RASSEGNA STAMPA

9 FEBBRAIO 2002
RICCARDO CHIABERGE
[Le prediche inutili di un popperiano

In «Principi liberali», Dario Antiserí ci propone alcune semplici, scomode verità

Chi vede nel liberalismo la divisa ideologica dell'Impero Globale, il rullo compressore della diversità, una specie di McDonald's del pensiero, o peggio una foglia di fico per nobilitare arroganza e illegalità, si legga il bel manualetto che Dario Antiseri ha appena sfornato dall'editore Rubbettino, Principi liberali.  Sono poco più di cento pagine, ma c'è dentro tutto l'essenziale, compreso quello che tanti «liberale dell'ultima ora mostrano di non avere ancora letto né capito.  Un florilegio di massime e citazioni prese a prestito da varie fonti, a cominciare da Popper e dagli altri padri nobili della scuola austriaca di cui Antiseri è un appassionato discepolo. E' più importante l'individuo o la società?  Esiste la verità assoluta?  Che cosa significa economia di mercato?  In che consiste l'uguaglianza delle opportunità?  Perché la discussione è il sale della democrazia?  Sono alcune delle domande alle quali questo «breviario laico» cerca di dare una risposta.  Il punto di partenza, il vero principio fondante dei liberalismo, è la consapevolezza dei limiti della conoscenza, e dunque della fallibilità umana. «Razionale - diceva Popper - è una persona a cui importa più di imparare che di avere ragione».  Solo la competizione tra visioni diverse del mondo ci mette al riparo dalle mire autoritarie di chi pretende di realizzare il paradiso in terra.  La società perfetta è la negazione della società aperta. E' ancora Popper ad ammonire: «Non esiste un uomo che sia più importante di un altro uomo». «Diversamente dal conservatore che si affida a uomini che reputa superiori - scrive Antiseri - il liberale è consapevole non solo della nostra fallibilità, ma anche della nostra ignoranza - e, di conseguenza non va alla ricerca dell'eletto che deve comandare, cerca piuttosto di individuare e costruire le regole (o istituzioni) che permettono di controllare chi comanda.

L'homo liberalis non si sente a suo agio con nessuna casacca.  Preferisce il mercato allo statalismo perché sa che senza economia di mercato non ci può essere Stato di diritto. «Chi possiede tutti i mezzi stabilisce tutti i fini».  Il che vale, beninteso, non soltanto per i despoti e i pianificatori alla sovietica, ma anche per i governanti democratici, ogni volta che il loro potere tende a tracimare.  Ancora: è appiattimento o uniformità degli esiti, ma parità dei punti di partenza.  La società aperta premia il merito e combatte i privilegi.  E quanto alla giustizia, i due cardini di un sistema liberale sono l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e l'indipendenza della magistratura. «Un paese nel quale i giudici non siano o non si sentano davvero indipendenti, i quali non siano chiamati a giudicare in nome della pura giustizia, anche contro le pretese dello stato è un paese senza legge, pronto a piegare il capo dinanzi al demagogo prima venuto, al tiranno, al nemico». Questo scriveva nel 1942 un pericoloso sovversivo di nome Luigi Einaudi. Nel citarlo, obietterà qualcuno, l'autore avrebbe dovuto precisare che in quei tempi erano le tempeste belliche, non quelle giudiziarie, a impensierire le coscienze.  Ma di Antiseri tutto si può dire, tranne che sia un girotondino o un giustizialista. E' il filosofo italiano che più di ogni i altro si è battuto, in anni non sospetti, per sdoganare Popper dal limbo in cui l'aveva segregato l'establishment di sinistra.  Ha le credenziali a posto per dare lezioni di liberalismo, senza bisogno di strafare come certi zeloti freschi di conversione, pronti a calpestare i principi per compiacere i principi. Peccato che nel clima di questi giorni anche le sue, come quelle di Einaudi, siano condannare a restare «prediche inutili».
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vedi anche
Filosofia (e) politica