RASSEGNA STAMPA

19 GENNAIO 2002
CARLO LOTTIERI
TONI NEGRI Marx cucinato in salsa global

Nel libro «Impero», scritto con Michael Hardt, l'ex leader di Autonomia Operaia propone un nuovo «Manifesto» comunista.  Una teoria materialistica che vuole ripartire dalle forme avanzate di dominio capitalistico

Quando i cittadini tedeschi fecero a pezzi il muro di Berlino, molti ebbero la sensazione di assistere alla conclusione di un epoca.  E se uno studioso un poco sbrigativo come Fran­cis Fukuyama si spinse perfi­no a parlare di una hegeliana «fine della storia», molti altri - più modestamente ­lessero in quegli avvenimenti l'epilogo di una delle idee che più hanno dominato l'umanità tra Ottocento e Novecento, quella marxista.

A distanza di più di dieci anni possiamo certamente riconoscere che il marxismo non è affatto morto.  Nell'universo intellet­tuale, d'altra parte, è lecito dubitare che qualcosa si estingua davvero, anche alla luce del fatto che ancora oggi vi sono stu­diosi che si dicono parmenidei.  E se la tesi che predica l'unità ed immobilità dell'Es­sere ha fatto proseliti sulla scorta delle le­zioni heideggeriane, molti più ne ha avu­to e continua ad averne quel pensiero che ha visto nell'economia il motore della sto­ria e ha individuato nella liberazione della classe operaia la

propria promessa salvifica.

Il libro scritto a quattro mani da Antonio (Toni) Negri e Michael Hardt, pubblicato lo scorso anno in America e ora tradotto per Rizzoli, andrebbe segnalato anche solo per questo: per il suo essere la testimonianza (non priva di tratti allarmanti) dell'ostinata fedeltà ad un progetto sociale che ha moltiplicato lutti e sofferenze, ma che pure ha affascinato in profondità l'intellighenzia occidentale.  Le pagine di Impero, in effetti, aiutano a capire come mai moltissimi intellettuali europei riten­nero di aver trovato nel marxismo la chia­ve che apre ogni porta, persuasi che fosse ormai finito il tem­po di attardarsi nel­l'interpretazione del mondo e che ci si potesse finalmente dedicare a trasformarlo in ogni sua parte.

Questo primato della «prassi», per­vade ogni pagina del volume, al cui preannunciato suc­cesso certamente gioverà in usuale vicenda personale di Negri, già teori­co dell'Autonomia Operaia.  In realtà, però, il libro è scrit­to a quattro mani e la presenza di Mi­chael Hardt (della Duke University) è interessante per co­gliere la connotazione anglosassone dell'opera.

Marx    stesso, d'altra parte, non visse e lavorò a Londra (allora cuore dell'economia mondiale)?  Non ci si stupisca, quindi, se oggi lo sforzo di aggiornare la lezione del Capitale muove proprio dall'America e ha trovato spazio nel prestigio­so catalogo, della Harvard University Press.

«NUOVI FINI» PER LA LIBERAZIONE

Con questo volume Negri tenta un'opera­zione ambiziosa: offrire al nuovo «proleta­riato internazionale» uno strumento interpretativo e una guida.  Insomma: un nuo­vo Manifesto.  E da marxista intelligente egli sa bene che per realizzare questo obiettivo è necessario muovere dagli Stati Uniti e dalla lingua inglese.

L'impero di cui parla, per giunta, non è un impero politico.  Non si tratta degli Stati Uniti e neppure della Nato.  Né il volu­me è un atto d'accusa verso il «globalismo giuridico» e gli sforzi di quanti vorrebbero unificare politicamente l'umanità.  No­ l'Impero coincide con la ben più immateriale globalizzazione economica, culturale ed informativa che oggi permette ad ognuno di noi di trarre beneficio dall'in­ventiva e dal dinamismo di imprese e sog­getti d'ogni parte del globo.  In questo con­testo mutato, Negri e Hardt individuano (o credono di individuare) nuove forme di dominio capitalistico e lanciano la loro sfida.

Va anche detto che nel volume viene evitato quel banale rigetto della globaliz­zazione che è invece moneta corrente nei discorsi di tanti capipopolo.  Essi arrivano a scrivere che il mondo globalizzato è migliore di quello che l'ha preceduto.  Per i due autori, il compito dei rivoluzionari non consiste quindi nel frenare le trasfor­mazioni storiche dettate dal crollo delle barriere nazionali, ma nell'orientare tali trasformazioni verso «nuovi fini» compren­dendo che l'avvento dell'Impero offre ine­dite opportunità alle forze di liberazione».

