![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 5 FEBBRAIO 2002 |
|
"I processi di globalizzazione minano alla base lo stato-nazione
che non scompare ma deve rispondere a una sovranità sovranazionale, a una rete
di poteri. L'impero non coincide con gli Stati uniti". A Porto Alegre un
incontro con Michael Hardt, autore, insieme a Toni Negri, di "Empire"
Michael
Hardt è un americano "atipico". Gentile e timido, parla del suo
lavoro - insegna Literature and Romance studies alla Duke University - che lo
ha portato ad appassionarsi di Gilles Deleuze prima, di Michael Foucault e
Pier Paolo Pasolini poi. E' un lettore attento a quanto si produce in
Francia, ma anche in Italia. Americano di seconda generazione, ha infatti
lontane origini italiane. Negli anni scorsi ha pubblicato un libro dedicato al
filosofo francese Gilles Deleuze - Gilles Deleuze: An Apprenticeship in Philosophy
- dove ha sviluppato una tesi, come afferma lui stesso, suggestiva, cioè che
negli anni Settanta l'Italia era il laboratorio politico dove il conflitto
sociale era la materia prima per la riflessione politica francese, cioè il
centro filosofico per eccellenza del mondo capitalistico. Ed è proprio in
quegli anni che inizia la sua collaborazione con Toni Negri, che si
concretizza nel volume Il Lavoro di Dioniso (manifestolibri). Ed è sempre alla
metà degli anni Novanta che lavora a una rassegna sul "pensiero
radicale" italiano con Paolo Virno - Radical Thought in Italy (1996) -.
Infine, due anni fa manda alle stampe un libro scritto di nuovo con Toni Negri,
- Impero, da poco pubblicato in Italia di Rizzoli - che lo fa diventare un
intellettuale noto negli Stati uniti, dopo elogiative recensioni al volume
pubblicato negli Usa dalla Harvard University Press. "Mi dà fastidio che i
giornalisti italiani mi chiedano perché ho lavorato con Toni Negri, senza
invece interrogarmi su che cosa volevamo dire con Impero", aggiunge. Parla
piano, quasi che la sua timidezza gli impedisse di alzare la voce. E
incontrarlo a Porto Alegre, mentre si sposta da un seminario all'altro, è
l'occasione per tirare il fiato e sfuggire alla bolgia della Pontificia
università cattolica. "Sono contento di essere qui. Mi sembra di respirare
finalmente aria buona, perché dopo l'11 settembre negli Stati uniti il clima è
pessimo. Mi piace invece vedere migliaia di persone che si incontrano, parlano,
discutono sulla loro vita e di come cambiarla. Certo alcune volte rimango
stordito dalle decine di incontri che si svolgono in contemporanea: altre volte
rimango invece infastidito dalla formalità che domina le sessioni plenarie.
Tutti dicono di essere d'accordo con tutti. Ma sappiamo che questo movimento è
forte perché al suo interno convivono modi di leggere la realtà e pratiche
politiche tra loro differenti, spesso confliggenti l'una con l'altra. Sarebbe
utile che si dscutesse fuori dai denti, come vedo accadere nei workshop o negli
incontri informali. Tutto ciò mi fa pensare che la definizione di rizoma
sviluppata da Gill Deleuze e Felix Guattari spiega bene la fusionalità, la
crescita e il modo di essere di questo movimento. Il movimento di critica allo
globalizzazione non ha un centro, si diffonde, ripiega, poi riprende ad
espandersi, mettendo uomini e donne in relazione tra loro. In tutto questo c'è
sensualità, intelligenza collettiva, c'è quello che in Impero abbiamo chiamato,
con una espressione suggestiva, biopolitica".
In altri
termini, l'aspetto che ti colpisce di più a Porto Alegre non sono le
conferenze, bensì i workshop e gli incontri ravvicinati, vis-à-vis?
Non so se è
proprio così. Quello che volevo dire è che mi aspettavo una divisione che,
semplificando al massimo, riguardasse la possibilità o meno di considerare lo
stato-nazione l'arena politica dove esercitare la resistenza alla
globalizzazione economica. Basta leggere i documenti di un'organizzazione
importante come Attac, dove si sostiene il ruolo centrale che devono avere gli
stati nazionali nel contrastare gli effetti perversi della mobilità del
capitale finanziario. Invece a Porto Alegre emerge un altro modo di vedere la
realtà mondiale e le prospettive politiche dei movimenti sociali. Vedi, per un
americano parlare di globalizzazione è un'ovvietà, perché è come se parlasse
del suo paese. Per un europeo invece non è così, perché nel vecchio continente
lo stato-nazione ha una lunga tradizione filosofica e politica, che ha le sue
radici nella rivoluzione inglese del XVII secolo o nella guerra dei trent'anni.
Per un uomo o una donna del Sud del mondo, la nazione ha un valore simbolico
molto alto: significa lotta al colonialismo, emancipazione dalla sudditanza
dalle nazioni ricche. In questo movimento, tuttavia, la globalizzazione
significa la messa in comune degli sforzi, delle lotte, dei conflitti per una
"buona-vita", sapendo dei legami e delle interdipendenze che ci sono
tra la propria condizione e il mondo. Un esempio banale: se ti batti contro una
multinazionale per come distrugge l'ambiente o per le condizioni di lavoro a
cui ti costringe, per essere efficace sei portato a fare i conti con la
strategia globale di quella impresa transnazionale. Ecco mi sembra che in
questo forum sociale questa consapevolezza è comune a tutti i partecipanti.
