RASSEGNA STAMPA

31 MARZO 2002
ROBERTO CASATI
I nomi e le specie

Il 24-31 % degli animali sarebbe stato catalogato due volte

Il nominalismo è una tesi filosofica con una tradizio­ne rispettabile che risale a un'idea aristotelica: non esi­stono gli universali, le specie, ma soltanto gli individui.  Per esempio, non esiste la specie del cane, esistono soltanto Fi­do, Medoro, eccetera.  Quan­do pensiamo a una specie sia­mo ingannati dall'usare un no­me ("cane"); da cui l'etichetta di nominalista per chi pensa che, le specie, in fondo, siano soltanto nomi.  Il nominali­smo è una tesi generale che si declina in modi molto diversi a seconda del tipo di universa­le che viene messo in questio­ne: negherà di volta in volta, e con diversa plausibilità, l'esistenza di entità sociali (la famiglia), di proprietà (il colo­re rosso), di taxa biologici (il cane).  Molti economisti difen­derebbero una posizione individualista contro l'esistenza di entità sociali al di sopra degli individui; pochi biologi si proclamerebbero oggi scet­tici riguardo all'esistenza dei taxa.  Tuttavia il fascino dei nomi può spingere a vedere nel mondo più specie biologi­che di quante ve ne siano.

Dopo tutto le specie entrano nei repertori grazie a un nome attribuito da un biologo e pub­blicato in un articolo su una rivista specialistica.  Questo nome resta in circolazione fi­no a che qualcuno non lo con­trolla.  Può darsi che nel frat­tempo un altro studioso abbia dato un altro nome alla stessa specie, di cui ha trovato un fossile in un'altra zona.  Può darsi insomma che siano stati assegnati più nomi di quante sono state le specie studiate.

E'  la tesi di John Alroy del National Center for Ecologi­cal Analysis and, Synthesis dell'Università di Santa Bar­bara in California, in un arti­colo pubblicato sui Proceedin­gs of the National Academy of the Sciences (www.pnas.org).  Alroy ha analizzato la. storia dei nomi di specie per il repertorio dei mammiferi fossili del Nord America, uno dei domini biologici meglio tassonomizzato. Si può seguire passo a passo la storia dell'aggiunta di nuovi nomi, si può conoscere la proporzione dei nomi noti in un certo momento rispetto a quelli oggi ritenuti validi.  E i nomi hanno vicen­de altalenanti.  Per esempio, «Felis hillianus Cope ricevet­te il suo nome nel 1893, di­chiarato nomen dubium nel 1910, reso sinonimo (nel sen­so di termine che si riferisce alla stessa cosa) nel '30 con il canide Borophagus diversi­dens, riconfemato ma trasfe­rito a Osteoborus nel 1937, e finalmente reso di nuovo sino­nimo con B. diversidens nel 1969, un'opinione che venne confermata nel 1980 e nel 1999» (L. animale in questio­ne é abbastanza simile alla iena ed è vissuto in Texas tre milioni di anni fa.)

L'esempio mostra che cosa succede ai nomi: vengono in­validati o riconfermati se si decide che non corrispondono a una vera e propria varietà biologica o se si pensa che siano i nomi di una varietà     effettiva. Alroy ha trovato un metodo semplice per studiare la variazione. Divide i nomi in due gruppi: nomi riconosciuti (all'inizio ovviamente si pensa che tutti lo siano) e nomi non riconosciuti, e studia i flussi di invalidazione (nomi che mi­grano dai riconosciuti ai non riconosciuti) e di riconferma (nel senso inverso).  La propor­zione di nomi validi sul totale dei nomi risulta uguale al rap­porto tra il flusso di riconfer­ma e la somma dei flussi di nomi nei due sensi.  L'analisi di questi flussi per il reperto­rio dei mammiferi fossili nor­damericani mostra che «il 24-31% dei nomi attualmente accettati si rivelerà invalido».

Perché tutto questo è impor­tante?  Da un lato ci ricorda quanto diffuso sia il fenome­no della difficoltà di accesso cognitivo alle identità (il cui studio è stato inaugurato alla fine del 1800 dal filosofo Got­tlob Frege sulla base di esem­pi che sono sempre sembrati un po' banali: Espero è identi­co a Fosforo, la stella del mat­tino è identica alla stella della sera).  Ci vogliono decenni, a volte secoli, prima di convali­dare o invalidare un nome di specie, e questo è un ostacolo cruciale per la scienza.

D'altro lato questa ricerca ha una certa influenza sulle stime della biodiversità.  Per poter decidere se siamo di fronte a un crollo verticale nel numero delle specie, dobbiamo dapprima avere un'idea chiara di questo numero: la ricerca di Alroy suggerisce che i numeri potrebbe­ro essere inflazionati per via del problema dei termini core­ferenziali nascosti.  Ci sarebbe­ro insomma molte meno specie di quanto non possa far pensare il numero dei nomi attribuiti dai biologi.  Non i 5-15 milioni di studi prece­denti, ma una forbice di 3,5-10,5 milioni di specie.
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