RASSEGNA STAMPA

28 FEBBRAIO 2002
TITTI MARRONE
Eredità contese

Dario Antiseri spiega perché, alla vigilia del centenario della nascita, Popper è sempre più saccheggiato

Chi è il vero campione della "società aperta" auspicata da sir Karl Popper nel suo celebre libro? È dagli inizi degli anni Novanta che questa domanda dà la stura a uno di quei tiri alla fune sinistra-destra così tipici nel dibattito italiano. In molti dall'Ulivo hanno rispostono "noi", pensando molto al multiculturalismo e alle critiche sulla "cattiva maestra televisione", dimenticando l'ostracismo degli anni Settanta e glissando del tutto sugli strali del maestro viennese contro lo statalismo. Dall'altra parte si è fatto notare che nessun altro raggruppamento politico più di quello che la "libertà" l'aveva inclusa fin nella sua denominazione poteva annettersi un grande teorico del liberismo come sir Karl, anche se questi non si è mai sognato d'includere in quella categoria pure alcuni privatissimi interessi aziendali. Così, da quando la tenda liberale si è affollata di ogni sorta di presenze, la buonanima di sir Karl continua a sentirsi ronzare le orecchie. Cosa destinata ad aumentare, mentre ci si avvicina al centenario della nascita del filosofo viennese, cioé al 22 luglio di quest'anno. E il bollettino popperiano segnala un'impennata di ronzìì previsti tra oggi e domani, quando a Roma, nella sala delle Colonne della Luiss, si terrà un convegno su "Karl Popper e il mestiere dello scienziato sociale".

Allora, i casi sono tre: o i Popper in circolazione sono molteplici, o il pensiero del filosofo è double face oppure qualcuno continua a barare. E poiché sir Karl è seriamente impossibilitato a rilasciare personalmente una patente di popperismo, essendo scomparso nel settembre del 1994, non ci resta che chiedere al suo principale studioso e divulgatore italiano, il professor Dario Antiseri, come stiano realmente le cose. "In Italia i popperiani autentici sono vari e non stanno da una parte precisa", dice il professore. "Si va da Marcello Pera a Raimondo Cubeddu, Angelo Petroni, Girolamo Cotroneo, Luciano Pellicani, Giancarlo Bosetti e tanti altri. Ma in realtà, pur essendo molto citato tra i politici a destra e a sinistra, il pensiero di Popper è assai poco approfondito". E prima di tutto il professor Antiseri, che ebbe il merito tra gli altri di proporre nel 1972 all'editore Armando La società aperta e i suoi nemici, ricorda che "non fu un caso se il libro era stato respinto inizialmente anche da editori americani e inglesi. Popper vi scriveva che Platone era un totalitario e anche Aristotele non era poi quel genio che si pensava", continua Antiseri. "Ma nonostante questo, restò convinto di avere scritto un grande libro. Certo che alla fine, come avrebbe detto Musil, "a Vienna un genio poteva passare per imbecille, ma mai un imbecille poteva passare per genio"".

Ma che cosa c'era allora di tanto rivoluzionario, o scandaloso, nel pensiero di Popper, da indurre all'ostracismo? E che cosa ci hanno trovato poi di così attraente gli artefici delle entusiastiche adesioni generalizzate? "Il primo messagio è di natura epistemologica: le nostre conoscenze sono e restano smentibili. È rivoluzionario perché gran parte della filosofia occidentale è andata alla ricerca di certezze assolute, e Popper ha fatto capire che nessun punto della scienza è incontrovertibile. Allora, viene fuori che nella scienza ci vogliono fantasia per creare, direbbe Leibnitz, molti mondi possibili, ma anche controlli rigorosi. Vuol dire andare a cercare nella teoria le crepe, gli errori, per mettere a punto una teoria migliore. Evitare l'errore, dice Popper, è un ideale meschino".

È una massima applicabile alla politica? "Spesso i politici si comportano come il medico che, per salvare la diagnosi, uccide il paziente. Invece il medico ideale, per Popper, è quello che elimina le diagnosi false fino ad arrivare a quella buona. Ecco la differenza tra un pensiero ideologico e una politica "gradualistica". Che consiste nello scartare tutte le soluzioni che quel problema non lo risolvono".

Ma professore, c'è qualcuno tra i politici odierni che lo fa? "Non mi sembra, anche se sarebbe auspicabile che lo facessero tutti. Dice bene von Hayeck: un intellettuale liberale deve essere attaccato ai princìpi, e in base a essi giudicare i fatti. Ora, il dibattito in corso nella sinistra mostra che si sta abbandonando l'ostilità e la diffidenza manifestate in celebri articoli su Rinascita nel '74 e Critica marxista nel '77. Del resto, l'intervista a Popper sulla "cattiva maestra televisione" la fece Bosetti da vicedirettore de "L'Unità". Ma uscire dalla gabbia dello statalismo non è affatto facile. Ora io, essendo popperiano, non parlo di destra e sinistra. A me interessano i problemi e le soluzioni intelligenti dei problemi".

Tra le tante idee popperiane in pillole, professore, c'è quella di una patente per chi lavora in televisione: non si può considerare in contraddizione con un'idea totalmente liberale della società? "Nient'affatto. Popper non ha mai detto che la televisione fosse tout court malvagia. Ma che la sua violenza scaricata sui bambini fosse da eliminare. Perché la fa diventare normale, producendo una minaccia fortissima per la società. La sua patente per chi lavora in tv significava, come per i medici che fanno il giuramento d'Ippocrate, munirsi di un codice di autoregolamentazione".

Per Popper, professore, non è sufficiente il consenso, anche il più massiccio, per assicurare a una società il connotato di democrazia. Vuol dire che se oggi fosse ancora vivo potrebbe anche definire non democratico un governo uscito dalle elezioni? "Popper diceva: Platone ha inquinato la teoria politica dell'Occidente, perché nel porsi il problema del leader ha indicato il filosofo, colui che sa che cosa è bene. Poi è venuto il nostro secolo, il più sanguinario: si è stabilito che dovesse comandare una razza - ed è venuto il nazismo - o una classe - ed è venuto il comunismo. Dunque, per Popper "chi deve comandare?" è una domanda irrazionale, perché non esiste nessuno - individuo, ceto, razza o classe - venuto al mondo con l'attributo della sovranità sugli altri".

Cioé, direbbe Popper, non esistono gli unti del Signore? "Direbbe: definire la democrazia "governo del popolo" è un'affermazione vuota, perché tutto il popolo potrebbe dare il consenso a un dittatore. Quello che è importante, nella società aperta, è il consenso che preveda possibilità di dissenso anche per uno solo". Ecco, allora, che si torna al vecchio caro Voltaire di "non sono della tua idea, ma darei la mia vita perché tu possa esprimerla sempre". Non c'è frase più citata nel dibattito politico: anche su questo, come per Popper, tutti sono d'accordo. A parole. C'è qualcuno convinto che basti questo per concludere che in giro ci sono solo sinceri democratici?
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