![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 4 MARZO 2002 |
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C'è una massa d'essere,
chiamata Dio, che da sempre, come problema ineludibile, ha occupato la vita e
la mente dell'uomo. Fin dalle origini i filosofi hanno cercato di analizzare
"freddamente" Dio, dal momento che "caldamente" lo era già
abbastanza ad opera dei comuni mortali.
Hanno cercato di smontarne il concetto fino al suo scheletro. Vittoriosi, si sono trovati ad avanzare tra
file di cipressi funebri.
Maria Zambrano, figura
eminente del pensiero femminile del Novecento, si è fatta carico di questo
esito nichilistico. Per elaborare il
lutto della "morte di Dio" ha tratteggiato in questo testo
("L'uomo e il divino", introduzione di Vincenzo Vitiello, edizioni
Lavoro, pagg. xxxv-404, Euro 25.82)
una suggestiva ricostruzione
del rapporto dell'uomo con il divino: dalla nascita degli dei greci, tra il
mito e la filosofia, alla loro morte e rinascita nel neopaganesimo tardo
antico; dall'esperienza di
Dio
nel monoteismo giudaico e cristiano fino alla sua consunzione nel mondo moderno
della secolarizzazione, segnato da un'ultima, spettrale apparizione del sacro:
il Nulla.
L'opera,
pubblicata in Messico nel 1955 durante l'esilio, e ora finalmente tradotta da
Giovanni
Ferraro
con una magistrale introduzione di Vincenzo Vitiello, è la summa filosofica
dell'autrice:
un sermo de deo che si misura con il
problema dei problemi secondo le modalità di un "pensiero
poetante" di cui la
Zambrano offre qui un esempio eccelso.
La sua meditazione sul divino non occulta le rotture e le lacerazioni
dell'essere nel frattempo consumatesi, ma onestamente le rivela situando il
suo discorso tra la nostalgia e la speranza.
Consapevole del fatto che il Dio caduto sotto la considerazione concettuale della teologia razionale, ridotto a "ente sommo" cioè a "massa d'essere", non parla più in prima persona come Dio del mito e della religione. E che Egli fa il suo ingresso in filosofia come summum ens per uscirne subito fuori come Dio personale. Cioè che la filosofia può concedergli uno spazio speciale dentro di sé solo al prezzo che quanto ha da dire sia tradotto nel linguaggio della ragione. Ma questa è la conclusione che la Señora de la palabra intende evitare, senza tuttavia rinunciare a fare filosofia.