![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 9 FEBBRAIO 2002 |
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Nell'ottobre
del 1928, quando Sraffa aveva appena incominciato a insegnare a Cambridge,
Keynes scriveva alla moglie, Lydia :
«Ho appena avuto una lunga conversazione con Sraffa sulla sua ricerca: è molto
interessante e originale, ma chissà se i suoi studenti capiranno... Da quando
gli ho detto che forse aveva scoperto qualcosa di importante, è in un continuo
stato di eccitazione: non riesce a star fermo, va su e già per la stanza,
rimuginando continuamente pensieri e idee.
Non
riesce però a metter niente per iscritto, perché appena ci prova, si deve
alzare e mettersi di nuovo a camminare».
La profezia di Keynes si rivelò giusta: le "idee" di Sraffa
richiesero più di trent'anni per essere comprese, anche per la buonissima
ragione che richiesero trent'anni per essere giudicate da Sraffa pronte per
essere pubblicate.
Gli
studenti che seguirono a Cambridge il corso sulla teoria del valore, tra il
1928 e il 1931, sentirono da Sraffa la storia dell'evoluzione del concetto di
costo di produzione nella teoria economica.
Questo si era trasformato dalla sua accezione nell'economia politica
classica di costo "reale", cioè di beni fisicamente necessari
affinché la produzione abbia luogo, a quella della teoria marginalista, di
sforzo e sacrificio. Dalle due definizioni di costo - insegnava Sraffa -
derivavano due opposte spiegazioni dell'origine del profitto: la prima come
sovrappiù ri spetto ai beni necessari
(soprattutto quelli che entrano nel salario) e l'altra come ricompensa al
capitalista per l'astinenza" dal consumo presente. Ma derivano anche due
diverse concezio ni della teoria
economica: scienza fondata su grandezze economiche misurabili, per i "classici", scienza fondata
sulle motivazioni degli agenti economici, per i marginalisti.
I
due studenti più famosi di quel corso nel 1928, Richard Kahn - l'allievo
prediletto di Keynes - e Joan Robinson -
la più nota forse tra gli economisti della scuola di Cambridge -
scelsero
di sviluppare "una" delle linee di ricerca che venivano lì
indicate. Si trattava di un'idea che
Sraffa aveva appena abbozzato in un articolo comparso nell'«Economic Journal»
del 1926, che gli aveva fatto guadagnare il favore di Keynes e il posto di
insegnamento a Cambridge.
Sraffa
negava che nel mercato valessero le leggi della concorrenza perfetta, nella
forma che Marshall - il padre fondatore degli studi economici a Cambridge -
aveva reso canonica, sulla base delle curve di domanda e di offerta. Queste leggi erano logicamente
contraddittorie e in contrasto con l'osservazione dei fatti. Era molto meglio, sosteneva Sraffa, fare
caso mai l'ipotesi che il mercato fosse composto da imprese monopolistiche,
perché così si sarebbe visto che il vincolo all'espansione della produzione è
la domanda non i costi.
Richard
Kahn, che con un lavoro sulla struttura dei costi nell'industria cotoniera
inglese divenne "fellow" del King's, e Joan Robinson, che con un
libro costruito sull'ipotesi dell'articolo del 1926 ottenne il riconoscimento
accademico, applicarono entusiasticamente quell'idea di Sraffa, avviando la
cosiddetta rivoluzione della "concorrenza imperfetta". I risultati si
rivelarono piuttosto come un tentativo di salvare la teoria marshalliana dalla
critica di Sraffa, e non sorprende che Sraffa ne prendesse subito le
distanze. Poi però la seconda
"rivoluzione" della scuola di
Cambridge, quella a opera di Keynes, incanalò l'attenzione e gli sforzi di
quei due "studenti" in altra direzione.
Si
consuma qui la possibilità di Sraffa di comunicare, e dei suoi interlocutori di
comprendere, il senso profondo della "sua" rivoluzione, la terza a
prender vita in trent'anni di teoria economica a Cambridge, come apparve chiaro
solo con la pubblicazione di Produzione
di merci a mezzo di merci nel 1960.
