![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 26 GENNAIO 2002 |
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Il ritorno della retorica indagato dall'italianista Ezio Raimondi
"Un'arte che ha forte affinità con la cultura dell'oralità,
della tv e della pubblicità"/"La parola è connaturata alla politica E
va rivalutata anche a scuola e sul pulpito"
"La
retorica non è un'arte da museo: senza di essa non si potrebbero comprendere i
linguaggi contemporanei del "villaggio globale" come la pubblicità,
la televisione, la politica". Così l'italianista Ezio Raimondi
sintetizza le ragioni del ritorno in auge della scienza tanto cara ad Aristotele.
Di questo sorprendente, e per certi versi inatteso, processo di rivalutazione,
proprio Raimondi è stato uno dei massimi protagonisti. Come conferma il volume La
retorica d'oggi in uscita per i tipi del Mulino (pagine 118, euro 9,30).
"La rinascita della retorica è collegata alla cultura dell'oralità
alimentata dai grandi mezzi di comunicazione di massa. In questa prospettiva si
inserisce l'interesse, anche della gente comune, verso una disciplina che ha
straordinari punti di contatto con la spettacolarizzazione del quotidiano in
cui siamo immersi".
Il filosofo
siciliano Gorgia definisce la retorica come un grande signore a cui nessuno
può resistere. Non le sembra l'identikit della pubblicità?
"La
pubblicità parla attraverso slogan e gli slogan rientrano a pieno titolo nella
logica retorica. Non solo: ciò che caratterizza la propaganda, e che la rende
erede diretta della retorica, è l'obiettivo di conseguire il consenso del
pubblico attraverso la simbiosi tra parola e immagine. Un connubio,
quest'ultimo, ben conosciuto dai Greci, per i quali la parola doveva diventare
un'evidenza, ma anche da Ignazio di Loyola: nei suoi esercizi spirituali
l'ascolto puntava, attraverso una retorica dell'interiorizzazione, a far
rivedere nel teatro della propria mente i momenti salienti della vita di
Cristo. Due metodi fatti propri dalla pubblicità del nostro tempo dove
l'immagine tende a "bombardare" l'individuo, suscitandone prima il
desiderio e poi il consenso verso un prodotto di mercato".
Secondo il
filosofo Meyer, come lei stesso ricorda nel volume, la retorica è in sostanza
l'arte di dar prova di eloquenza davanti a un pubblico per guadagnarlo alla
propria causa. Sembra l'aforisma ideale per molti politici di oggi, più
presenti nei salotti televisivi che alle sedute in Parlamento...
"L'elemento
politico è connaturato alla retorica. Non stupisce quindi che i nostri politici
siano buoni frequentatori di questa disciplina: sanno usare i mezzi di
comunicazione, sanno cos'è un esordio, conoscono le prove da introdurre e come
bisogna concludere, sia pure con livelli diversi di abilità, eleganza,
virtuosismo. Tra tanti esempi vorrei citare il senatore Nino Andreatta con la
sua precisa consapevolezza delle ragioni retoriche, unita a un'attenzione
rigorosa della modulazione del discorso, e a una straordinaria capacità di
citazione".
La retorica,
nel Novecento, è stata spesso compagna di viaggio dei regimi totalitari. La
democrazia può farne a meno?
"Assolutamente
no. La parola è parte essenziale della forma democratica e del suo tentativo di
contrapporre la retorica del vero a quella del falso, tipica dei regimi
totalitari. Come dimenticare il celebre discorso di Roosevelt ("non
bisogna avere paura della paura"), o gli interventi di Churchill, o ancora
la retorica secca e aspra di De Gasperi che si presentò a Parigi con le parole
"noi siamo una nazione vinta": rinunciando all'iperbole a favore
della denudazione del linguaggio riuscì ad essere immediatamente
credibile".
Consiglierebbe
ai parroci italiani di seguire qualche corso di tecnica oratoria per rendere
più persuasive le omelie domenicali?
"Qualche
tempo fa, in California, mi è capitato di ascoltare l'omelia di un sacerdote
che metteva in primo piano se stesso per poi portare queste verità vissute
anche ai più giovani: quindi l'omelia diventava conversazione, domanda e
risposta, partecipazione del pubblico. Là c'è probabilmente anche una
tradizione predicatoria che non rinuncia al gusto, all'ironia, alla
letteratura. I nostri sacerdoti non hanno avuto nessun Chesterton italiano cui
ispirarsi e forse la retorica non l'hanno studiata troppo nei seminari. Al di
là della battuta oggi c'è stata una trasformazione: si sente il salto di cultura
tra una generazione più anziana e una generazione più giovane, molto attenta al
testo biblico, che accompagna un elemento didattico a una vera e propria
perorazione".
Anticamente
il docente cercava di persuadere i suoi discepoli della sua scienza e lo studente
di persuadere il professore del suo grado di conoscenza. Oggi la realtà sembra
diversa...
"La scuola attraverso la persuasione dovrebbe educare le persone a essere libere e responsabili, a diventare quindi in grado di gestire se stesse e di capire e capirsi nelle situazioni generali. Un vero docente insegna qualche cosa ma impara anche. Quindi non trasmette soltanto ma mette sulla strada. Un compito estremamente complesso in una società pluralistica. Discutere se si deve o meno insegnare il 900 è un falso problema. Il secolo scorso rappresenta indubbiamente la tradizione di cui vivono le generazioni che sono passate al nuovo millennio. Ma per capirlo dobbiamo risalire indietro, a fenomeni che sono cominciati prima. Il punto centrale allora è un altro: qual è la memoria minima di cui la scuola si deve fare in qualche modo garante. Concordo con lei: la nostra educazione linguistica lascia a desiderare. Si dice qualche cosa della letteratura ma la si pratica poco. E pensare che qualche anno fa, a un corso di disoccupati, proposi un caposaldo della retorica, l'orazione di Antonio tratta dal Giulio Cesare di Shakespeare".