RASSEGNA STAMPA

12 FEBBRAIO 2002
PAOLO ROSSI
Viaggio per riconoscere per riconoscere l'«altro»

Tre volumi sui fondamenti della tolleranza in Europa dedicati ad Antonio Rotondò

I libri pubblicati in onore di un maestro che si avvia alla pensione sono in genere raccolte di saggi nei quali autori più o meno illustri scrivono delle cose di cui si occupano, o si sono occupati in passato, dedicando le loro pagine al collega da onorare.  Moltissimi tra questi Festschrift (come è ovvio) contengono contributi importanti, ma è davvero molto raro che uno di questi libri possa apparire al lettore come un'opera organica, scritta da più autori, intorno a un tema o a un nucleo di problemi ben delimitato.

I tre volumi (ciascuno di circa 400 pagine) che compongo­no quest'opera (intitolata La formazione storica dell'alterità, Leo Olschki Editore, Firenze 2002, pagg. 1.226 in tre volumi, euro 92,96) sono rispettivamente dedicati al Cinquecento, al Seicento e al Settecento e hanno per oggetto la storia del­l'idea e della pratica della tolleranza nella storia euro­pea. Il termine "alterità" è sinonimo di diversità, desi­gna ciò che non appare co­me immediatamente accetta­bile, coerente con i Valori e i linguaggi di un determinato gruppo sociale.

Come si è formato il concetto di ciò che chiamiamo alterità?  Come è nata e come si è lentamente, ma progressiva­mente, rafforzata nella cultura europea l'idea che l'alterità vada sconosciuta anziché eliminata e combattuta?  Come è nata la percezione di una positività delle differenze?  Ripercor­rere questi temi (come notano i curatori nella breve premessa che apre i volumi) equivale ad affrontare i nuclei centrali della storia moderna.  IL tempo in cui l'Europa intraprese la conoscenza dei continenti e delle altre culture, fu anche il tempo drammatico della rottura di una unità religiosa dalla durata millenaria.  Attraverso un processo lentissimo e discon­tinuo, nel corso di tre secoli, si fecero s"& e si affannarono le tesi di una pacifica convivenza e il riconoscimento dell"'altro" divenne infine una connotazione morale, un valore irrinunciabile.  Alla sua affermazione dettero un contributo decisivo utopisti di varia provenienza e natura, costruttori di progetti di pace universale, teorici della libertà di coscienza, esuli e dotti perseguitati, in particola­re quegli eretici italiani del Cinquecento, quei "cristiani senza chiese" ai quali Delio Cantimori, nel lontano 1939, dedicò un libro che fu, in Italia e in Europa, alla prima origine di una mole grandissima di ricerche.

Una storia rivolta a trattare questi temi e a questi problemi si configura, quasi di necessità, come una storia delle idee che attraversa i confini di discipline costituite: la storia delle religioni, la storia politica, la storia del diritto, la storia della filosofia.  Gli autori che hanno collaborato a quest'opera, che è destinata a rimanere come una tappa importante in un lungo cammino di studi, sono quarantadue.  Hanno differenti origini disciplinari, differenti nazionalità, appartengono a generazio­ni diverse.  Sono stati tenuti assieme, in un'opera che è forse risultata più organica di quanto non avessero osato sperare, non solo dell'ammirazione e dall'affetto per un maestro come Antonio Rotondò, ma dalla salda convinzione che la costru­zione di una coscienza europea deve essere ugualmente e fortemente lontana sia da ogni forma di invadente arroganza sia da ogni tipo di masochistica rinuncia alla propria (e molto faticosamente conquistata) identità.
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