RASSEGNA STAMPA

26 GENNAIO 2002
LUIGI VACCARI
“Ricominciamo dalla cura di sé"

Parla Giorgio Cosmacini, storico della medicina. Il rapporto "filantropico" medico-paziente, l'importante ruolo del dottore di famiglia e non dello specialista, le malattie "mai incurabili, semmai inguaribili"

Giorgio Cosmacini dice che non tutti reagiamo distrattamente ai segnali che ci manda il nostro corpo: "Vi sono individui talmente iperattenti che diventano addirittura patofobici e fanno motivo d'allarme di ogni minimo subliminale segnale sintomatico; sono pazienti ipersensibili che confermano l'ipotesi opposta. Le tendenze sono varie e dipendono da fattori comportamentali e psicologici inerenti all'individuo: quindi peculiari dell'individualità, che è difforme da caso a caso. Sicuramente c'è, in altri casi, una sorta di rimozione, perché la malattia è un'esperienza spiacevole e, come la morte, si pensa sempre che debba colpire gli altri: sono gli altri che si ammalano, noi stiamo bene. Il senso del sé è di autogratificazione, tutto quello che lo può mettere in crisi tende a essere allontanato, fin tanto che non diventa così assillante da imporsi in tutta la sua importanza".

Nella rimozione gioca anche la sfiducia nel medico?

"Il discorso investe la crisi della professione medica. Se il medico viene considerato un meccanico, e cioè è ridotto al ruolo di tecnico della salute che aggiusta le parti avariate del corpo, non può soddisfare appieno le attese di un individuo che sono non soltanto di natura organica, ma di natura esistenziale. Lo star bene non è riducibile esclusivamente al buon funzionamento degli organi: coinvolge la soggettività dell'individuo; e la soggettività è qualche cosa di più complesso, di totalizzante, che deve trovare un interlocutore, il medico, che sia un curante in senso lato. E cioè viva la sua professione, che non è una scienza ma una pratica basata su scienze (la biologia, la chimica, la fisica), in modo scientifico-tecnico certamente al massimo grado, ma anche in modo "affabile" diceva il più grande clinico del primo Settecento, Hermann Boerhaave, che insegnava nell'Università olandese di Leida ed era denominato "totius Europae praeceptor", precettore di tutta Europa. Diceva esattamente: "Due cose si richiedono al medico: che sia esperto nella scienza medica e che abbia quella disposizione di genio che gli consenta di esercitarla in modo affabile". Il rapporto medico-paziente è un rapporto fra due soggetti: non tra un soggetto e un oggetto. E' un rapporto di filantropia".

Spesso, oggi, inesistente. E' ingeneroso attribuire soltanto al medico le responsabilità di una correlazione comunque frettolosa e problematica?

"Non ci sono buoni magistrati e cattivi politici o buoni politici e cattivi magistrati: buoni e cattivi sono da tutte le parti. Anche fra i medici. Colpevolizzarli del deterioramento di un rapporto può essere giustificato al 50 per cento. Il medico italiano all'estero è apprezzato, perché è un buon autodidatta: più che ben formato nelle Università (quello della formazione professionale è un altro problema), è un medico che sul campo sa molto spesso il fatto suo e si comporta adeguatamente. Si trova in un momento difficile, anche perché una serie di disinformazioni al pubblico lo mette molto spesso in difficoltà. Lui stesso, come il paziente, è qualche volta vittima di una mancanza di cultura".

Cosmacini, milanese, 71 anni a febbraio, è il maggiore storico italiano della medicina. Laureato in Filosofia, insegna, a Milano, Storia della salute alla Statale e Storia della medicina nell'Università Vita-Salute del San Raffaele. Ha pubblicato molti libri, fra cui, con Laterza, Storia della medicina e della sanità in Italia (tre volumi), i saggi La qualità del tuo medico. Per una filosofia della medicina e Medici nella storia d'Italia. Con Vittorio Sironi cura la collana "Storia della medicina e della sanità".

Quali segnali del corpo non dovrebbero restare inascoltati?

"Forse il più importante, non soltanto nella cultura occidentale, è il dolore. E' un segnale inequivocabile dell'uomo e dell'animale. Il sintomo ha una doppia valenza: una somatica, in quanto pena fisica; una esistenziale, in quanto stato di sofferenza. Coinvolge non solo l'oggettività del soma, ma anche la soggettività della psiche. Per cui sostanzialmente è uno dei segni cardine della clinica".

