![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 12 MARZO 2002 |
|
Intervista a Roger Penrose
Il celebre studioso di Oxford parla
della nascita dell'universo e dei buchi neri ma soprattutto dei limi della
nostra ricerca
"La meccanica quantistica è stata
presa come qualcosa di immutabile, mentre sappiamo che hai suoi paradossi"
In una sala gremita Roger
Penrose parla di galassie, buchi neri, singolarità, le regioni del cosmo di
volume nullo e densità infinita dove si ha il crollo delle leggi fisiche che
conosciamo. Ascoltandolo, la sana logica terrestre si smarrisce, il pensiero
deriva verso altre e temerarie geometrie come davanti a una litografia di
Escher. Alla fine, l'applauso
interminabile. Il celebre matematico di
Oxford ha tenuto alla Sissa la prima delle conferenze annuali con cui la Scuola
di alti studi diretta da Edoardo Boncinelli intende onorare la memoria del
fisico Dennis Sciama.
Professor Penrose, i buchi neri, misteriose regioni
dello spazio dalle quali nulla può sfuggire, neppure la luce, hanno un ruolo
nella nascita dell'universo?
«Sì, anche se non compaiono
proprio all'inizio. Potrebbero, è vero,
risultare dal collasso di materia prodotta nel big bang, ma non sarebbero
subito presenti. Del resto la natura di questa materia prirnordiale è in buona
parte sconosciuta. Potrebbe trattarsi
dell'enigmatica materia oscura, o della "energia nera", di cui pure
qualcuno parla, ma in realtà il contenuto dell'universo primitivo ci è
sostanzialmente ignoto. Poi, a mano a
mano che l'universo progredisce, dei corpi collasserebbero in buchi neri».
Quindi i buchi neri esordiscono abbastanza presto.
«Secondo una teoria che mi
sembra credibile, le galassie si sono formate inizialmente da buchi neri: i
buchi neri nascono dal collasso di concentrazioni di materiale pre-galattico e
le galassie coagulano loro intorno. Ma
i buchi neri si formano anche dal collasso di stelle di grandi dimensioni,
diciamo venti volte la massa del Sole.
Una stella così grande non potrebbe sopravvivere come comune stella, ma
andrebbe incontro a una evoluzione che appunto porta, probabilmente, a un
buco nero. Insomma è plausibile che le
grandi stelle evolvano in buchi neri, che raggruppamenti di stelle cadano in
buchi neri situati al centro di galassie e che, quando le galassie si
scontrano, i buchi neri al loro interno si combinino per formare nuovi e più
grandi buchi neri. Tale progresso si
svolge in continuazione nell'universo.
Dove va a finire la materia ingoiata da un buco nero?
«La risposta, o meglio
l'ipotesi, è che entri in quella che chiamiamo "singolarità". Secondo la teoria della relatività generale,
lo spazio-tempo è curvo e tale conformazione è responsabile della gravità. La curvatura diventa più grande via via che
ci si avvicina a una singolarità, fino a diventare infinita. Ma qui nasce un
problema. Se segui le equazioni di Einstein sei in grado, conoscendo lo stato
attuale di un sistema, diciamo di un buco nero, di ricavare quale ne sarà lo
stato in futuro. Le equazioni
descrivono insomma un'evoluzione che procede all'infinito, in cui numeri che
dovrebbero rimanere finiti diventano infiniti e succedono altre cose folli,
prive di senso. Per questo buchi neri,
big bang, singolarità rappresentano altrettanti limiti all'applicabilità della
relatività generale classica».
Dove si trovano le singolarità
«In
due luoghi diversi. Uno è il big bang,
cioè la regione all'origine dell'universo dove la curvatura dello spazio tempo
diventa infinita e con essa la densità, tanto che la fisica a noi nota è
inconcepibile prima di questo
tempo; e l'altro regioni locali dell'universo, dove la nostra fisica ha
termine»
Quali sono queste regioni in cui la fisica arriva al
capolinea
«Si può pensare che alla fine
l'intero universo ricada su se stesso e diventi una unica singolarità. Ma è improbabile. Più ragionevole immaginare invece
che a collassare siano zone dell'universo, tipo centri galattici o stelle
individuali di grande ma che produrrebbero, come ho detto, buchi neri. Questi
buchi neri segnerebbero la fine locale dell'universo: se cadessi in uno di
essi, sarebbe la fine dell'universo per me che ci sono caduto ma non per coloro
che sono fuori dal buco nero».
