RASSEGNA STAMPA

28 MARZO 2002
CRISTIANA PULCINELLI
Il  ginecologo Carlo Flamigni «In Italia 12mila bambini l'anno nascono con queste tecniche»

Strano destino quello della procreazione assistita. Da un lato voluta, dall'altro temuta. Tan­to voluta che oggi sono circa 20.000 l'anno le donne italiane che si sotto­pongono ai trattamenti medici per poter avere un figlio. Purtroppo, la scienza non riesce ad accontentare tutti, solo la metà degli interventi va a buon fine e si stima che in Italia nascano da 10 a 12mila bambini l'anno grazie a queste tecniche.  Se si calcola da quanti anni si praticano queste metodologie, si vede facil­mente che nel nostro paese vive un esercito di figli così concepiti.  La morale comune ha accettato questo progresso della scienza.  Difficile ora tornare indietro.

Eppure, sulla procreazione assi­stita ci si scanna.  Le posizioni sono radicali, ma non sempre rispettano l'appartenenza politica, e a volte neppure quella al credo religioso.  Perché? «prima di tutto - dice Carlo Flamigni, ginecologo e padre della fecondazione assistita in Italia- ci si azzuffa perché in gioco c'è la questio­ne dello statuto ontologico dell'em­brione». E' una questione che è stata posta dal Movimento per la vita al­cuni anni fa, ed è tornata a far discu­tere recentemente per una presa di posizione del Papa: i diritti della per­sona devono essere acquisiti dal momento del concepimento e non dal momento della nascita.  Riconoscere questo fatto, dal punto di vista della fecondazione assistita, vorrebbe di­re, ad esempio, che non si potrebbe fecondare più uova in una volta sen­za trasferirle nell'utero immediata­mente e quindi neppure congelarle. «Ma questo - dice Flamigni - vorreb­be dire moltiplicare i cicli di tratta­mento a cui si dovrebbe sottoporre la donna, con un aumento di rischi e sofferenza.  Nel mirino del Movi­mento per la vita però non c'è tanto e solo la procreazione assistita, quan­to la 124, la legge sull'aborto. Affer­mare che l'embrione è persona significa dire che l'aborto è un conflitto tra persone con gli stessi diritti, con tutto quello che ne consegue».

Recentemente un gruppo di do­dici docenti della facoltà di medici­na di Roma ha firmato un documen­to che sostiene la tesi che la vita di una persona comincia dal concepi­mento.  Quasi contemporaneamen­te, però, un altro documento, firma­to tra gli altri da Rita Levi Montalci­ni, Umberto Veronesi, lo stesso Carlo Flamigni e insigni embriologi, ha preso una posizione completamen­te diversa: non si può parlare di per­sona nelle prime fasi di sviluppo dell'embrione.

«La questione - spiega Flamigni - come si vede è complessa.  Posizio­ni tanto diverse chiedono riflessio­ne: non si abbia la pretesa di far decidere alla Camera chi ha ragione.  La discussione deve continuare nei luoghi deputati: sulle riviste scientifi­che e nei congressi.  Tanto più che questa è una questione che riguarda la libertà personale ed uno stato lai­co non dovrebbe ficcare il naso nei fatti dei cittadini».

Un suggerimento tanto poco ascoltato che al Parlamento si discu­te un testo unificato il cui primo articolo dice, sostanzialmente, che deve essere garantito il diritto alla nascita del concepito attraverso la procreazione assistita «In altri ter­mini - spiega Flamigni - l'embrione concepito attraverso le tecniche di riproduzione assistita avrebbe diritto di vivere anche se fosse malformato, e questo crea condizioni diverse in chi concepisce naturalmen­te e chi invece no».

Oltre allo statuto dell'embrione, però c'è un altro tema che divide gli animi: la famiglia.  C'è uno scontro, in sostanza, tra chi considera genitore solo colui che trasmette la pro­pria fiaccola genetica e chi invece, sulla base di un'etica della responsabilità, pensa che il genitore sia colui che si occupa dei figli.  La proposta di legge dice no ai donatori di game­ti ispirandosi alla prima di queste due posizioni. «Ma nella stesura del­la proposta - continua Flamigni - ci sono delle affermazioni anche più oltranziste, inaccettabili in un paese civile.  Ad esempio, vi si dice che non può essere congelato seme o ovocita di una persona singola.  Questo vuol dire che una donna giovane affetta da leucemia non può conser­vare l'ovocita per tentare di avere un figlio una volta superata la malat­tia se non è sposata». «Da parte dei laici - conclude Flamigni - c'è dispo­nibilità alla mediazione, dall'altra parte sembra di no».  Insomma, an­che se il Papa chiede di fare più figli, le posizioni di una parte del mondo cattolico sembrano rendere più diffi­cile procreare.
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