![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 16 FEBBRAIO 2002 |
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Il pessimismo scientifico di Horgan: là
coscienza è troppo complicata per riuscire a conoscerla
John Horgan è un signore
che, fino a qualche tempo fa, compilava onestissimi articoli di divulgazione
scientifica per Scientific American. La sua visione del mondo era integerrima:
gli scienziati lavorano nei laboratori e effettuano scoperte sempre nuove, e
i giornalisti scientifici (come Horgan) ne danno una comunicazione
semplificata alla gente. Nel 1989,
Horgan ha l'occasione di intervistare Roger Penrose, uno dei più eclettici
scienziati europei. Penrose aveva appena
scritto un libro ambizioso, La mente
nuova dell'imperatore, in cui tentava di utilizzare la meccanica
quantistica per illuminare l'oscurità del mistero filosofico della coscienza.
Horgan chiede a Penrose se si
può sperare che la scienza fornisca un giorno la «risposta finale» a tutte le
questioni, la teoria che spieghi tutto quel che c'è da spiegare. Penrose risponde di sì; e aggiunge: «anche
se forse ciò è troppo pessimistico».
Horgan non capisce il commento, e ne chiede ragione. Penrose chiosa ridacchiando che «risolvere
enigmi è un'occupazione meravigliosa, e se fossero tutti risolti sarebbe una
bella noia». Horgan. esce inquietato
da quella conversazione; ha sempre ritenuto che scoprire la verità fosse
sommamente augurabile, e ha anche sempre pensato che la scienza fosse
un'avventura interminabile (La ricerca
non ha fine è il titolo dell'autobiografia intellettuale di Karl
Popper). Ma, forse, le cose non
stanno così. Forse, la scienza non è
immortale.
In breve tempo, Horgan
diviene «ossessionato» dalla fosca profezia di Penrose. Ora è in grado di
collegare alcune idee: è proprio perché la scienza funziona così bene, che
presto terminerà. Le grandi conquiste
teoriche degli ultimi due secoli (Darwin, Einstein, Watson e Crick)
sono orinai indiscutibili: nessuno può più metterne in dubbio la correttezza
fondamentale, e si può sperare soltanto di perfezionare qualche particolare
secondario. E' certo che non vi saranno mai più rivoluzioni scientifiche di
grandi proporzioni. Quando tutte le
principali scoperte sono state compiute, gli esploratori restano
disoccupati. Horgan inizia a vedere la
fisica e la biologia al pari dell'anatomia e della geografia: discipline che,
a un certo punto, e una volta per tutte, sono destinate a esaurire il loro
dominio. Già nel 1969, Gunther Stent
aveva teorizzato in The coming of the
golden age che l'aumento esponenziale
del ritmo dei progressi scientifici non è di per sé una garanzia di lunga vita
per la scienza: al contrario, se qualcosa inizia a procedere sempre più
velocemente, diviene sempre più imminente il momento in cui esso si
schianterà contro le barriere che da sempre ne limitavano l'orizzonte. Sulle orme del pessimismo millenarista di
Stent, Horgan scrive nel 1996 un libro intitolato La fine della scienza (bestseller mondiale tradotto Adelphi), in cui illustra la sua tesi secondo cui i vari settori della
conoscenza sono, come miniere dai filoni ormai svuotati, presso le quali
continuano ad aggirarsi scienziati testardamente affannati di innovazioni non
più possibili. Horgan ritiene che
alcuni scienziati contemporanei dal carattere forte e incisivo siano stati
particolarmente sfortunati a nascere oggi anziché in passato. Oggi essi sono impotenti. Sono nati in ritardo e possono sfogarsi
solo facendo filosofia (Horgan la chiama «scienza ironica»), come peraltro è
capitato a Penrose.
Si
può, osservare che, se la scienza è alla fine, anche la divulgazione
scientifica dovrebbe (conseguentemente) essere al crepuscolo. In particolare,
il libro di Horgan sulla fine della scienza dovrebbe essere, a rigore, l'ultimo
libro che Horgan possa scrivere sulla scienza.
Invece, Horgan non si ferma, e scrive un altro libro, in Italia pubblicato
da Cortina: La mente inviolata.
