrinunciabile nella sfida che opponiamo ad ogni
presunta manifestazione della natura (e anche del sacro) che - in cambio di più
confortevoli servitù - ci chiedesse come contropartita l'abbandono della
coscienza che ci restituisce all'umano. E alla sua giusta causa.
La
sottrazione di realtà alla sua irriducibile differenza spirituale non aumenta
il sapere. Il delirio della sua manipolazione strumentale non ne incrementa
l'esperienza: piuttosto ne alleggerisce la qualità, con effetti di lunga
distanza. Sottrarsi alla responsabilità della comunicazione del sapere con il
vuoto appello alla libertà della ricerca scientifica, significa buttare subito
le cose in politica: proprio quello che si dice di voler evitare.
Non credo
che giovi alla scienza (e neppure alla coscienza). La passione del sapere - in
buona fede - merita ogni indulgenza. L'ingenuità del pensare che l'accompagna,
comunque, i suoi danni li fa. Bisogna pur occuparsene.
Lavoriamo sempre per i nostri figli, e anche su di loro: lo vogliamo o no. L'umano non è in nostro potere: ma gli umani, talora, purtroppo lo sono. La manipolazione dell'umano - verso l'organico, come verso lo spirituale - che si impone di violare i limiti della coscienza etica in cui esso si riconosce nella sua qualità e si offre alla nostra tutela, crea anche assuefazione. Una nuova concezione biochimica del godimento, capace di travolgere in totale anestesia morale ed emotiva anche i legami più cari, mostra già i suoi sintomi inquietanti. (Una curiosità: come spieghiamo ai nostri figli questa nuova e più decisiva secolarizzazione, che riguarda la vera natura di ciò che facciamo, pensiamo e siamo?).