RASSEGNA STAMPA

28 FEBBRAIO 2002
editoriale
Karl Popper e la ragione incerta

Iniziative per il centenario della nascita del grande filosofo austriaco

"Il futuro è decisamente aperto. Esso dipende da noi; da tutti noi. Dipende da quello che noi e molte altre persone facciamo e faremo; oggi e domani e dopodomani. E quello che facciamo e faremo dipende a sua volta dai nostri pensieri; e dai nostri desideri, dalle nostre speranze, dalle nostre paure. Dipende da come vediamo il mondo; e da come valutiamo le possibilità largamente disponibili del futuro. Questo comporta per noi tutti una grande responsabilità. E la responsabilità diventa ancora maggiore se saremo consapevoli (...) che sappiamo così poco che siamo giustificati a definire questo poco come "nulla". Perchè non è niente in confronto a tutto quello che dovremmo sapere per prendere le giuste decisioni". Sembrerebbe quasi un paradosso che alla fine di un secolo in cui le "magnifiche sorti e progressive" della conoscenza hanno subito un inarrestabile avanzamento, nel corso del quale l'uomo ha sfidato come non mai l'ignoto, viaggiando nello spazio e penetrando nella materia, Karl Popper, in uno dei suoi ultimi scritti, ci inviti a ripartire da Socrate, dalla consapevolezza della nostra fallibilità e della nostra ignoranza. E ancor più paradossale potrebbe sembrare che un secolo il cui debutto era stato segnato da grandi sistemi filosofici razionalistici e ottimistici come marxismo, idealismo e neopositivismo, si sia congedato tributando un clamoroso successo ad un filosofo fallibilista e antifondazionalista, ormai letto e tradotto in tutto il mondo, con un successo impensabile solo vent'anni fa.

In realtà, questa contraddizione può apparire tale solo agli occhi di questi distratti critici popperiani che non di rado hanno scambiato per scetticismo il suo razionalismo critico e per nihilismo il suo rifiuto di ogni sorta di "fundamentum inconcussum" per la conoscenza umana. La ragione del successo di Popper si spiega, invece, proprio con il fatto che il '900 è stato un secolo largamente dominato da pretese razionalistiche che, nella scienza e soprattutto nella politica, hanno proposto una ragione certa se non infallibile, non di rado affetta da "hybris costruttivistica".

E nel secolo del marxismo, dell'idealismo e del neopositivismo, nel secolo soprattutto dello stalinismo e del nazifascismo, Karl Popper è stato un intellettuale "engagè", impegnato a fare i conti con il proprio tempo, combattendone le degenerazioni. E lo ha fatto utilizzando devastanti argomentazioni logiche e metodologiche contro quell'abuso della ragione di coloro che avevano avuto la pretesa di individuare un punto di appoggio archimedeo su cui fondare una conoscenza incontrovertibile.

La filosofia di Popper è dunque una critica della ragione incerta, che ci ha fatto capire che lo scientismo è nemico della scienza; che la certezza è incompatibile con la conoscenza; che l'idea di perfezione è la negazione dell'idea di democrazia; che le presunte conoscenze infallibili uccidono le libertà individuali; che la scienza non si può sostituire alle scelte di coscienza; che il tentativo di scoprire presunte leggi ineluttabili di sviluppo della società non è un contributo per alleviare l'angoscia del futuro ma una mortale minaccia per i liberi individui; che il nostro sapere non lenisce la nostra inestirpabile ignoranza, la quale è invece destinata a propagarsi proprio con l'avanzare delle conoscenze, poichè la soluzione di problemi solleva nuovi problemi insoluti, talchè quanto più impariamo dal mondo tanto più dobbiamo essere consapevoli della nostra ignoranza. In questo periglioso navigare tra i flutti di una conoscenza incerta, e quindi di vicende umane che gli individui non potranno mai interamente dominare, i suoi invalicabili limiti diventano per l'uomo la sua risorsa.

Se nessuno ha accesso a fonti privilegiate di verità, se ogni individuo è antropologicamente gettato in una condizione di fallibilità, allora quella del confronto critico tra interlocutori liberi, desiderosi di imparare l'uno dall'altro, è l'unica via per far avanzare quelle che John Stuart Mill definiva le nostre "mezze verità", nella scienza come nella vita quotidiana, ed anche in politica. L'uomo progredisce nella sue conoscenze proprio perché non fonda le sue teorie; costruisce e conferisce significati a una caledoscopica infinità priva di senso ed esplora l'ignoto imparando dai propri e dagli altrui errori, in un processo senza fine di soluzione di problemi.

Se è vero come ha scritto Konrad Lorenz, che "vivere è imparare" e se è vero, come ha scritto Popper, che "tutta la vita è risolvere problemi", allora si può sostenere che un atteggiamento critico che aiuti a risolvere problemi andando a caccia degli errori insegna in qualche modo a vivere. Come consigliava il vecchio Seneca al suo amico Lucilio: se vuoi bene a un amico fagli una critica. L'uomo autenticamente razionale, scrive Popper, si lascia guidare dal dialogo nella convinzione "che quel che conta non è tanto chi abbia ragione, quanto piuttosto che si giunga il più vicino possibile alla verità".

Criticando razionalismi fondazionalistici di qualsiasi tipo, Popper vuole ridare libertà e responsabilità al singolo, e demolendo, con la critica al neopositivismo, al marxismo e alle filosofie della storia, assoluti terrestri, questo filosofo di ispirazione kantiana finisce per salvare lo spazio della speranza, dimensione imprescindibile dell'umana condizione, perché "agire o vivere senza speranza è qualcosa che va al di là delle nostre forze".
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