In un certo senso, Horgan ha ragione a dedicare alle scienze della
mente la pubblicazione ulteriore. La
situazione delle scienze della mente è nettamente diversa da quella delle
altre scienze. Lungi dall'avere completato la loro missione conoscitiva, esse
non hanno ancora saputo mantenere neanche le più timide fra le promesse iniziali. Sul fenomeno della coscienza, sull'origine
del linguaggio, sulla natura dei concetti e del ragionamento, ignoriamo
pressoché tutto, e disponiamo soltanto di vaghe e aurorali ipotesi.
Ma, precisamente, ci
aspetteremmo che Horgan legga questa assenza di sapere come la garanzia della
possibilità di un progresso scientifico futuro (lui, che interpreta la
conquista di un sapere soddisfacente come il segno della fine di tale
possibilità). Invece, Horgan sceglie
una mossa diversa e, invariabilmente,
pessimistica. Secondo il suo parere,
la ragione per cui le scienze della mente non sono approdate a molto, finora,
è che la mente è troppo difficile da conoscere. Così, i fallimenti passati diventano la migliore dimostrazione
della necessità dei fallimenti futuri. Questa
tesi non è nuova: Colin McGinn è un filosofo divenuto celebre soprattutto
per aver sostenuto che il problema mente-corpo trascende le capacità umane di
comprensione; e si può argutamente far notare che, se la mente fosse un
oggetto sufficientemente semplice da poter essere capito, sarebbe anche troppo
poco intelligente per riuscire a capirsi.
Ciò che appare contorto, è la convivenza. in Horgan di due atteggiamenti
inconciliabili. Egli pretende che, se
in un campo si sono fatti progressi, quel campo sarà presto improduttivo per
esaurimento delle verità disponibili alla scoperta; e se, d'altra parte, in, un
campo non si sono fatti progressi, quel campo sarà per sempre improduttivo,
poiché le verità che nasconde sono inattingibili. In questa visione del mondo c'è qualcosa che non va. Applicato in ciascun momento storico,
questo sofisma spingerebbe a negare ogni possibilità di evoluzione della
conoscenza. Il libro di Horgan va letto
depurandolo della sua filosofia negativa. E' vero che la coscienza è a
tutt'oggi un mistero; ed è anche vero che l'attuale assetto concettuale delle
scienze naturali non permette di intravedere una soluzione. Ma forse una grande rivoluzione categoriale
ci permetterà di riuscire a parlare in modo oggettivo di quelle entità
soggettive che sono i nostri stati mentali coscienti. Intanto, possiamo guardare con favore al
lavoro delle scienze cognitive, che tentano di fornire spiegazioni incipienti
di molti aspetti della mente i quali in precedenza facevano blocco unico con
l'enigma centrale della coscienza, e i quali ora ci appaiono faticosamente
isolabili e parzialmente illuminati (si pensi alla memoria, o alle immagini
mentali). Manca una teoria
dell'integrazione delle varie capacità mentali. Ma non c'è motivo per essere certi che non la troveremo. Horgan ha ragione: dell'inconscio non
sappiamo nulla; e se ci basiamo ancora sull'ortodossia freudiana, a cento anni
di distanza, non è perché abbiamo ottime ragione per credere a Freud, ma
piuttosto perché non abbiamo teorie rivali plausibili a cui rivolgerci. Eppure, il mondo pullula di studiosi che
hanno detto e stanno dicendo cose importanti sull'inconscio o sulla possibilità
di fornire teorie dell'inconscio più in linea con una visione darwiniana della
storia della mente umana. Il punto
problematico di tante teorie psicologiche e psichiatriche non è di non
distaccarsi a sufficienza da Freud, ma di non riuscire a dotarsi di rigore
scientifico. Si tratta di teorie capaci
di spiegare qualsiasi fatto possibile.
Proprio questo le rende non scientifiche: non c'è alcun fenomeno il cui
verificarsi esse siano capaci di escludere.
Il loro guaio non è di spiegare troppo poco, ma di spiegare troppo.
Tuttavia, riuscire a fornire teorie psicologiche che siano più disciplinate, falsificabili e predittive, è un obiettivo ragionevole, per nulla spropositato (rispetto al quale la simulazione al computer può essere un aiuto importante); riuscire a fondare un metodo scientifico per la psichiatria è una meta non impossibile; e questi possono essere i progressi che ci attendono in un settore, le scienze della mente, che è in piena accelerazione. Un terreno né esaurito, né sterile: soltanto coltivato male fino ad oggi.