RASSEGNA STAMPA

24 MARZO 2002
EMILIO GARBONI
Il «bello» antimetafisico

Nei suoi ultimi saggi Gadamer rivede le tesi di fondo di «Verità e metodo»

Costante resta però la volontà di tenere uniti l'ambito dell'estetica e la filosofia dell'arte

In Verità e metodo, l'opera con cui nel 1960 l'erme­neutica di Hans-Georg Gadamer si impose come una delle grandi direttrici del pen­siero filosofico contempora­neo, la questione estetica è tanto cruciale quanto proble­matica.  Da un lato, infatti, la riflessione sull'universalità e insieme sulla storicità del comprendere prendeva le mos­se, in quella sede, da un'«on­tologia dell'opera d'arte», os­sia da un'indagine sul modo d'essere di certi testi in cui ne va esemplarmente e della comprensione e del suo acca­dere storico.  Dall'altro, tutta­via, questa stessa esemplarità - sul cui sfondo soltanto si può persuasivamente sostene­re che «l'estetica deve risol­versi nell'ermeneutica» ­sembrava a Gadamer offusca­ta o deviata dall'esperienza moderna dell'estetico, che a partire dalla svolta critica kan­tiana avrebbe convertito in una fondazione della soggetti­vità comprendente ciò che fin dall'antichità era stato esperi­to come una forma eminente del tramandamento di conte­nuti culturali, o insomma co­me il costituirsi oggettivo dei sensi a cui il soggetto storico è già sempre assegnato.

Ne derivava un progetto non privo di difficoltà e non immune da qualche fraintendi­mento: per restituire all'espe­rienza dell'opera d'arte il re­quisito dell'esemplarità, infat­ti, Gadamer era costretto a comprimere l'estetica di Kant nello schema di una filosofia del gusto e del genio facendo­la responsabile del fenomeno moderno della «coscienza estetica».  Con una doppia per­dita: da un lato, in termini più generali, la perdita della fe­conda interlocuzione che l'er­meneutica avrebbe potuto atti­vare con la filosofia critica in quanto entrambe interessate al fenomeno della comprensione.  Dall'altro, in termini più specifici, la perdita di quegli aspetti della riflessione kantiana sull'opera d'arte che, ad evidenza irriducibili al concetto della «coscienza estetica», avrebbero potuto corroborare e precisare il me­desimo progetto gadameriano di una «risoluzione dell'esteti­ca nell'ermeneutica».

Questa premessa è indispensabile per collocare nella giusta luce i dieci saggi rac­colti nell'importante libro ap­pena uscito per le edizioni Ae­sthetica, «Scritti di estetica», presentazione di Pietro Montani, traduzione e note di Giandomenico Bonanni, Aesthetica Edizioni, Paler­mo 2002, pagg. 136, e 20,00, (ma sappiamo che Gadamer l'ha potuto ricevere in , anteprima il giorno del suo centoduesimo compleanno, circa un mese prima della sua morte), nei quali, come fa osservare Pietro Montani nella sua limpida e puntuale Presen­tazione, è ben visibile un'ampia e per certi aspetti sostan­ziale revisione delle tesi sul­l'arte esposte in Verità e meto­do.  La revisione è indubbia quanto al riesame delle consi­derazioni dedicate da Kant all'opera d'arte nella Critica della facoltà di giudizio, a cui è dedicato il saggio che apre la raccolta, forse il più impor­tante e innovativo.  Qui Gada­mer riconosce che l'autentica posta di quelle pagine kantia­ne è la questione cruciale dell'immaginazione, ripropo­sta ora sotto il profilo di uno «schematismo» che pur re­stando «libero» e «senza con­cetto» si apre nondimeno a un confronto determinante con le «idee» razionali e dun­que a un'inedita intermedia­zione tra il "rappresentabile" e il "pensabile", la quale a sua volta è la premessa di ogni autentica riorganizza­zione del territorio dell'espe­rienza.

E' evidente che qui il con­cetto di «coscienza estetica» si dimostra del tutto inappro­priato.  Ma non si tratta solo di una restituzione.  C'è mol­to di più, Gadamer ritiene in­fatti di dover gettare un ponte tra l'opera d'arte e la pro­blematica del sublime arrivando a riconoscere in Kant decisive aperture sull'espe­rienza estetica moderna e tar­do moderna, a cominciare da quei suoi tratti disarmonici o spaesanti che ben lungi dal consumarsi in un semplice ac­certamento della «coscienza estetica» si collegano piuttosto, nella forma della negatività o della trascendenza radicale, alla piena reintegrazio­ne dell'arte nel tessuto unita­rio della prassi umana.

Si direbbe, anzi, che da que­sto punto di vista l'ultima estetica gadameriana appaia fin troppo preoccupata di ri­comporre la discontinuità del moderno sullo sfondo di una considerazione dell'arte (ma anche del mito e della religio­ne) abbastanza ampia da con­sentire il riconoscimento di al­cune costanti di fondo se non proprio di un autentico fonda­mento antropologico, quasi un contrappeso della non preventivabilità dell'accadere sto­rico.  E in questo senso, per esempio, che si muove la pur sottile e penetrante rilettura di Hegel.  Ma più in generale oc­corre dire che, accanto alle importanti revisioni di cui si è  detto, anche in questi ultimi notevoli saggi estetici perma­ne un'essenziale resistenza a distinguere tra il campo di per­tinenza di un'estetica e quello di una filosofia dell'arte.  Per quanto la ridiscussione della terza Critica kantiana si atte­sti qui su un'interpretazione, anche strettamente testuale e filologica, che appare di gran lunga più centrata rispetto a Verità e metodo, in nessun momento Gadamer dà segno di voler fino in fondo prende­re atto dell'autentica posta del gioco kantiano.  Che non solo non coincide con la pre­sunta delimitazione di una «sfera estetica» intesa come regione separata dell'esperien­za (su questo, lo si è detto, ogni equivoco è tolto), ma non coincide neppure con l'in­tento di mettere a punto un'efficace dottrina critica del sentire - e dell'arte in quanto peculiare organizzazione o messa in opera del sentire -, trattandosi piuttosto di uno sforzo di ricomprensione del­l'intero dispositivo di pensie­ro della filosofia critica ef­fettuato da un punto di vista interno a quello stesso dispositivo.  E cioè, a ben guarda­re, di un'istanza antimetafisi­ca non troppo diversa da quella che l'ermeneutica rac­coglie sotto il titolo di «cir­colo del comprendere».

Anche in questo libro, in definitiva, e forse più e me­glio che in altri, Gadamer si conferma uno straordinario fi­losofo della cultura.  E se è vero che la sua certezza sul­la permanenza dell'arte a dispetto di ogni trasformazione ci tiene al riparo dal rischio (che invece è costitutivo di una riflessione critica e della sua estetica) di doverci interminabilmente ricollocare nel luogo da cui esercitiamo il nostro comprendere senza po­terlo mai saldamente assicurare a un'istanza teorica deter­minata, è anche vero che essa ci obbliga a un impegno inter­pretativo concreto, puntuale e spesso arduo (è il caso delle belle analisi di poeti) da cui forse talora incliniamo a con­siderarci esonerati in nome dell'originario.
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