![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 1 MARZO 2002 |
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Ieri la conferenza al liceo Tiziano sul pensiero forte del
Novecento. Il ruolo del grande organizzatore culturale del docente pisano
Filosofia
italiana del Novecento ieri al liceo-ginnasio Tiziano. Nel penultimo
appuntamento dell'itinerario sul pensiero forte Giorgio Brianese ha parlato
di Giovanni Gentile ed Emanuele Severino, "l'esponente vivente più
significativo, a livello internazionale, del pensiero forte". Brianese,
che ha dedicato al pensiero di Gentile alcune delle sue pubblicazioni, è
ricercatore di Filosofia teoretica all'Università Ca' Foscari. E' stato
Francesco Demattè, coordinatore dell'iniziativa, a presentarlo. E a ringraziare
chi "dal mondo dell'imprenditoria, con concreto contributo, ha reso
possibile questo ciclo di conferenze." A Brianese, che si è inizialmente
interrogato sul senso della riflessione sul pensiero forte oggi "in cui
anche nel mondo della scienza prevale il pensiero debole, per cui la verità
assoluta non esiste e tutto è confutabile. E l'uomo può solo procedere per
congetture", abbiamo chiesto di fare luce sulla figura di Giovanni Gentile
"per il quale, negatore radicale dell'assoluto, tutto è divenire."
- Con varie
correzioni, il mondo della scuola italiana è stato fino all'anno scorso quello
impostato da Gentile: cosa di indiscutibilmente positivo in quella scuola?
"Da
salvare nella scuola di Gentile c'è l'attenzione per la crescita culturale che
adesso, invece, rischia di andare perduta. Gentile diceva che tutto è
filosofia. Esagerava forse, ma di certo rimane valida l'affermazione che la
filosofia ha funzione di raccordo, di critica per tutte le discipline. Un
difetto? Era una scuola un po' d'élite".
- Perché,
anche fra gli intellettuali più illuminati, c'è quasi vergogna a parlare bene
di Giovanni Gentile?
"Due le
ragioni. Si è compromesso con il fascismo, cosa che nel dopoguerra molti non
hanno perdonato. La conseguenza è stata che con il pensiero di Gentile non si
sono mai fatti i conti. Non se ne è mai discusso, accantonato perché fascista
ed idealista".
- Dagli anni
Settanta la situazione si è sbloccata. Lei ne ha studiato opera e figura: pensa
che sul piano filosofico il pensiero di Gentile sia orientato verso il fascismo
come fu il "signor Giovanni Gentile"?
"La
questione del fascismo di Gentile è un vespaio; perché non è tutta ovvia
l'identità. E' stato anche questo, ma i suoi scritti a proposito di politica
vanno più in direzione di una "società aperta" - a dirla con Popper
- che nella direzione di uno stato assolutistico".
- Un
aggancio con l'attualità: Gentile fu filosofo, ma anche politico, nel senso di
organizzatore culturale. Cacciari, filosofo e politico, non c'era alla
cerimonia di assegnazione del Leone del Veneto al cardinale Cè. A suo parere in
un libero pensatore deve prevalere il filosofo o il politico?
Si deve essere l'uno in quanto si deve essere l'altro. Si è buoni politici se si è buoni filosofi, diceva Platone. Cacciari, per me, è uno dei più significativi filosofi che abbiamo. Commento all'episodio? Siccome è pensatore acuto, avrà avuto di meglio da fare".