![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 2 FEBBRAIO 2002 |
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Un saggio di Postman sullo strapotere della televisione
"La
politica? E' un pezzo dell'industria dello spettacolo", sosteneva Ronald
Reagan nel corso di una delle sue vittoriose campagne elettorali. Purtroppo
aveva ragione, commenta Neil Postman in Divertirsi da morire (Marsilio,
collana "I libri di Reset", 212 pagine, 9,50 euro), perché la tv ha
trasformato in maniera profonda ogni tipo di discorso pubblico, cambiando il
nostro modo di percepire la realtà. Il volume del sociologo statunitense,
docente alla New York University, analizza gli effetti del progressivo declino
della parola scritta e la trasformazione del cittadino americano in
telespettatore. Religione, sport, notizie, economia, aggiunge Postman, sono
condizionati dalle regole dello spettacolo, vengono ripensati in maniera
sistematica in termini adatti alla televisione. Con il risultato che la tv
costituisce il perno della vita sociale e intellettuale, l'impercettibile
residuo del big bang elettronico, "così integrato nella cultura e nella
vita quotidiana attuale che non sentiamo neanche più il suo sibilo e non
scorgiamo più la sua luce".
Il nucleo
centrale del saggio - apparso nel 1985 e giudicato un classico degli studi
contemporanei sui media insieme alle pionieristiche indagini di Marshall McLuhan
- è l'idea che gli strumenti del comunicare esercitano un'influenza
determinante sul modo in cui le persone interpretano la realtà, incoraggiando
un preciso uso dell'intelletto o esigendo risposte che è agevole determinare in
anticipo. Se quella che Postman definisce "mentalità tipografica",
segnata dalla supremazia di libri e giornali, rappresentava in passato una
garanzia di confronto razionale tra opinioni diverse, la tv, invece, bandisce
ogni analisi approfondita, non lascia spazio per spiegare o approfondire. E'
nella natura stessa della televisione far posto solo all'intrattenimento,
soffocando le capacità critiche degli spettatori. Un'idea ripresa nel 1994 dal
celebre saggio di Karl Popper Cattiva maestra televisione, che ritorna adesso
in libreria in una nuova edizione (sempre per Marsilio, collana "I libri
di Reset", con una introduzione di Giancarlo Bosetti).
Le ricadute
sul piano della vita pubblica americana a partire dal secondo dopoguerra sono
state enormi. Oggi, ad esempio, sarebbe impensabile avere come candidato alla
presidenza il corpulento William Howard Taft, eletto nel 1908 nonostante i suoi
centotrenta chili di peso, oppure Abraham Lincoln, soggetto a frequenti crisi
depressive e con una moglie affetta da gravi disturbi psichici. E' molto
probabile, aggiunge il sociologo, che i primi quindici presidenti degli Stati
Uniti non sarebbero stati riconosciuti se avessero passeggiato per strada, in
mezzo ai loro connazionali. Se invece pensiamo a Richard Nixon o a Jimmy Carter
la prima cosa che ci viene in mente è la loro faccia, mentre sono forse meno
netti i ricordi sulle loro opinioni. Del resto nell'era dei media elettronici,
per competere con qualche possibilità di successo a una carica elettiva di
rilievo, è importante riuscire a mostrare fascino di fronte alle telecamere.
"Dio predilige chi possiede la capacità di divertire, siano essi politici,
preti, attori, imprenditori, insegnanti o giornalisti. I meno divertenti
finiscono per essere i comici di professione", commenta caustico Postman.
L'enorme influenza della tv sull'agire quotidiano ha progressivamente ridotto gli spazi della democrazia e aperto la strada a leader più o meno carismatici, capaci di guadagnare (e mantenere) il consenso rispettando le regole dello show-business. Torna così d'attualità la cupa profezia del narratore britannico Aldous Huxley, che all'inizio degli anni Trenta nel romanzo Il mondo nuovo immaginava un futuro in cui uomini e donne sono felici di essere oppressi e adorano la tecnologia che li libera dalla fatica di pensare. Se nel più celebre 1984 di George Orwell la gente è tenuta sotto controllo attraverso un'occhiuta vigilanza poliziesca e il ricorso alla tortura, in Huxley lo stesso risultato viene raggiunto liberalizzando inutili piaceri. Proprio Huxley, teorizza Postman, insegna che la devastazione spirituale è spesso provocata da un nemico con il sorriso perennemente stampato sulle labbra. "Inaugurando l'Era della Televisione", conclude, "l'America ci permette di gettare uno sguardo su un futuro planetario simile a quello disegnato da Huxley, in cui la gente non sa più nemmeno per cosa ride e perché ha smesso di pensare".