![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 8 MARZO 2002 |
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Verrà presentata oggi pomeriggio, alla Fondazione Basso di Roma,
l'introduzione filosofica di Massimo Marraffa alle scienze cognitive, dove
vengono evidenziati i presupposti di un progetto mirato a trovare una base
materiale per i comportamenti della mente
Uno dei
(numerosi) paradossi dell'epoca in cui viviamo è che essa da un lato mostra in
piena evidenza, come forse mai prima d'ora, la natura dinamica, mutevole,
infantile e, in definitiva, linguistica dell'animo umano - è questo, al fondo,
che la società del terziario avanzato ossessivamente ci chiede, non chiuderci
in una identità fissata una volta per tutte - mentre dall'altro la descrizione
scientifica della mente procede in direzione affatto contraria. Le scienze
cognitive - apparentemente il paradigma scientifico vincente per le scienze
umane - si basano infatti su una idea della natura umana del tutto al di qua
della consapevolezza di quel che più specificamente caratterizza la nostra
mente, ovvero quella generale indeterminatezza così ben descritta dai teorici
della società post-fordista. Indeterminatezza, si badi bene, che è un tratto
assolutamente biologico, poiché è inscritta fin nella conformazione delle
nostre ossa di animali "sprovveduti", come dicono i filosofi. Detto
altrimenti: è la nostra biologia, è il nostro essere animali - che diventiamo
umani solo quando veniamo del tutto assorbiti nella rete dei rapporti con gli
altri simili, tramite il linguaggio - a renderci flessibili, indeterminati,
proiettati verso il futuro (e il passato, ovviamente, perché i due movimenti si
implicano a vicenda). Su questo sfondo diventa sempre più chiara quale sia la
posta in gioco, filosofica e quindi politica, del dibattito attuale sulla natura
umana.
Prendiamo
come caso esemplare il recente volume di Massimo Marraffa, Scienza cognitiva.
Un'introduzione filosofica (Cleup, 2002), testo che ha il notevole pregio della
estrema chiarezza e mostra tuttavia in modo quasi ingenuo i presupposti impliciti
di questa impresa conoscitiva. Come sempre le scelte più importanti vengono
compiute senza tanta enfasi. La "scienza cognitiva" - scrive Marraffa
nella Premessa al suo libro - si prefigge un progetto ambizioso, "la
naturalizzazione della mente". Perché proprio e solo ora è possibile
avviare in Italia un dibattito del genere? Seguiamo per esteso una delle
risposte di Marraffa: "nel dopoguerra i filosofi italiani si sono dedicati
prevalentemente a innestare sull'ideologia cattolica o marxista i temi
dell'idealismo, dello storicismo, della fenomenologia e dell'esistenzialismo,
ignorando i rari tentativi di avviare una riflessione filosofica su quel
coacervo di ricerche in neurofisiologia, psicologia e cibernetica in cui ha
avuto luogo la gestazione della scienza cognitiva". Dunque, secondo questa
curiosa idea, il marxismo sarebbe una "ideologia", che invece di
dedicarsi al progetto della naturalizzazione della mente umana avrebbe perso
tempo con la fenomenologia, l'esistenzialismo (e la psicoanalisi, potremmo
aggiungere). Siamo al cuore del problema: cosa rende umani gli animali della
specie Homo sapiens? Il marxismo (ma anche la fenomenologia, e la stessa
psicoanalisi) una risposta ce l'hanno: il lavoro e le pratiche sociali
connesse; ma dire lavoro significa (si pensi alle famose analisi di Leroi-Gourhan
sulle analogie fra il gesto e la parola) dire linguaggio. Se c'è stata una
filosofia che ha posto al centro della sua riflessione il progetto di una
radicale naturalizzazione dell'umano è stata proprio il marxismo.
