![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 27 FEBBRAIO 2002 |
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Un saggio di Mario Quaranta che del filosofo torinese fu amico e
collaboratore
Nel decimo
anniversario della morte di Ludovico Geymonat (nato a Torino nel 1908 e morto
a Rho nel 1991), si sono tenuti ben quattro convegni per ricordarne il pensiero
e le molteplici attività culturali, editoriali, politiche. Su di lui esce ora
un libro pubblicato dalla Seam: Ludovico Geymonat. Una ragione inquieta (pp.
234, 17,56 euro). Ne è autore Mario Quaranta, che di Geymonat è stato amico e
collaboratore per oltre trent'anni. Per comprendere questa complessa figura di
intellettuale, afferma Quaranta, occorre tenere ben presenti due aspetti: le
sue origini (piemontesi e valdesi), e l'educazione ricevuta in un collegio dei
gesuiti.
Come altri
intellettuali piemontesi (pensiamo a Bobbio, Pavese, Del Noce, Antonicelli),
anche Geymonat aveva la presunzione di avere fatto l'Italia, cioè considerava
la cultura il terreno fondamentale per formare gli italiani. Fu poi la matrice
valdese a fargli accettare di essere minoritario entro la cultura italiana e
nel suo stesso partito (il Pci), da cui uscì negli anni Sessanta, deciso a far
valere le sue idee in un confronto serrato con gli altri. L'educazione gesuitica,
infine, gli fece comprendere l'importanza di esprimere in termini chiari il
proprio pensiero: la chiarezza come etica della scrittura.
L'autore
sostiene che l'idea-guida di Geymonat è stata la difesa della razionalità umana
(e di quella scientifica in particolare); essa infatti attraversa tutte le sue
opere di filosofia e di filosofia della scienza, disciplina di cui egli è stato
il maggiore rappresentante nella cultura italiana della seconda metà del
Novecento. La ragione geymonatiana non è dogmatica, ma piuttosto inquieta; il
filosofo torinese ha analizzato con grande rigore alcuni importanti problemi
fornendo soluzioni che egli sapeva essere provvisorie, per poi correggerle,
rettificarle, cambiarle. Ha rintracciato, criticato e respinto i "dogmi"
filosofici, politici, etici, epistemologici, storici che si annidano anche nei
posti più impensati, perfino nella stessa ragione, nella persuasione che là
dove c'è un dogma la ragione si arresta, non stimola più a cercare, determina
insomma la morte della cultura. Quaranta ci ricorda poi che Geymonat è stato
uno dei grandi storici del pensiero filosofico e scientifico del nostro
Novecento: basti ricordare la sua Storia del pensiero filosofico e scientifico,
opera di impianto fortemente innovativo in cui la filosofia e la scienza non
sono giustapposte ma strettamente intrecciate tra loro.
Dal punto di
vista umano, Geymonat era aperto al confronto ma allo stesso tempo rigoroso, e
pretendeva negli altri la stessa onestà intellettuale. "Con lui - dice
Quaranta - ho avuto frequenti discussioni culturali e politiche. Nei rapporti
con i suoi allievi Geymonat ha manifestato grande generosità
intellettuale".
Cosa resta, oggi, del pensiero e dell'insegnamento di Geymonat? "Dopo il grande dibattito post-neopositivista degli anni Settanta, cui Geymonat partecipò confrontandosi con Popper, Lakatos, Feyerabend, in Italia stanno ora emergendo alcune tendenze nuove nella filosofia della scienza; l'ultima generazione sta pubblicando i risultati delle proprie ricerche condotte con grande rigore su problemi epistemologici o di storia della scienza specifici, mentre precedentemente erano i problemi di carattere generale a interessare gli epistemologi. In questo panorama, la presenza di Geymonat risiede non tanto nell'accoglimento di qualche sua tesi filosofica, ma nel riconoscimento della centralità della razionalità scientifica nella cultura".