Quindi l'universo non va incontro a
una fine globale ma si consuma in tante fini locali
« che sono
altrettanti luoghi in cui la fisica classica non offre soluzioni. I più pensano che combinandola teoria di
Einstein con la meccanica quantistica si verrebbe a disporre di una teoria
capace di sciogliere il nodo delle
singolarità. L'argomento solitamente usato sono gli atomi. Se ha un atomo, hai
un nucleo nonché elettroni che gli gravitano intorno. Secondo l'elettrodinamica classica, gli elettroni, orbitando
intorno al nucleo, irradiano energia sotto forma di onde
elettromagnetiche
(o, se si preferisce, di luce) in modo tale che la "sparata"
dell'elettrone sul nucleo produce una singolarità. Ma sappiamo che non è vero:
gli atomi non scompaiono, non diventano singolarità. A renderli stabili occorre però la meccanica quantistica. Uno dei trionfi della teoria dei quanti è
aver spiegato perché gli atomi non collassano ma persistono per sempre nel
tempo. Per analogia con gli atomi, si è
pensato che anche l'incongruenza delle singolarità sia superabile, basta
combinare la meccanica quantistica con la relatività generale. Ma nessuno ci è
mai
riuscito».
Per quale motivo?
«Una
delle ragioni è che la meccanica quantistica è stata presa come qualcosa di
immutabile, mentre sappiamo che ha i suoi paradossi, vedi le equazioni di
Schroedinger, secondo le quali il gatto, il famoso gatto di Schroedinger -
deve essere vivo e morto nello stesso tempo: un nonsenso, che indica come la
teoria dei quanti, pur meravigliosa, ha i suoi limiti. Quindi occorre produrre
una nuova teoria, una meccanica quantistica migliorata».
Lei sta lavorando a questa nuova fisica?
«In
certa misura. A Oxford dei colleghi
preparano un esperimento destinato a verificare se nella fisica quantistica
esiste un livello al quale le regole cambiano.
L'esperimento prevede un gatto di Schroedinger virtuale, cioè un
cristallo non più grande di un granello di polvere che viene posto in due posizioni
leggermente diverse allo stesso tempo.
Secondo la teoria standard, il granello persisterà nel duplice stato,
mentre secondo me ci rimarrà solo per un certo tempo e quindi assumerà l'uno o
l'altro stato. La verifica è parte di
un tentativo di unificazione tra meccanica
e
relatività generale. Ma chi vi si applica pensa di riuscire senza cambiare la
meccanica quantistica»
Mentre
lei al contrario, ritiene che è la stessa meccanica quantistica a dover essere aggiornata. Si tratta di una discussione interna alla fisica o l'unificazione secondo Penrose influirà su altri campi?
«Per
esempio sulla comprensione della mente.
Ci sono buone ragioni per credere che il lavoro del cervello, o meglio
l'attività cosciente, richieda una fisica che va oltre quella conosciuta. Oggi capiamo la fisica classica, che è
relativa a oggetti di grandi dimensioni; e capiamo le equazioni di
Schroedinger, per oggetti di piccola scala.
Ma la meccanica quantistica comprende due procedure incompatibili, una
è la ricordata questione del gatto, l'altra è ciò che chiamiamo processo di
misurazione ».
Può spiegare?
«Immagini
di avere un apparato, diciamo un contatore Geiger, che fa click se una
particella entra e non fa click se la particella non entra. Ciò che avviene nell'apparecchio è il
passaggio, o meglio l'ingrandimento, da un evento quantistico a uno su scala
classica. Ma dopo tutto il contatore è
composto di particelle, cioè di ingredienti che appartengono alla meccanica
quantistica. Perché allora non si comporta esso stesso in modo
"quantomeccanico" sovrapponendo i click ai non click, ovvero due
stati in uno come nel gatto di Schroedinger?
Più in generale, come avviene che cose misurino davvero cose anche
quando, in ultima analisi, sono pur esse oggetti della meccanica
quantistica? Secondo me questo è un
paradosso fondamentale, che non sarà risolto nell'ambito dell'attuale meccanica
quantistica».
Un paradosso che ostacola anche la decifrazione
della mente?
«Pensiamo
a che cosa è implicato nell'umano capire, per esempio nella comprensione della
matematica.
Quando facciamo della matematica, nel nostro cervello accade qualcosa che va oltre la pura e semplice computazione, come del resto andiamo al di là del computer in altre aree dell'attività conscia. Il computer, che si basa sulla fisica che usiamo ora, può venire a capo di ciò che accade in una situazione fisica. Ma se le nostre menti lavorano in un modo che non è computazionale occorre convenire che ci troviamo di fronte a qualcosa di non riducibile alla fisica odierna. Voglio dire che ci sono buone ragioni per credere che la coscienza sia al di fuori della fisica che conosciamo».