RASSEGNA STAMPA

19 FEBBRAIO 2002
CHIARA ZAPPA
Il diritto di vivere senza brevetto

La scienziata Vandana Shiva contesta l'idea di proprietà intellettuale: «Impoverisce la società, soprattutto nel terzo mondo»

All'inizio degli anni '80 John Moore si rivolse all'ospedale della University of California per farsi curare un cancro alla milza.  Nel 1984 il dottore che lo aveva in cura brevettò una sequenza del suo Dna senza chiedergli l'assenso e la sequenza di Dna «Mo» fu poi venduta al gigante farmaceutico Sandoz.

Le stime dell'effettivo valore economico di questa sequenza superano oggi i 3 miliardi di dollari.  A proposito di dollari, se nel 1947 la proprietà intellettuale copriva poco meno del

10% delle esportazioni statunitensi, nel 1994 questa voce superava il 50%.  La vicenda di Moore e del suo Dna è una conseguenza della brevettabilità degli organismi viventi, che  discende dall'accordo sui diritti di proprietà intellettuale legati al commercio (Trips) firmato in

sede Gatt/Wto, e che ha globalizzato le leggi sui brevetti d'ispirazione statunitense, le quali considerano il vivente alla stregua di un'invenzione.  Un concetto che - sostiene la scienziata indiana Vandana Shiva - «impoverisce la società umana da un punto di vista etico, ecologico ed economico. Nel suo ultimo lavoro Il mondo sotto brevetto (pagine 144, euro 9), domani in libreria per i tipi di Feltrinelli, la 50enne paladina della biodiversità ripercorre l'origine storica dei brevetti - dalle litterae patentes che a partire dal VI secolo legittimavano la colonizzazione di terre straniere, ai diritti sulle invenzioni ma anche sulle importazioni - per confutare la tesi secondo cui tali tutele stimolano la creatività degli scienziati e dimostrare invece che esse «incarnano il conflitto fra diritti individuali e interesse pubblico».  Un conflitto che si scatena nel momento in cui i brevetti negano il sapere in quanto fenomeno collettivo che procede per accumulazione e vi oppongono diritti privati che attribuiscono le innovazioni a singoli individui.  In questo equivoco, secondo Vandana Shiva, sta il fondamento della biopirateria, ossia «l'utilizzo dei sistemi di proprietà intellettuale per legittimare il possesso e il controllo esclusivi di risorse , prodotti e processi biologici utilizzati

per secoli nelle culture non-industrializzate».  Le quali si trovano all'improvviso private dell'enorme ricchezza della propria biodiversità, spesso unica loro garanzia di sussistenza. Il continente indiano è il più grande esportatore mondiale di riso aromatico superfino, il basmati, coltivato da secoli e gelosamente custodito.  Nel 1997 la Rice Tec Inc., con sede in Texas, ottenne il brevetto numero 5663484 sui chicchi e sul patrimonio genetico del riso basmati: un brevetto che, se rigorosamente applicato, vieterebbe ai contadini di coltivare, senza il permesso e il versamento di royalties alla Rice Tec, le varietà di riso sviluppate da loro e dai loro avi nel corso dei secoli.  Ed è solo un esempio tra i tanti. Le leggi internazionali, secondo l'autrice, non possono ignorare tali distorsioni.  Per questo essa si fa portavoce delle rivendicazioni di numerosi movimenti di cittadini che, in tutto il mondo, chiedono un congelamento del Trips per permetterne la revisione prima che tale accordo venga applicato ai Paesi in via di sviluppo.  Una revisione che tenga conto del dibattito in corso sui temi dei brevetti sulla vita, e che agevoli l'introduzione di un rigoroso protocollo sulla biodiversità, «per mantenere un equilibrio tra diritti e responsabilità nel settore delle biotecnologie».
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