Manca anche una educazione a prendersi cura di sé?

"Ha messo il dito sulla piaga. L'educazione alla autocura: capire che il miglior medico di ciascuno di noi siamo noi stessi, e cioè che, oggigiorno, quando le malattie sono cambiate, è molto importante lo stile di vita. E lo stile di vita lo può gestire soltanto chi vive: regolando le abitudini e i comportamenti in modo tale da non ammalare, o perlomeno rendere meno probabilistico, stocastico, l'evento morboso. Una volta a una causa corrispondeva un effetto: bacillo di Koch, tubercolosi; vibrione del colera, colera; bacillo della peste, peste. Oggi, no, le malattie sono plurifattoriali. Perché arriva l'infarto? E perché uno fuma, e perché è sedentario, e perché ha il colesterolo alto, e perché è stressato... Oggi le malattie sono dovute a un cumulo di fattori di rischio non deterministici, ma probabilistici. Se l'individuo non se ne rende conto e non si arma, lui per primo, contro di essi, si espone al peggio. La prima medicina è l'autocura, l'educazione alla salute, come era un tempo ippocraticamente: Regimen, una delle più grandi opere di Ippocrate, significava proprio regola di vita".

E' consigliabile andare dal medico periodicamente, fare il tagliando, anche quando si pensa di star bene?

"Io non sono per la medicalizzazione a oltranza della nostra vita: non dobbiamo essere medico-dipendenti. Anche perché, dall'altra parte, c'è la tendenza a monitorare i livelli fisiologici e parafisiologi in modo addirittura forsennato e paradossale facendo di ogni sano un potenziale malato. Ci vuole il senno: un paziente dovrebbe essere ragionevolmente attento al funzionamento del proprio corpo e se ha qualche cosa che non funziona come in passato, o perlomeno gli crea qualche allarme o disturbo, in questo caso fa bene a sentire il medico di famiglia, attenzione, eh, non lo specialista: il medico generale, che a torto viene definito generico, perché non è affatto generico, ma un medico avveduto, molto importante".

Ne esistono ancora?

"E' un altro nervo scoperto. La cultura della salute comprende anche la cultura di questo medico che deve farsi carico del proprio paziente, inteso non soltanto come una macchina, ma come una persona inserita in un contesto ambientale, familiare, lavorativo, territoriale, di cui egli conosce vita, morte e miracoli".

Il medico deve dire sempre la verità o è lecito anche tacerla?

"Non esiste una regola fissa. Se la verità comporta la disperazione e si suppone ragionevolmente che il paziente possa uscire da questa verità distrutto, il medico deve usare una grande prudenza. Non deve essere menzognero. In linea generale la verità va detta. Ma ci sono tanti modi diversi di dirla. Bisogna sempre coniugarla alla ragionevole speranza, alla fiducia, alla comprensione, e soprattutto alla solidarietà: "Ti sono vicino. Sono al tuo fianco per risolvere i problemi che ti si presentano. Non c'è nulla di definitivo. La scienza cammina: quello che oggi sembra, domani può non esserlo". La verità ha tante sfumature".

Parlare, come fanno i mezzi di comunicazione, di mali incurabili, è un errore imperdonabile?

"Non diciamo incurabili. Diciamo inguaribili. Tutti i mali sono curabili. Bisogna prendersi cura di ogni paziente. Purtroppo, gran parte delle malattie odierne sono inguaribili: non solo il cancro. Il diabete è una malattia inguaribile. Ma si può curare benissimo. E il diabetico ha un'aspettativa di vita non inferiore a quella di uno che non lo è. Purché sia ben curato. Oggi la donna campa mediamente fino a 85 anni, l'uomo fino a 80. Siamo tutti pieni di malattie inguaribili, da una certa età: abbiamo tutti la pillolina da prendere, più o meno, ogni giorno. Certo: ci sono grandi malattie inguaribili che hanno una scadenza breve e si confrontano col tempo del morire, che può essere di attimi, nella morte improvvisa, di settimane, di mesi. La morte annunciata si può presentare, in certe malattie, anche a distanza di tempo dall'evento terminale. E' qui che c'è bisogno del medico. Diceva un grande clinico tedesco dell'Ottocento, Ludolf Krehl, che un vero medico si rivela in queste circostanze, non quando aggiusta la macchina".
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