Ma allora,
come mai Marraffa (in compagnia di altri teorici delle scienze cognitive) può
scrivere quello che scrive? Perché l'ideologia - in senso tecnico -
cognitivista ha completamente spostato il tema della naturalizzazione
dell'umano da quello suo proprio e biologicamente specifico - appunto, quello
del linguaggio e del lavoro (e quindi da quello della società) - a quello, del
tutto improprio della biologia non specifica dell'umano. Il passaggio
teoricamente fondamentale è stato compiuto quando si è assunto - sulla scorta
di un mal digerito cartesianesimo - che "natura" fosse sinonimo di
"materiale". Sulla base di questa identificazione, il progetto di
naturalizzare l'umano si è tradotto nel trovare una base materiale per tutti i
suoi comportamenti. In questa prospettiva, la psicologia, la scienza
dell'anima, diventa per i cognitivisti la scienza dei meccanismi computazionali
attraverso i quali il "calcolatore umano" pensa, desidera, spera.
Chiariamo subito un equivoco: questo progetto non mi piace non perché sia
materialistico, al contrario, perché esibisce un cattivo materialismo. Perché
una scienza naturale dell'umano deve, per prima cosa, mirare a descrivere
correttamente i fenomeni di cui intende rendere conto. Altrimenti, se pretende di
aprire tutte le serrature con un'unica chiave, diventa una ideologia, cioè
esattamente il contrario di una scienza.
Torniamo al
tema centrale di questo dibattito: cosa significa naturalizzare l'umano.
Prendiamo il caso del pensiero: "il pensiero consiste nell'elaborazione di
rappresentazioni realizzate fisicamente nel cervello nel modo in cui le
strutture di dati sono realizzate in un calcolatore". I pensieri, secondo
le scienze cognitive, sono cose contenute nel cervello. Pensare significa compiere
delle operazioni su tali cose. in questo senso, ad esempio, che si può dire di
un calcolatore che pensa. Ma significa questo, per noi umani, pensare? Quel che
è in discussione non è il fatto che per pensare serva un cervello, ovvero un
organo materiale fatto di carne e sangue, quanto il fatto che la descrizione
cognitivista sia capace di cogliere il senso che si produce quando gli esseri
umani pensano. Ora, il senso, qualsiasi descrizione se ne voglia dare, è
qualcosa di inseparabile dal fatto che lo sto pensando, mentre ne sto
ragionando con qualcuno. Il senso, per così dire, vive solo nelle pratiche
umane. Mentre la cosa che riposa al calduccio nel mio cervello (il cognitivista
la chiama "rappresentazione") non è il senso che stiamo cercando,
appunto perché è una cosa: la quale per essere portatrice di significati deve
entrare in una pratica umana che appunto gli attribuisca un senso.
Se confondo
naturale con materiale cado nell'equivoco di considerare naturale, per l'umano,
proprio ciò che, al contrario, lo allontana dalla sua umanità, ossia dalla
capacità di interrogarsi sul senso. Per questo l'ideologia cognitivista finisce
per privarci della nostra stessa specificità umana, con tutte le conseguenze
che questo comporta: "la psicologia cognitiva conduce ricerche su un
particolare tipo di calcolatore, quello umano; l'intelligenza artificiale,
invece, ha come oggetto del suo studio il calcolatore artificiale". Se si
adotta questo punto di vista - in questo sono del tutto d'accordo con Marraffa
- sostenere che quel particolare tipo di calcolatore che è il "calcolatore
umano" funziona in base a tecnologie in parte diverse da quelle che
credevano le scienze cognitive classiche (ad esempio, secondo i principi del
connessionismo neuronale, che si basa sull'idea di calcoli paralleli anziché
seriali), oppure in base ai principi della robotica non fa, in realtà, nessuna
differenza. Marraffa qui ha perfettamente ragione (tutto il suo libro è una
critica dell'idea che questi nuovi approcci mettano in crisi il paradigma
cognitivista): se pensiamo che i fenomeni del senso siano riducibili a entità
materiali - è questo il succo delle scienze cognitive - che queste entità
materiali siano computer seriali o paralleli, robot o forme di vita artificiale
non cambia di una virgola la questione.
Se, alla fine, dovessimo accettare un futuro in cui il nostro ruolo di umani risultasse del tutto irrilevante, una delle aggravanti comportate da uno scenario del genere è che non potremmo più nemmeno contare su quel minimo di garanzie sociali basate proprio su una visione dell'uomo come animale che vive nel senso. In questo quadro l'ideologia cognitivista è - per usare una terminologia anacronistica - del tutto organica a una visione dell'umano ridotto a macchina. A noi questa visione non piace: non perché siamo anime belle, ma perché la troviamo scientificamente scorretta.