Poi, ovviamente, ci sono le differenze sull'agire politico, sull'analisi della
globalizzazione. In altri termini, questo è un movimento globale.
Insomma, il
movimento è globale perché c'è l'impero?
Lo sapevo
che saremmo arrivati a questo. Per prima cosa, ti dico che il desiderio più
grande che io ho rispetto al libro è che venga discusso e criticato per quello
che dice e non per quello che si è sentito dire. Più che un libro, è un'ipotesi
di lavoro che parte da alcune convinzioni. Mi spiego meglio. Con Toni, siamo
convinti che quello che sta accadendo è una redifinizione della sovranità. Come
dicevo prima, il concetto di sovranità nazionale è sviluppato nel
diciassettesimo secolo da filosofi come Thomas Hobbes e Cartesio. Possiamo dire,
in estrema sintesi, che la sovranità moderna serve a regolare la guerra tra
stati. I processi di globalizzazione minano alla base lo stato-nazione. Questo
non significa che lo stato-nazione scompare, ma deve rispondere a una sovranità
sovranazionale, che formalizza un potere mondiale. Recentemente, molti filosofi
della politica hanno cominciato a parlare di un governo mondiale che si
articola su più livelli e che come protagonista ha diverse istituzioni
sovranazionali. Ma più che un governo nazionale, io parlerei di una sovranità
imperiale che si manifesta come una rete di poteri, con le sue disomogeneità e
le sue gerarchie. L'impero è questo. Tenuto conto che è una sovranità che deve
rispondere a un processo di accumulazione capitalista che ha come spazio di
azione potenzialmente il mondo. Mi rendo conto che tutto questo possa apparire
solo una suggestione, ma se vediamo cosa è accaduto con l'11 settembre e
l'intervento militare contro l'Afghanistan potremmo dire che lì si è
manifestata proprio una sovranità imperiale.
Vuoi dire
che gli Stati uniti esercitano la sovranità imperiale?
L'impero non
coincide con gli Stati uniti. Guarda alla reazione dei primi giorni dopo
l'attacco alle Twin Towers. E' stata evocata Pearl Harbour, si è cercato un
nemico ed è stato trovato in bin Laden. Ma c'è qualcosa che non funziona in
tutto questo affannarsi a evocare situazioni del passato per spiegare ciò che
sta accadendo. La guerra in Afghanistan è, potremmo dire, una guerra
costituente della sovranità imperiale. Inoltre è un conflitto militare che
ricorda un'operazione di polizia, più che una guerra. In molti, a sinistra
hanno parlato di imperialismo. Non sono convinto che sia proprio così. Ma anche
qui chiarezza. L'imperialismo individuava una tendenza del capitale e della
politica statale. Quello che mi sembra di dire è che la tendenza al capitale a
controllare le materie prime, a produrre nuovi mercati rimanga, viene meno la
dinamica del rapporto tra stati descritta attraverso la categoria
dell'imperialismo. La sovranità imperiale non si esercita su un paese, ma su
tutto il pianeta, producendo di conseguenza forme inedite di dominio. Allo
stesso tempo è una sovranità che deve continuamente ridefinirsi, consolidarsi.
Per questo, la guerra è guerra permanente e, allo stesso tempo, costituente di
un ordine mondiale. L'impero è la risposta del capitale al lungo ciclo di lotte
iniziato negli anni Cinquanta con le lotte anticolonialiste e culminato con il
Sessantotto, cioè con quello che Immanuel Wallerstein ha chiamato movimento
antisistema mondiale.
Ma il
capitale ha finora avuto bisogno anche di punti di equilibrio. Può reggere a
una guerra permanente, con l'instabilità su scala planetaria?
Il capitale
risponde a una crisi avviando un processo di costituzione dell'impero. L'impero
nasce con la crisi e può riprodursi solo con la crisi. Questo non significa che
siamo a una situazione di crollo del capitalismo per le sue contraddizioni
interne. John Maynard Keynes pensava che l'instabilità del capitalismo
dovesse essere riportata all'ordine: il keynesismo è quindi, tra le tante cose,
la produzione politica di una situazione di equilibrio. Mi sembra di poter
affermare che il capitalismo oggi non ha bisogno di una situazione di
equilibrio, perché ha bisogno continuamente di innovazione creativa. La crisi è
quindi, anch'essa, una dimensione costituente di un processo lavorativo e di un
regime dell'accumulazione capitalista continuamente da modificare.
Ritorniamo
al "movimento dei movimenti". Possiamo dire che è la risposta adeguata
alla globalizzazione economica. In fondo, la sua è una pratica anch'essa
costituente di un potere che si oppone al capitalismo.
Questa è una buona suggestione. Con il capitalismo postfordista, saltano le tradizionali distinzioni tra momento economico, poltico e sociale. Quello che esercita il capitale è un biopotere. Mi sembra che questo movimento contrapponga la sua biopolitica. Non si tratta soltanto di chiedere salari più alti, migliori scuole, servizi sociali - anche se tutte cose naturalmente vanno chieste e bisogna battersi per averle. Ma questo movimento chiede una "buona vita", che è qualcosa di più della somma di buoni salari, buone scuole e servizi sociali.