![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 7 APRILE 2002 |
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Un convegno a dieci anni dalla scomparsa
di von Hayek, uno dei fondatori della scuola austriaca
Strenuo difensore del libero mercato, si
oppose alle teorie socialiste e
«costruttiviste» basate sugli ideali di giustizia sociale, che portano ad
attribuire allo Stato più funzioni di quelle necessarie
Se nessuno probabilmente
disconosce che Friedrich von Hayek, economista e premio Nobel nel 1974,
figura tra i massimi economisti e intellettuali del secolo ventesimo, al
tempo stesso il nome di Hayek non è mai stato al centro di ampi consensi. Anche la crescente notorietà che certamente
ha interessato la sua personalità specie negli ultimi anni non dovrebbe trarre
in inganno. Anche oggi, a dieci anni
dalla scomparsa (Hayek - figlio della grande Vienna, dove era nato nel 1899 - e
scomparso nel 1992), l'economista e pensatore politico austriaco resta uomo
di rottura, capace di suscitare scomode riflessioni e prese di posizione
controverse. Hayek è stato il grande
nemico della rivoluzione keynesiana; d'altra parte è stato anche un critico
radicale della teoria dell'equilibrio economico generale neoclassico e della
matematizzazione dell'economia in gran parte a essa collegata; ha avversato
tutte le forme correnti di interventismo economico, di economia mista, di
politica sociale e di politica economia tout
court, giungendo perfino a mettere in questione in campo monetario - con le
sue tesi sulla denazionalizzazione della moneta - la nozione stessa di Banca
Centrale. In altre parole Hayek è
l'uomo costantemente fuori dagli schemi, anzi è l'avversario di sempre di quel
che tutti gli altri economisti stanno facendo.
Resta dunque ancor oggi temerario,
a diversi anni di distanza ormai dalle sue opere maggiori, tentare una sintesi
del pensiero e del messaggio hayekiano?
Questo è l'interrogativo affrontato nella giornata di studio
organizzata da esperti e docenti di cultura austriaca e di Studi europei insieme
col Dipartimento di Economia Politica dell'Ateneo della Bicocca. Intervengono alcuni tra i massimi studiosi
ed esperti di parte austriaca, tra i quali Erich Streissler dell'Università
di Vienna, Heinz Kurz dell'Università di Graz, Viktor Vanberg, successore di
Hayek nell'Università tedesca di Friburgo.
Da parte italiana il tavolo è altrettanto ricco: prenderanno la parola
Dario Antiseri e Lorenzo Infantino della Luiss di Roma, Raimondo Cubeddu
dell'Università di Pisa, Nicolò De Vecchi dell'Università di Pavia, Franco
Donzelli dell'Ateneo della Bicocca.
Alcuni fatti essenziali possono
contribuire a dare il senso dei problemi che nel nome di Hayek si
dibattono. Hayek è stato in primo luogo
l'antiKeynes. Sul finire degli anni
Venti, all'epoca della crisi del '29, il dibattito politico si fece
notoriamente aspro e sostenuto da tesi contrapposte da parte degli
economisti. Per Hayek la depressione
dell'epoca andava spiegata con una situazione di sovrainvestimento e di
eccesso di consumo. Le difficoltà
economiche erano da spiegare come il risultato di un "errore di
percezione" che si può determinare in un sistema economico e che conduce,
attraverso l'allargamento del credito, a una deformazione patologica della
struttura produttiva del sistema stesso. I rimedi naturali conducevano nella
direzione del rigore finanziario e del contenimento dei salari. Dalla sua analisi Hayek trasse una teoria
del ciclo economico del tutto opposta a quella keynesiana, nella quale la
depressione è frutto di uno stato di sottoccupazione delle risorse per carenza
di domanda effettiva. Non basta (nella logica keynesiana) la politica monetaria,
ancorché di segno espansivo; occorre il deficit spending e non giova la lesina
nella politica salariale. Il prestigio
della teoria di Hayek in sede scientifica e accademica fu enorme. Keynes e i suoi allievi riuscirono però a
controbattere e a ribaltare l'immagine allora corrente dell'economista come
strutturalmente avverso alla politica imperniata sulla domanda e sulla
spesa. Come sappiamo proprio quell'immagine
è però oggi ritornata sotto altra forma al centro del dibattito
economico-politico contemporaneo mettendo in luce l'attualità di Hayek. Lo stesso Hayek, verso la fine dei suoi
giorni, aveva fatto in tempo a rivendicare quella che restava, a suo parere,
la sostanziale correttezza della sua impostazione e a denunziare quegli
errori e quegli abusi che egli riconduce al trionfo dell'economia keynesiana
in circa mezzo secolo di generalizzato consenso. In un intervento sull'«Economist» del giugno 1983 egli si diceva
costretto a ripetere che Keynes era stato certo un grande personaggio
pubblico (un grande comunicatore, diremmo oggi) ma gli è largamente mancata la
piena padronanza del linguaggio e dell'analisi economica. Non a caso, uno dei volumi, uscito di recente,
della raccolta in corso delle opere di Hayek s'intitola Contra Keynes and Cambridge.
Un volume di una delle opere
più note di Hayek, la trilogia Law,
Legislation and Liberty apparsa nel 1979, s'intitola provocatoriamente «Il
miraggio della giustizia sociale». Il
grande tema della giustizia sociale è, nella concezione di Hayek, un mito
basato su una parola vuota, un mito distruttivo del quale si serve lo scientismo
sociale corrente con effetti esiziali sull'ordine morale. Anche qui è impressionante la continua
ricerca svolta dall'autore nella sua critica al socialismo - ideologia che,
pure importante, è solo una specie di quel male che egli chiama costruttivismo
- sin dagli anni Trenta e poi nel dopoguerra (si ricordi il suo celebre
pamphlet The Road to Serfdom del
1944) in quasi totale isolamento; proprio dopo la comparsa della trilogia il
clima doveva rapidamente cambiare e la rinnovata centralità del pensiero
hayekiano è uno dei fatti più straordinari del pensiero contemporaneo. In Italia, questo paese di opposti
estremismi, il fatto è ancor più evidente.
Ancora fino agli anni Settanta Hayek non si poteva nominare senza
subire l'infamia della ghettizzazione da parte della cultura dominante; oggi
Hayek è qui di moda più che altrove.
«Io credo - scriveva Hayek nell'epilogo alla sua trilogia del '79, alludendo a quelle che egli considerava le tragedie del marxismo e del freudismo che si comprenderà presto come le grandi idee che hanno dominato il Ventesimo secolo (ossia l'economia pianificata e la giustizia sociale così come la liberazione dalla repressione e dalle convenzioni morali, la permissività educativa e l'accantonamento del mercato a favore di strumenti razional-coercitivi) sono state tutte fondate su superstizioni nel vero senso della parola. Un'epoca di superstizioni è un'epoca nella quale ci si immagina di sapere più di quel che effettivamente si sa». Hayek si rendeva conto che l'epilogo «non è tanto una chiusa, ma dovrebbe costituire un nuovo inizio». Ed è questa la ragione che ci spinge oggi a riprendere, a studiare e a reinterpretare la sua filosofia.