Ma se l'impero mira ad aggiornare il Mani­festo del 1848, un letto­re di ortodossia comu­nista resterà quanto mai spiazzato dalla va­ghezza delle analisi.  Manca del tutto, in particolare, una rifles­sione sulla struttura economica del «dominio», che al contrario dovrebbe essere al centro di una riflessio­ne di carattere marxista e quindi in sintonia con il materialismo storico (con l'idea che siano appunto i rapporti economi­ci a decidere la trasfor­mazione sociale).

Nel libro è forte lo sforzo di porre la bandiera comunista, nuovamente alla testa di quella contestazione che - dal Sessantotto ad oggi - ripetutamen­te agita le piazze del­l'Occidente.  Ma in que­sta loro determinazio­ne di proporsi quale riferimento teorico a quanti erano a Seattle o a Genova, Negri e Hardt operano una selezione alquanto particolare di ciò che ­all'interno del marxismo - di quella stessa tradizione resterebbe ancora vitale.

Impero, allora, può anche essere letto come un libro che aiuta a capire in che senso oggi il marxismo sia davvero in cri­si. E' d'altro canto significativo che Marx non abbia mai portato a termine Il Capita­le, consapevole che la base dell'appoggio delle sue analisi economiche fosse ormai in­capace di sostenere l'intero edificio.  L'in­compiutezza origina­ria dell'opera marxia­na ha lasciato uno spa­zio aperto, che spiega la ricorrente riscoper­ta di un Marx «giovani­le», ma che soprattut­to aiuta a comprende­re perché il marxismo successivo abbia sem­pre dovuto cercare innesti ed ibridazioni: in­contrando lo struttura­lismo, la psicoanalisi, l'esistenzialismo, il terzomondismo, e così via.  E neppure gli auto­ri di Impero sfuggono alla regola, nel mo­mento in cui s'illudo­no che Marx possa incontrare Deleuze, Fou­cault e Derrida restan­do in qualche modo immune alla dissolu­zione postmoderna.  Grazie a questo volu­me è anche agevole ca­pire per quali motivi il teorico dell'Autono­mia Operaia abbia po­tuto tanto appassio­narsi a Spinoza.  Tutto il testo, in effetti, pun­ta a definire una teleologia materialistica» che aiuti la moltitudine a scoprire in se stessa la forza di cui già è detentrice.  Compito di un pensiero militante (e profetico) può solo essere quello di catalizzare la capacità distruttive del proletariato verso un'opera di sabotaggio della struttura «imperiale» e, quin­di, del mercato capitalistico.

Questo corposo saggio è insomma una dichiarazione di guerra: al libero scam­bio, alla proprietà, alla libertà sprigiona­ta dalla concorrenza.  Ma in nessuna pagi­na esso ci spiega che cosa mai vi sarebbe di illegittimo nell'interazione volontaria sottoscritta da uomini liberi.  Né è mai spiegato, una volta eliminata la proprietà privata, in quale modo si pensi di regola­re l'accesso a risorse e beni scarsi, senza che l'intera realtà venga assoggettata al controllo di una «super-classe» rivoluzio­naria.

Per gli autori, l'ordine capitalistico è ­secondo ciò che resta della lezione di Marx - un ordine irriducibilmente conflit­tuale.  Si tratta di un mondo creativo e ge­neratore di legami, ma al tempo stesso fonte di spaesamento, dato che la produ­zione è dominio.  E' questa stessa società di mercato a generare quindi il popolo glo­bale al cui interno già ora possono emer­gere le lotte che dovrebbero rovesciarla.  Ma la riflessione in qualche modo si ferma qui, con la nascita della massa quale soggetto politico.

MOLTITUDINE SPINOZIANA

Proprio il richiamo insistente alla moltitu­dine spinoziana segnala però come al fon­do vi sia una vera e propria mistica del collettivo, e al tempo stesso un'autentica incomprensione del nesso tra la domina­zione politica moderna (caratteristica del­l'età democratica) e l'avvento delle masse sulla scena statuale, che ha permesso a Rousseau di elaborare un dispotismo nuo­vo e già potenzialmente totalitario: quella volontà generale grazie alla quale ogni espansione del potere sovrano rappresen­terebbe - al tempo stesso - una crescita della nostra libertà «partecipativa».

E' quindi un libro tanto raffinato quanto inquietante, questo Impero in arrivo nelle librerie italiane.  Ma è uno specchio grazie al quale il ceto intellettuale può apprende­re qualche cosa di sé, constatando quanto nell'Occidente sia ancora radicata quella gnosi secolarizzata che tanto male ha già generato ed altro ancora ne promette.
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vedi anche
Filosofia (e) politica