Ma
ritorniamo al 1928, quando «le proposizioni principali - come si legge nella
prefazione - erano state formulate».
Dopo tre anni di angosce - per
non voler o non poter insegnare - Sraffa decide di dare le dimissioni
dall'incarico; nello stesso anno si dimette anche dalla cattedra italiana che
aveva a Cagliari, per non prestare giuramento di fedeltà al fascismo. Dal 1931 è solo Bibliotecario della Marshall
Library, e dal 1935 e per i successivi trent'anni circa è «vicedirettore di
ricerca», un posto "inventato" da Keynes per trattenerlo a Cambridge.
Nel
1939 gli viene offerta un'altra possibilità, di diventare "fellow"
del Trinity, il più prestigioso college di Cambridge, che oggi annovera tra i
suoi membri il maggior numero di premi Nobel.
Anche in questo caso, la decisione di Sraffa se accettare la
"fellowship" è tormentata.
Pesavano molti elementi di segno contrario: la difficoltà di argomentare
un rifiuto che a tutti sarebbe apparso inspiegabile e il timore di pregiudicare
le possibilità di Maurice Dobb, l'economista marxista con cui Sraffa
collaborerà nell'edizione delle Opere di
Ricardo. Ma forse giocavano snobismo
nei confronti della carica di chi rimase sempre estraneo ed estraniato dal
mondo di cui faceva parte. «Mi ripugna
l'atteggiamento di molti qui a Cambridge nei confronti di una
"fellowship" - scriveva a Joan Robinson nel febbraio del 1939 -, la
smania di chi la vorrebbe e la bora di chi ce l'ha. E' lo stesso atteggiamento che alcuni hanno verso i titoli e le
onorificenze, che è, una delle cose che meno sopporto al mondo» .
Ma
alla fine Sraffa accettò e il Trinity divenne il luogo dove egli poi trascorse
tutta la vita, e alla fine di questa, il college fu il destinatario del suo
lascito, delle sue carte e della sua straordinaria biblioteca.
Il
rapporto di Sraffa con l'università di Cambridge fu complesso, contraddittorio
e intenso e va visto nel contesto più generale del rapporto ambiguo che Sraffa
ebbe verso l'accademia. Certamente
influì l'incertezza: la carriera accademica di Sraffa fu segnata infatti da
grandi riconoscimenti, ma anche da grande insicurezza. Dall'ottenimento della
cattedra in Italia in giovanissima età, ai primo incarico a Cambridge, alla
perdita del posto di lavoro e all'oscillazione continua della decisione di
rimanere a Cambridge o ritornare in Italia.
Quando
venne reintegrato nell'università italiana nel 1950, cercò disperatamente che
gli venisse semplicemente confermato lo status con cui aveva lasciato l'Italia
nel 1927, «comandato dal ministero degli Esteri all'insegnamento all'estero»;
riuscirà a ottenerlo solo nel 1970, vent'anni dopo.
Ma oltre alla precarietà
della sua posizione, quanto pesarono circostanze esterne e quanto fu un
conflitto interiore? Nel marzo del 1935, quando cercava di gli accettare
l'incarico di
«vicedirettore
di ricerca», Keynes a un certo punto sbottò con la moglie. «Piero è in pieno
disfattismo: vuole gettare la spugna e lasciare Cambridge, anche se muore dalla
voglia di restare; e non vuole alzare un dito per aiutarlo a salvargli il
posto. Anche Ludwig Wittgenstein dice che si comporta come un ragazzino
difficile. Ma si tratta solo
dell'intensità di un sentimento oscuro, irrisolto e viscerale».
Forse
questo sentimento può essere ricondotto al desiderio di Sraffa di dedicarsi
interamente ad "altri" interessi e passioni: la politica, l'economia,
la cultura e collezionare libri. Però
tutto al livello massimo di perfezione.
Anche per questi aspetti di Sraffa per anni gli economisti italiani sono
andati a studiare all'Università di Cambridge.