RASSEGNA STAMPA

27 FEBBRAIO 2002
VITTORIO MACIOCE
Antiseri: «La mia battaglia per Popper»

Il professore ricorda le difficoltà, per diffondere in Italia le teorie politiche del filosofo austriaco: «Bussai a tutti gli editori, ma i marxisti erano ostili e i liberali crociani indifferenti.  Finché ..»

L'inverno di Sir Karl Rajmund Popper è tramonta­to ormai da molto tempo.  Il suo nome è diventa­to orecchiabile.  Non stona più nelle pagine dei giornali.  Non è più il nume tutelare di pochi circoli liberali.  Non è una novità, né una riscoperta.

Non gode di censure eccellenti e forse, a differen­za di Hayek e di Mises, è perfino entrato nel Pantheon della sinistra, quella laburista o socialdemocratica, di Blair e an­che di Fassino, magari puntando più sul Popper della Catti­va maestra televisione che su quello della società aperta e soprattutto dei suoi nemici.  Tempi che cambiano.  Popper, per caso o per scelta, è anche il nome di un gruppo rock di Torino che si ispira ai Subsonica e ai Bluverigo, di una droga sintetica e di un'esca per i pesci.  Non è stato sempre così.  Ed è una storia che vale la pena raccontare.

La notizia della sua morte arrivò un sabato di settembre di otto anni fa.  Sir Karl Raimund Popper aveva compiuto, due mesi prima, 92 anni.  Era uno degli ultimi grandi filosofi del Novecento.  Popper non ha costruito cattedrali, è stato piuttosto un agrimensore, attento a disegnare confini, a fissare paletti, quelli della conoscenza e quelli del potere.  Poi, invecchiando, anche quelli della tolleranza.  Era nato in una Vienna ancora asburgica e imperiale il 28 luglio 1902, cento anni fa, figlio di un'altra epoca, di cui ancora non si conoscevano le sorti.  Ha visto l'assolutismo e il nichilismo rincorrersi lungo tutto il Novecento, poi scontrarsi, sovrapporsi, altre volte specchiarsi o convergere.  E lui ha cercato di rintracciarne le radici, con quel pessimismo da esule austriaco, bagnato e compensato dal buon senso inglese, con la solidità che ti può dare una stella polare kantiana.

IL RIFIUTO DI CHI CONTAVA

La sua storia e quella del suo saggio più politico, La società aperta e i suoi nemici incrocia, nell'estate del 1963, quella di un giovane ricercatore italiano, Dario Antiseri, che studiava all'Università di Vienna e si trovò a seguire alcuni seminari del professore austriaco, non ancora baronetto, e ordinario alla London School Economics. L'opera di Popper, allora, era in netto contrasto con i tempi.  Per molti la sua fama era quella di un «neo-positivista» per di più «reazionario».  Il marxismo, in Europa, coincideva ancora con il «sole dell'avvenire».  E più che un dogma era una verità scientifica.  In Italia, poi, il Popper «politico» era semplicemente ignorato.  Lasciamo che sia lo stesso Antiseri a raccontare.

«Torna in Italia nel 1964.  Avevo raccolto libri e note su Popper.  Di lui qui c'era poco.  Nel 1954 Ferdinando di Fenizio (editrice L'industria) aveva pubblicato Miseria dello sto­ricismo.  L'Einaudi avrebbe pubblicato solo nel 1969 Scien­za e filosofia e poi Logica della scoperta scientifica.  Il Mulino nel '72 fece uscire Congetture e confutazioni.  Il mio obiettivo prioritario era un altro.  Avevo in testa la società aperta.  Peregrinai di porta in porta, bussai a tutti gli editori.  Oltre alle difficoltà ideologiche, c'era anche il peso del libro, due volumi di 700 pagine.  Fino a quando nella primavera del '70 arrivai a Roma, in viale della Gensola, dall'editore Armando. Mi ascoltò con pazienza, poi con interesse.  In se­guito fu lui a cercarmi per saperne di più.  Qualcuno - che allora contava, e molto - l'aveva sconsigliato, con queste parole: "Popper è un pover'uomo e Antiseri un ragazzo entusiasta".  Armando fu coraggioso e capi subito che si trattava di un'opera troppo importante; la pubblicò».

