RASSEGNA STAMPA

1 FEBBRAIO 2002
GIANFRANCO DIOGUARDI
Etica dell'impresa: egoismo con simpatia

La globalizzazione rende sempre più decisivo il rapporto fra aziende e territorio

Elementi nuovi caratterizzano oggi lo scenario imprenditoriale, sull'orizzonte del quale si collocano le questioni etiche trattate dall'avvocato Angelo Benessia e dal giurista Gustavo Zagrebelski in queste pagine. La rivoluzione apportata dalle nuove tecnologie ha informatizzato la struttura tecnologica delle imprese sia sotto gli aspetti amministrativi sia nell'ambito dei processi produttivi, elevando il grado di formazione e di cultura generale.

Il salto di qualità si deve registrare anche per la cultura d'impresa, ormai in grado di coinvolgere tutti i collaboratori, che vanno educati attraverso processi formativi tali da elevare la semplice formazione professionale per consentire un effettivo dominio di macchine sempre più "intelligenti". Si è superato così il taylorismo, che si basava sulla parcellizzazione spinta del lavoro e sulla necessità di un passivo asservimento del lavoratore rispetto agli ordini ricevuti su programmi che indicavano anche le modalità di svolgimento dei singoli compiti.

Oggi, invece, coloro che lavorano nelle imprese a quasi tutti i livelli, diventano protagonisti dell'organizzazione delle proprie attività grazie a una maggiore conoscenza dei fatti su cui operare e a una maggiore cultura individuale di base. L'impresa si è dunque trasformata, e da meccanicistica diviene organica o, per usare una metafora di Federico Bufera, studioso di questi problemi, da "castello" si trasforma in "rete".

Si può allora proporre per l'attuale struttura dell'impresa produttiva una definizione che la interpreti in quanto rete di tecnologie guidate da una rete di individui nel ruolo di knowledge worker capaci di operare come "imprenditori di se stessi" e di coordinare una rete di imprese di indotto che nel loro insieme determinano una vera e propria "macroimpresa".

La definizione fra l'altro consente di collegare il singolo individuo all'individualità di secondo livello costituita dall'impresa, trasferendo i valori individuali alla dimensione imprenditoriale che assume perciò, di fatto, una valenza sociale. I valori che si affermano nel comportamento dell'individuo vengono quindi riproposti anche nell'impresa, che a sua volta deve rendersi interprete di un'etica sancita dalle norme della società civile. Si intrecciano perciò fini economici - certamente essenziali per la vita dell'impresa - comportamento morale e responsabilità sociali, indispensabili anche per salvaguardare il contesto ambientale interno ed esterno nel quale la realtà imprenditoriale opera.

Tutto parte dall'individuo, elemento-cellula essenziale di ogni costruzione sociale. È intorno all'individuo, difatti, che si ripropongono i temi della costruzione di una cultura in grado di condizionare la qualità dei comportamenti, dai quali poi emergeranno le posizioni etiche promotrici anche di ritorni economici in termini di efficacia e di efficienza, nonché di immagine e di considerazione nell'ambiente.

Problemi nuovi, che però sanno di antico: il citatissimo Adam Smith (1723-1790), nel suo Della ricchezza delle Nazioni (1776), descriveva un mondo dominato dall'egoismo, ma spesso si dimentica che quell'aspetto del pensiero del grande economista scozzese era costantemente temperato da una così detta "simpatia" che egli riconosceva come innata negli esseri umani.

Smith aveva affrontato questo problema in un suo precedente libro, Teoria dei sentimenti morali (1752), nel quale cosi introduceva il concetto: "Per quanto l'uomo possa essere supposto egoista, vi sono evidentemente alcuni principi nella sua natura che lo inducono a interessarsi della sorte altrui e gli rendono necessaria l'altrui felicità, sebbene egli non ne ricavi alcunché, eccetto il piacere di constatarla. La parola simpatia può essere usata, senza molte improprietà, per denotare il nostro sentimento di partecipazione per ogni passione, quale che sia". Dunque, egoismo sì, ma temperato da "simpatia", che oggi va rivisitata in particolare nel mondo delle imprese affinché possano essere orientate a riscoprire nuovi sistemi di responsabilità sociale e di comportamenti etici, in primo luogo rivolti verso lo scenario ambientale.

E ciò attivando anche meccanismi imitativi, capaci di instaurare una sorta di competitività virtuosa nel costruire comportamenti, a loro volta promotori di una immagine premiante sul mercato, con conseguenti ritorni diretti sotto forma di utilità economiche. Il discorso è tanto più importante se si considera il sempre maggiore radicamento dell'impresa sul territorio di propria pertinenza, pur in presenza di un processo di globalizzazione per il quale è necessario "pensare globalmente agendo localmente". In tal senso non va dimenticato che l'impresa, per la sua stessa esistenza, trae linfa vitale dall'assunzione costante di risorse umane proprio dal suo territorio.

È perciò indispensabile che queste vengano educate anche sotto gli aspetti etici, affinché riversino poi sull'ambiente di lavoro, ma anche in quello familiare, gli insegnamenti ricevuti così da contribuire alla costruzione di un mondo migliore. Ecco la necessità di una stretta connessione fra etica ed economia, che del resto è stata più volte teorizzata da tanti importanti pensatori.

Le fondamenta sulle quali deve basarsi questo nuovo modo di intendere l'impresa e le sue strategie di sopravvivenza, non possono prescindere da una riconsiderazione della cultura sia individuale sia di ambito imprenditoriale, una cultura in grado di esprimersi attraverso il concetto di qualità come elemento che caratterizza i comportamenti e i processi gestionali. Una qualità davvero "totale" e quindi alla perenne ricerca del meglio in termini non soltanto di efficienza e di efficacia economica, ma impegnata anche a perseguire comportamenti etici che dal singolo individuo si elevino fino a plasmare lo spirito d'impresa.
inizio pagina
vedi anche
Economia