![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 4 APRILE 2002 |
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Raccolti in un
volume alcuni saggi sugli effetti negativi e positivi del nuovo «ordine»
Ha scritto bene l'economista Alberto Quadrio Curzio: «Il fatto è che
quelli che vogliono globalizzare la solidarietà con l'uso della saggezza e
delle istituzioni nulla hanno a che fare con quelli che vogliono de-globalizzare
il mondo con l'uso della forza». Nell'atteggiamento
pro globalizzazione non mancano all'opposto coloro che reputano che la
globalizzazione produca spontaneamente sviluppo, benessere e civiltà per una
specie di «virtù assoluta dei mercati», e, laddove ciò non accada, a nulla
potrà la solidarietà che viene descritta come una chimera. Non, dunque, de-globalizzare il mondo (e
l'economia) ma mondializzare la capacità di intervento per correggere le
degenerazioni della globalizzazione stessa, i suoi effetti negativi.
Questo è il senso del bel volume Globalizzazione:
nuove ricchezze e nuove povertà curato
da Lorenzo Ornaghi e
pubblicato da Vita e pensiero, l'editrice dell'Università cattolica del Sacro
cuore di Milano. Contiene molto
materiale prezioso con interventi che vanno da Zygmunt Bauman a Peter J.Hammond,
da Joseph Stiglitz a Javier Villanueva, da Vittorio E. Parsi a Luigi Campiglio,
Fino a un pregevole intervento di Vincenzo La Via, sul tema della gestione
del debito estero, tema cosi spesso affrontato più sentimentalmente che
razionalmente.
Il
problema di fondo è ben sintetizzato da quest'ultimo: «L'idea di sviluppo sostenibile
può essere utilmente sviluppata scrive Campiglio. L'obiettivo di allungare la
speranza media di vita in buona salute, per quanto difficile da definire, rappresenta
un punto di partenza utile e semplice per ulteriori elaborazioni» e al fine di
perseguire questo obiettivo è necessario creare «un nuovo sistema di regole e
di incentivi, o se si preferisce una nuova architettura, affinché il loro
funzionamento non rispecchi solo gli interessi economici degli Stati membri, ma
rappresenti invece l'interesse del genere umano».
Ma la strada per nuove forme
di governance del mondo globale qual è? Lo Stato nazione è definitivamente
superato oppure no? Le istituzioni
esistenti (Fmi, Omc, Oms, Onu, Bm) sono riformabili o sono definitivamente
superate? Certo, vanno riformate e in
profondità: questo emerge da pressoché tutti gli interventi, in particolare da
quello di Stiglitz che è vicepresidente della Banca mondiale. In particolare si
deve chiedere alle istituzioni finanziarie internazionali di lasciare più
spazio alla decisione politica circa le possibili alternative e maggiore
attenzione alle conseguenze sui poveri delle diverse politiche.
Ma l'architettura nuova quale
deve essere? Da dove si deve partire?
In questo senso sono molto utili i due contributi di G. John
Ikenberry e di Vittorio E. Parsi. Il
professore della Georgetown università ricorda con molta lucidità come gli
Stati Uniti, all'indomani della seconda guerra mondiale, ebbero un ruolo guida
attorno a quattro principi: apertura economica tra le regioni; le regole
andavano gestite attraverso accordi e istituzioni internazionali; un nuovo
patto sociale doveva stare alla base del sistema democratico occidentale (Roosevelt,
Churchill e il messaggio della Carta atlantica del 1944) attraverso
l'istituzione dello stato sociale; tutto l'Occidente doveva essere
salvaguardato da un sistema di sicurezza e cooperazione.
Non è necessario oggi
qualcosa di simile? C'è qualcun altro che può farlo se non gli Stati Uniti? «I
paesi che hanno tratto così tanti benefici dall'economia mondiale aperta -
scrive Ikenberry - dovrebbero tornare sui loro passi e ricordare quali furono
le soluzioni da essi individuate in risposta agli ultimi grandi sovvertimenti
nell'economia mondiale. Vi scopriranno
molte più infrastrutture istituzionali di quante ne esistano attualmente al
mondo. I mercati ora sono più aperti
che mai, ma le istituzioni internazionali e nazionali che sostengono tale
apertura sono deboli e sempre più deboli».
Lo stato-nazionale soffre, in questo contesto, perché è in «crisi di affanno» la sua sovranità. Comunque mantiene la garanzia dei diritti di cittadinanza che difficilmente - come giustamente osserva Parsi possono essere completamente sganciati dall'istituzione statale. E allora occorre da una parte rafforzare «la cooperazione - scrive Parsi - interstatale volta alla governance del sistema» e allo stesso tempo «rinsaldare l'idea che, comunque lo stato resta ancora uno strumento utile a presidio della nostra lìbertà»; d'altra parte «andare verso la creazione di autorità sovranazionali, da principio anche regionali (si veda l'esempio europeo) in grado di costruire delle multilateral citizenship, che poggino su gambe anche diverse da quelle statali».