Era il 1973.  La società aperta fu accolta con mol­te critiche e poco clamore.  Arrivò una recensione di Norberto Bobbio, non negativa, ma piuttosto fredda.  Rinascita - nel 1974 - bollò Popper come un «dilettante che diffonde uno sfiduciato irrazio­nalismo».  Su Critica marxista venne definito un «maccartista». «Non c'erano solo i marxisti ostili, ricorda Antiseri - ma anche l'indifferenza dei libe­rali crociani.  Alfredo Parente commentò un'inter­vista di Popper a L'Express scrivendo: "Popper non ha capito niente!  Quel che è certo è che da un simile discorso non si riesce a cavare cosa sia la verità".  Pochi, infatti, avevano compreso il legame che cor­re tra il Popper filosofo della scienza e il Popper teorico della politica».  Ecco allora, Popper l'epistemologo, che non ha mai avuto «fede» nella scienza, ma ne conosceva il valo­re e la forza. «La scienza - diceva - va avanti per teorie ed errori». La verità è solo un ideale verso cui si tende, un limi­te, e anche se si raggiunge non possiamo esserne certi per sempre.  La scienza è fallibile, perché la scienza è umana.  E i fatti, l'osservazione scientifica, non bastano i dirci se una teoria è vera, ma ci dicono sempre quando una teoria è falsa.  E - come ricordava sempre Sir Karl -fuggire  gli errori è un ideale meschino.  Nessuno può evitare di farli, la cosa grande è imparare da essi».

TUTTI MALATI DI «POPPERITE»

Popper parlava di queste cose con Einstein e Konrad Lorenz, con Wittgenstein e con Hayek, ma è chiaro che le conseguenze del suo discorso lo portavano al di là dei pro­blemi epistemologici, oltre la scienza, su un terreno più critico: la filosofia politica.  Se la verità è sempre in bilico, se le conseguenze delle proprie azioni sono sempre illimitate, se la storia non ha un destino, allora è difficile, anzi impossibile, costruire una società perfetta.  E chi ci prova o un truffatore, o un pericoloso illuso.  Chi ti offre il paradiso in verità ti sta vendendo l'inferno.  Popper indica i nomi: Platone, Hegel e Marx . «Non fu facile - racconta Antiseri - far passare in Italia queste idee.  Il liberale Parente parlava di "popperite".  Per ­fortuna non tutti i crociani la pensavano come lui. Penso a Girolamo Cotroneo o a Giuseppe Bresci.  C'è stato il grande impegno scientifico e di divulgazione della "scuola pisa­na", Francesco Barone e con lui Marcello Pera, che ha por­tato la polemica sui giornali, il lavoro di Angelo Maria Petroni e di Raimondo Cubeddu. Il filone cattolico di Adriano Bausola e Massimo Baldini, il lungo dibattito aperto all'ini­zio degli anni '80 da Luciano Pellicani su Mondo Operaio.  Noi della Luiss, il mio lavoro e quello di Lorenzo Infantino».

Nell'ultimo decennio del Novecento Popper non è più un alieno neppure a Botte­ghe Oscure.  Sono gli anni di Cattiva maestra televisione e dell'intervista di Giancarlo Bosetti, direttore di Reset e vice all'Unità.  E il Popper più con­troverso, forse un po' meno, molto meno liberale, anche se Antiseri non è d'accordo. «No - dice - sbagli. Quando Popper chiedeva una patente per i professionisti della tele­visione era preoccupato per la violenza di certi immagini.  E dell'effetto che poteva avere sui bambini.  La Televisione fa diventare normale ciò che è disumano.  Abbassa il limite di guardia nei confronti dell'orrore.  E una società aperta ha il dovere di essere intollerante verso i violenti e gli intolleranti. Va difesa».

Forse questa piccola storia merita un epilogo.  Qualche settimana fa ricevo una telefonata mattutina da molto lon­tano. E' Antiseri.  Ha la voce di un ragazzino entusiasta. «So­no all'Università Statale di Mosca».  Incredibile. «Sono con Giovanni Reale.  Ci danno la laurea Honoris Causa per il nostro manuale, Storia della filosofia occidentale».  Molti dei critici della filosofia borghese sono in aula.  Ancora dieci anni fa erano professori di materialismo storico, di etica marxista, di comunismo scientifico, di storia del Pcus.  Ap­plaudono Giovanni Reale e l'allievo di Popper. Li applaudo­no dall'Università Statale di Mosca e quello statale fa un po' sorridere di tenerezza.  Forse Antiseri ha vinto la sua batta­glia.
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