RASSEGNA STAMPA

17 FEBBRAIO 2002
CLAUDIO MAGRIS
La doppia eclissi delle responsabilità

Se fossi parroco o ufficiale dello stato civile che celebra i matrimoni, regalerei agli sposi il libro di Lou Andreas-Salomé sui personaggi femminili di Ibsen, perché fa capire a fondo il senso dell'amore, dell'esistenza condivisa nell'avventura quotidiana sempre nuova. Non so invece a quale titolo potrei regalare a chi si occupa e si appassiona di politica lo smilzo capolavoro di Max Weber "La politica come professione" - la parola tedesca, Beruf, evoca pure, con pathos religioso protestante, la vocazione, quasi una chiamata. Nelle poche pagine di questo geniale saggio, Weber traccia il confine tra la sfera di ciò che è razionalmente dimostrabile e quella dei valori, delle fedi e degli affetti, i quali costituiscono una certezza vissuta nell'animo e talvolta un ideale supremo, ma dei quali non si può pretendere di dare una dimostrazione logica, senza che perciò essi siano meno importanti. Tale chiarezza è l'essenza della laicità; questa infatti non significa, come stupidamente si ripete, mancanza o negazione di fede religiosa, bensì distinzione tra ciò che è oggetto di ragione e ciò che è oggetto di fede, a prescindere dal fatto di professare o meno quest'ultima. Il sommo giurista e cattolicissimo Arturo Carlo Jemolo, che andava a messa ogni mattina, era un grande laico, sostenitore della rigorosa distinzione fra Stato e Chiesa e difensore della scuola pubblica da ogni ingerenza clericale.

Nel suo libro Max Weber distingue due modi fondamentali dell'agire politico, ispirati rispettivamente all'etica della convinzione e all'etica della responsabilità. Chi segue la prima, cerca di agire obbedendo sino in fondo solo ai propri principi e senza lasciarsi turbare dalle conseguenze del proprio comportamento. Ad esempio il pacifista intransigente, convinto che per nessuna ragione si possa uccidere, non verserà per nessun motivo il sangue altrui, nemmeno se così facendo lascerà libero campo alla vittoria di un nemico efferato pronto a sterminare le sue vittime inermi: se per fermare Auschwitz è necessario bombardare città tedesche e dunque uccidere vecchi e bambini innocenti, chi segue l'etica della convinzione non lo farà, pur sapendo di offrire così in sacrificio non solo se stesso, ma anche altri innocenti indifesi. Chi si ispira all'etica della responsabilità pensa invece non solo alla purezza dei suoi valori, ma anche soprattutto alle conseguenze dei suoi atti. Se la città affidata alla sua difesa sarà passata a fil di spada qualora egli, in quanto convinto che chi di spada ferisce di spada perisce, non snudi la sua per proteggerla, egli la estrae dal fodero e la vibra, malvolentieri ma con forza, sulla testa del primo attaccante che si presenta minaccioso sulle mura. Non si preoccupa tanto di salvare l'immacolatezza della propria anima, quanto di salvare il mondo e gli altri.

Entrambi i comportamenti hanno i loro meriti e i loro pericoli. L'etica della convinzione, altissima testimonianza e lievito della coscienza, può degenerare in fanatismo astratto o in compiaciuto narcisismo; quella della responsabilità nell'ignavia e nel più abietto e generalizzato compromesso, nella viltà di chi dice "tengo famiglia" e si tira indietro.

