![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 9 FEBBRAIO 2002 |
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SALVATORE NATOLI DESCRIVE SOLITUDINI E DOLORI NASCOSTI CHE
AFFLIGGONO L´UOMO D´OGGI: MA LA FILOSOFIA NON DOVREBBE RIDURSI A UN
RASSICURANTE "LIBRO DI CONSIGLI"
L´attività filosofica è basata su un equivoco. La sua sostanza è critica, immaginosa, sovversiva; i suoi risultati sono sottili, scomode obiezioni a quanto tutti hanno sempre creduto, pazienti e metodiche difese di conclusioni paradossali, elaborate ricognizioni di mondi possibili e radicali utopie. Il suo scopo è liberare il pensiero, e magari anche l'azione, dalle strettoie dell'abitudine, dalla palude dell'inerzia. Ma difficilmente questa sostanza, questi risultati e questo scopo vengono presentati come tali, forse perché pochi (anche fra gli stessi filosofi) prenderebbero sul serio un gioco così risolto in se stesso, una ricerca così gratuita di differenza, di novità, e molti ne rifiuterebbero i rischi: quelli che sempre si accompagnano ai giochi più estremi e audaci e che qui coinvolgono qualcosa di più dell'integrità personale. Diventa allora opportuno dipingere l'invenzione, la creatività, il sogno come scoperta di una verità più vera, di una realtà più reale, di una giustizia più giusta. L'equivoco non è grave se rimane alla superficie. Cartesio può anche dichiarare, ed essere convinto, di offrire ai suoi contemporanei un fondamento di assoluta fermezza per l'edificio nel quale già abitavano (e in cui possono dunque continuare tranquillamente ad abitare); quel che importa è che, in contrasto con le sue dichiarazioni, abbia lasciato in eredità un mare di aporie. Talvolta però l'equivoco viene creduto fino in fondo, e il filosofo non solo si atteggia a sapiente ma si lascia guidare da tale atteggiamento. Cerca tesi su cui tutti possano andare d'accordo e finisce schiacciato sulle opinioni correnti; si sforza di dare preziosi consigli e non fa che ripetere formule già note. Queste considerazioni mi sono state suggerite da Stare al mondo, di Salvatore Natoli, un autore per il quale ho un profondo rispetto ma che qui è rimasto vittima dell'immagine sapienziale di facciata della sua disciplina. In trentadue capitoletti "si addentra nel paesaggio umano della nostra civiltà, descrive le solitudini che affliggono gli uomini contemporanei, gli abbandoni, i dolori nascosti e spesso risucchiati dal vortice chiassoso della società". Il motto del libro è la famosa frase di Hegel secondo cui ciascun individuo è figlio del suo tempo e la filosofia è il proprio tempo appreso con il pensiero. Il che può anche andar bene, purché si ricordi che ci sono figli ribelli e degeneri e che "apprendere" talvolta vuol dire stravolgere e rivoluzionare (come spesso fa Hegel). Ma Natoli si comporta da bravo ragazzo e, nonostante alcune riflessioni conclusive sull'ironia socratica, nel corpo del libro enuncia affermazioni e svolge ragionamenti di sconfortante buon senso. Afferma per esempio che "il fondamentalismo religioso non è di per sé terrorismo" ma "certo lo favorisce"; che "una democrazia è effettivamente tale solo se tende a includere progressivamente gli esclusi"; che "confondiamo utilitarismo con egoismo, quando invece l'utilitarismo, perlomeno nella sua versione più scaltrita e moderna, è altruista"; che "l'uomo è il solo animale che è riuscito a sopravvivere, a specializzarsi nelle sue funzioni, a perfezionarsi nel suo essere unicamente attraverso l'artificio"; che "la società dei servizi è nata insieme al dissolversi delle comunità"; che "l'insegnamento al femminile, lungi dal promuovere e qualificare le prestazioni lavorative delle donne, è venuto definendo l'insegnamento sempre più come lavoro part time"; che "un cristianesimo meno conformista potrebbe rivelarsi più attraente perfino per gli stessi non credenti". Quando parla del film American Beauty, a dispetto della retorica editoriale che definisce la sua "una straordinaria lettura", si limita in pratica a farne un riassunto. Esistono errori di cui vale la pena di parlare, perché possiamo impararne qualcosa. Questo errore è significativo ed è bene menzionarlo. Riflettendoci sopra, spero che Natoli e tutti noialtri appassionati (come lui) di filosofia ci ricordiamo che quel che ci compete è l'espressione stralunata del sognatore o magari la maschera del clown, non la tonaca del pastore di anime.