![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 5 APRILE 2002 |
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Quello che l'Occidente deve esportare sono i diritti umani, lo
Stato di diritto e la conoscenza scientifica
Una civiltà globale non significa uniformità nelle idee e nei
costumi: il suo motto è la tolleranza
La
globalizzazione dell'economia, vale a dire lo scambio di merci e servizi su
scala planetaria, è un processo inarrestabile. La difficoltà dei traffici,
mezzi di trasporto prima quasi inesistenti e poi per lungo tempo inadeguati,
ostacoli tecnici per una comunicazione efficiente, hanno rappresentato
soprattutto nel passato remoto e in misura notevole anche nel passato prossimo
cause non irrilevanti della permanenza, più o meno prolungata, di sistemi
autarchici caratteristici di società chiuse. Ai nostri giorni, la facilità dei
trasporti e la rapidità delle informazioni costituiscono gli strumenti tecnici
per la demolizione - talvolta, purtroppo non indolore - delle economie
autarchiche e, di conseguenza, di società chiuse. L'economia di mercato è
l'esposizione pubblica di soluzioni di problemi - di soluzioni nuove per problemi
vecchi, di soluzioni di nuovi e magari prima inimmaginabili problemi.
Il
"mercato" - con il suo principio di concorrenza - è un processo di
scoperta e di invenzione; arricchisce il mondo; mette a disposizione
"beni" senza obbligare nessuno ad usufruirne; amplia, quindi, la
possibilità di scelta e, dunque, la nostra libertà; è uno strumento di una
sempre migliore conoscenza e di una sempre migliore convivenza tra i popoli.
La
globalizzazione economica, intrinsecamente connessa con la globalizzazione
dell'informazione, offre nuove opportunità; ma anche nuove sfide e nuovi
rischi. E il rischio più grande, a mio avviso, è che un mercato globale non
venga simultaneamente regolato da un diritto globale: un sistema legale
internazionale in espansione che garantisca i diritti umani e che vigili contro
ogni tentativo di soffocare la concorrenza.
Ma qui, a
mio avviso, non è possibile mettere da parte quello che forse è il problema più
scottante. È stato Giovanni Paolo II che, preoccupato, ha posto attenzione sul
fatto che la globalizzazione può trasformarsi in una nuova forma di
colonizzazione. Perché il mercato non diventi un disumano incontro del forte
con il debole è necessario non che il forte si indebolisca ma che il debole
diventi forte. E chi è oggi il debole? Il debole è colui che non sa e non può:
che non sa perché privo di conoscenze scientifiche e tecnologiche: che non può
perché, anche quando avesse le necessarie conoscenze per costruire merci e
progettare servizi, è oppresso da uno Stato che vieta la libertà di impresa e
di commercio.
Ecco,
allora, che la globalizzazione economica senza la globalizzazione delle regole
dello Stato di diritto e senza la globalizzazione della conoscenza scientifica
e tecnologica è facile che si trasformi come teme il Papa, in un
neocolonialismo. E a questo punto mi pare di poter dire che per l'Occidente si
apre il tempo di una "sfida epocale", il tempo dell'opportunità di
esportare, di globalizzare il meglio di sé: i diritti umani, lo Stato di
diritto e la conoscenza scientifica e tecnologica.
Certo, si
tratta di un processo non facile, ma questa mi pare la via giusta da seguire.
Qualcosa di interessante, in questa direzione, si è già fatto e si sta facendo,
tramite, per esempio, trattati commerciali che vengono stipulati a condizione
che i prodotti non provengano dal lavoro minorile, che non si mandi in rovina
l'ambiente naturale, e così via. È questa una via impervia che esige etica e
intelligenza, lungimiranza. Da un mercato globale abbiamo tutti da guadagnare. Da
una giungla dove il più forte depreda i più deboli abbiamo tutti da perdere
eticamente prima e sempre; economicamente e politicamente, prima o poi.
Voglio qui
aggiungere che una civiltà globale non equivale ad una civiltà uniforme nelle
idee, negli ideali e nei costumi. Una civiltà globale è fatta di tante civiltà
e la civiltà globale è una civiltà aperta alle più diverse civiltà: diverse
delle visioni del mondo filosofiche o religiose, diverse nella scelta dei
valori etici, diverse nei costumi. Quello che tante volte in modo sprezzante
viene detto "pensiero unico" è, in realtà, il pensiero che non solo
permette, ma comprende le ragioni ed auspica la convivenza del maggior numero
di pensieri nella scienza, in ambito etico, in quello filosofico e in campo religioso.
Il pensiero
unico esclude solo una variante di pensiero, il Pensiero Unico degli
intolleranti e dei violenti. Il pensiero unico di "matrice liberale"
esclude solo il Pensiero di quanti intendono imporre ad ogni costo, magari con
lacrime e sangue, la loro presunta Unica Verità e i loro presunti esclusivi
Valori Unici.
La società
aperta è chiusa unicamente agli intolleranti. È aperta al maggior numero
possibile di identità, al maggior numero possibile di "civiltà". È
chiusa, pena la sua autodissoluzione, soltanto all'"inciviltà" dei
violenti e degli intolleranti.
Va da sè che
l'"altro" ci apparirà come tale solo a patto di una chiara
consapevolezza della nostra identità. Un dialogo è possibile solo tra diversi -
e tanto più ampie saranno queste diversità tanto più proficuo sarà il dialogo.
Più idee non sono mai una miseria, sono una ricchezza. Il multiculturalismo è
la ricchezza della società aperta. E qui sta la ragione per cui la società
aperta non sarà mai una società perfetta.
La società perfetta
è il sogno di ogni utopista e di ogni dittatore. La società perfetta è la
negazione della società aperta. Certo, non va esclusa l'eventualità di
incomprensioni globali tra le differenti identità culturali, sociali, religiose
e politiche. L'Occidente, però, su tale nevralgica questione, ha molto da
insegnarci. Ci insegna che la reciproca tolleranza è stata non di rado frutto
di lotte fratricide - ma anche di riflessione filosofica sulla fallibilità
della conoscenza umana e sulla inevitabilità di un pluralismo etico e
religioso. E sottolineo che non c'è un metodo infallibile per evitare
l'eventuale intolleranza.
Il prezzo della tolleranza, come quello della libertà, è l'eterna vigilanza; una disponibilità al dialogo, al compromesso; e insieme una prontezza a difendere la tolleranza anche con la forza.