Oggi si assiste a un'eclissi dell'etica della responsabilità. Si potrebbe forse dire, generalizzando, che la destra è spesso cinicamente responsabile e la sinistra giulivamente irresponsabile. La prima se ne frega dei principi e persegue coerentemente i propri obiettivi e i propri interessi, nelle forme e nei modi che sembrano più adeguati al raggiungimento di tali scopi. Se qualcuno, al suo interno, vilipende il tricolore e qualcun altro lo sventola di continuo, essa non si lacera pubblicamente in polemiche sul valore della bandiera, di cui assai poco le importa, perché esibire questo conflitto nuocerebbe ai suoi interessi. La sinistra è piena di gente vogliosa soprattutto di dire la sua, di gridare i propri sentimenti, le rabbie, le delusioni e di esibire la nobiltà e la sensibilità della propria anima bella, senza preoccuparsi se i modi e le forme in cui ciò avviene oggettivamente aiutano oppure ostacolano l'affermazione e la difesa di quei valori in cui si crede e per i quali si combatte e per i quali, se veramente si crede in essi e non solo nel proprio stato d'animo, bisognerebbe essere pronti a sacrificare qualcosa, anche - se necessario - le effusioni del proprio stato d'animo.

Naturalmente solo di volta in volta si può e si deve giudicare se proteste e lacerazioni sono giuste o sbagliate, moralmente doverose per rinnovarsi o irresponsabilmente narcisiste; se è opportuno gridare o tacere, far scoppiare lo scandalo - è necessario che avvengano scandali, dice il Vangelo - oppure serrare i ranghi. Il vecchio Partito comunista aveva una eccezionale etica della responsabilità, eroicamente capace di sacrificio ma spesso protratta oltre il lecito, sino a sacrificare non solo se stessi ma anche gli altri e a coprire infamie per il bene della causa. In quel caso era necessario gridare, denunciare ciò che andava denunciato a costo di qualsiasi conseguenza, perché in certi casi vale il detto "pereat mundus et fiat justitia", perisca il mondo e sia fatta giustizia.

Ma quel senso di responsabilità, liberato da ogni dottrinario fanatismo, rimane la premessa di ogni autentica azione umana e politica; se sparisce, non resta niente. Se il tiro al bersaglio sui propri leader, per vere o presunte carenze di normale amministrazione, diviene un diffuso sport gaiamente autolesivo, la partita è perduta e una forza politica si trasforma in un luna park in cui si tirano quattro palle per un soldo. A ciò concorre la demagogia - usata dalla destra con sapiente volgarità - mai imperante come oggi nella nostra società, tanto più cinica quanto più sbandiera la pappa del cuore e la retorica dei sentimenti, esalta ogni posa pseudoartistica, premia ostentate e innocue trasgressioni. In questo clima sentimentaloide, chi lavora - anche chi dirige un partito - ispirandosi alla responsabilità appare spesso grigio e prosaico, un impiegato o un padre di famiglia che faticosamente fa quadrare il bilancio. Ma Kafka e Svevo, scrupolosi impiegati, non erano meno poeti di D'Annunzio o Hemingway e certo più poeti degli imitatori pacchiani di quei grandi, persuasi che bastasse fare a pugni o atteggiarsi a esteti per essere Hemingway o D'Annunzio.

Responsabilità significa pagare il prezzo e la rinuncia che ogni azione richiede, non pretendere moglie ubriaca e cantina piena. Chi, ad esempio, crede - a torto o, secondo me, a ragione - che l'attuale governo sia un male grave per l'Italia dovrebbe far di tutto (compresa qualche rinuncia ai propri obiettivi particolari e ai propri impulsi istintivi) per unificare tutte le forze politiche che si oppongono al governo, cosa che è indispensabile per poterlo domani battere alle elezioni. Se non si è disposti a questo piccolo sacrificio, se l'affermazione della propria particolarità è più importante dell'abbattimento del governo, non si può dipingere quest'ultimo come il male.

La vita politica è fatta in tanti luoghi, egualmente legittimi purché rispettosi delle leggi e delle regole fondamentali della democrazia: in Parlamento, nelle piazze, nelle sedi dei partiti, nelle associazioni, nella testimonianza resa nel proprio lavoro. In ogni caso, quel che conta o dovrebbe contare è tornare a casa, la sera, contenti non solo di aver cantato le canzoni che commuovono il nostro cuore o di aver tuonato contro l'avversario, ma soprattutto, se possibile, di aver convinto almeno un elettore della parte avversa a cambiare la prossima volta il suo voto.
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