RASSEGNA STAMPA

21 GENNAIO 2002
DIEGO GABUTTI
I paradossi, tallone d'Achille della conoscenza umana

Mostrano all'uomo la limitatezza del suo conoscere. Il libro C'era una volta un paradosso di Piergiorgio Odifreddi ci porta per mano in questo labirinto.

Pensate ad Achille pieveloce, che nel paradosso di Zenone, filosofo del V secolo a.C., può correre finché gli pare ma non raggiungerà mai la tartaruga, alla quale ha concesso troppo in fretta qualche lunghezza di vantaggio. Per raggiungerla, e superarla, Achille dovrebbe prima percorrere la distanza che le ha dato di vantaggio, poi la distanza che la tartaruga ha percorso nel frattempo e così via, all'infinito, come nell'incubo d'un atleta che ha esagerato con le anfetamine. Lewis Carrol, 2500 anni più tardi, farà incontrare Achille e la tartaruga a Wonderland, il paese delle meraviglie, e stavolta la corsa abissale si svolgerà in un altro spazio, quello della logica formale, attirandolo dentro labirinti non meno catastrofici e stregati.

Oppure pensate al cretese famoso, quello che andava in giro a dire, con aria innocente, che "tutti i cretesi sono bugiardi": un'autodenuncia che da quel giorno s'annida come un baco nel software del pensiero occidentale. Se tutti i cretesi sono bugiardi, infatti, anche lui lo è, e allora sta mentendo, ergo i cretesi non sono bugiardi. Ma se i cretesi non sono bugiardi allora com'è che il cretese sta mentendo? Sembrava una tranquilla manifestazione di sciovinismo sociologico e culturale (della serie gli scozzesi sono tirchi, i carabinieri viaggiano in coppia, i francesi mangiano rane, i politici sono devoti al popolo sovrano). Invece era un assaggio d'horror vacui filosofico. Qualcuno certamente pensò d'evitare il peggio sostenendo che magari il cretese non era affatto cretese. Forse era un bugiardo di Milos o di Lesbo, e mentiva due volte: sulla propria nazionalità e sulla natura dei cretesi. Ma fu presto chiaro che quello era invece un incubo metafisico fatto e finito e che avrebbe fatto tremare i polsi dell'Occidente nei secoli dei secoli.

È la vertigine degli antichi paradossi, che a lungo la filosofia si è sforzata d'isolare nel ghetto delle aporie puramente linguistiche, nella speranza di liberarsene ricorrendo a sua volta a un'aporia linguistica, ma che alla fine sono state definitivamente rubricate nell'inferno della matematica, come somme che non tornano, la peggiore e più sulfurea delle sciagure. A questi paradossi, nel corso dei secoli, se ne sono aggiunti altri, e la somma dei paradossi disegna ormai un quadro di generale perplessità filosofica, che fa da cornice cubista alla rovina delle nostre sicurezze. Ci sono paradossi matematici, paradossi visivi e auditivi, per non parlare dei paradossi sociologici e religiosi, i peggiori e più tenaci di tutti, in quanto godono di speciali privilegi, a cominciare dall'esenzione da ogni esame, come raccomandati che bigiano la visita di leva. Una scuola matematica ha dimostrato, per esempio, che anche la democrazia e il colpo di dadi della rappresentanza partecipano a loro volta d'una natura paradossale: non vince mai la maggioranza ma è il sistema elettorale, è l'ingovernabile abracadabra dei sistemi di conteggio a decidere di quale morte i rappresentati devono morire. E i paradossi della meccanica quantistica? E chi siamo? E da dove veniamo? Inciampiamo nei paradossi in continuazione ed è possibile che proprio questo incespicare e scivolare sulle bucce di banana dei paradossi sia la nostra parte in commedia.

Di sicuro è nell'abisso dei paradossi che si riflette, come in uno specchio crepato, la complessità e inafferabilità del mondo. Piergiorgio Odifreddi, matematico illustre, scrittore eccellente, letterato raffinatissimo, insegna Logica all'università di Torino e alla Cornell, e ha scritto un libro fondamentale per capire su quale lama di rasoio ci tocca stare in equilibrio e quali abissi minacciano d'aprirsi ad ogni istante sotto di noi, come tombini che si spalancano sotto Stanlio e Ollio nelle comiche finali. Questa è infatti la natura dei paradossi: spaventi improvvisi che nutrono, insieme al disagio delle culture, anche le barzellette sulla condizione umana. Sono esercizi di crudeltà, e la struttura dell'universo li approva. Per dire con chi abbiamo a che fare.
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