![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 27 GENNAIO 2002 |
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LA MEDICINA RIPRODUTTIVA ANCORA SENZA REGOLE
Le cronache ci hanno minuziosamente descritto l'imbarco e la partenza per l'America, su un aereo dell'Alitalia, degli embrioni congelati conservati in un contenitore metallico, simile ad un comune thermos, precisavano - assai poco poeticamente, in verità - alcuni resoconti di questo viaggio senza culla. Erano emblematicamente assenti tutti gli attori che solitamente affollano la scena della riproduzione, compreso il corpo della donna, sostituito dalle tecnologie della biologia molecolare e dai medici che hanno fatto nascere i due gemelli, i "figli della scienza", che sono ora in Italia, lontani dalla madre surrogata che li ha partoriti. Ed eccoci dunque, alla migrazione procreativa, com'era ampiamente previsto e prevedibile in assenza di un quadro normativo che regoli nel nostro Paese tutta l'incandescente materia della fecondazione assistita. Di fronte al caso della coppia italiana che è ricorsa all'"utero in affitto" (o se si preferisce, più pudicamente, ad una "madre surrogata") dobbiamo ora aspettarci le solite, insanabili divisioni tra posizioni pervicacemente ideologiche. Ma appare già un altro pericolo: quello della strumentalizzazione del desiderio di maternità. Che cosa c'è, infatti, di più "naturale", di più legittimo, di più profondamente radicato, nell'antropologia dell'umanità, del bisogno di una discendenza? E, per converso, di più doloroso del fallimento di una capacità biologica, dello scacco psicologico della coppia "sterile"? Eppure niente potrebbe essere più sbagliato che assumere questo sentimento come una bussola, come un valore di riferimento per una normativa che difenda la condizione del nascituro e della donna, della madre "affettiva" e di quella "di sostituzione"; e, in generale, la dignità della persona: che dire della commercializzazione del corpo delle donne costrette ad affittare l'utero? E, ancora, della riduzione della sua riduzione a pura macchina per procreare? C'è un altro elemento su cui riflettere. Mai, forse, il limite fisico della propria sterilità è apparso così insopportabile e inaccettabile e il problema così enfatizzato come nel nostro tempo, in cui è diventato, di fatto, un problema medico. E in cui la medicina offre, nel concreto, le possibilità di rimediare all'incapacità di generare, attraverso avanzatissime (e costose) tecniche di riproduzione artificiale, che costituiscono ormai un ambito di sperimentazione che trascende addirittura il corpo femminile. Alleata, in qualche misura, delle donne nell'assicurarle il diritto alla riproduzione, la ricerca medica in questo campo sta acquistando una crescente (e per certi aspetti inquietante) autonomia rispetto al corpo della donna, che devono essere poste in grado di decidere in piena consapevolezza e libertà, al riparo da rischi. Una ragione di più perché si arrivi al più presto a stabilire non solo criteri morali, ma anche regole tecnico-scientifiche e norme precise di garanzia per i centri di medicina riproduttiva.