![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 19 GENNAIO 2002 |
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Nuove aperture al cristianesimo
nell'ultimo saggio di Emanuele Severino
Il
filosofo Virgilio Melchiorre, nel recensire su queste pagine con estrema
attenzione e delicatezza il volume nel quale Emanuele Severino ha raccolto la
documentazione della vicenda che negli anni Sessanta lo condusse a lasciare
l'insegnamento alla Cattolica (Il mio scontro con la Chiesa, Rizzoli),
individua negli interrogativi posti dal filosofo bresciano a conclusione
dell'introduzione a tale libro la possibilità di «riaprire un nuovo percorso di
riflessione».
Che nel
pensiero di Severino sia comunque sempre rimasto un continuo dialogo con il
cristianesimo, e (sempre più) privo di quel tanto di eccesso di zelo polemico
che potrebbe segnare il distacco da un alveo di formazione, lo dimostra la sua
presenza nell'ultima fatica del filosofo, La Gloria, uscita ora da Adelphi come
prosecuzione e approfondimento di Destino della necessità del 1980, opera
dunque da considerarsi come la più importante fra i più di venti volumi
pubblicati durante il ventennio nel frattempo trascorso.
Per
Severino il cristianesimo potrebbe avere un alleato nel contenuto dei suoi
scritti se si rinnovasse non nel senso di aggiornarsi (più o meno
strumentalmente) alla modernità o alla contemporaneità, ma piuttosto
liberandosi dal volto sfigurante del nichilismo, che consiste principalmente
nel considerare ogni cosa come proveniente dal nulla e destinata al nulla e
l'uomo in particolare come mortale. Indubbiamente il caposaldo del pensiero di
Severino, da sempre e per sempre, è l'affermazione "parmenidea"
dell'eternità di ogni ente. Da cui consegue la critica alla concezione
nichilistica occidentale dell'ente come oscillazione fra essere e nulla e della
morte come orizzonte se non ultimo, comunque insuperabile per l'uomo.
Approfondiamo
quindi maggiormente, seppur in breve, il pensiero di Severino sull'eternità di
ogni ente e il superamento della morte, senza ripercorrere né porre in
discussione la sua critica al dogma cristiano della creatio ex nihilo e al
senso stesso della fede, peraltro esplicitamente tematizzate in altre sue opere
ma non più nell'ultima qui in esame. L'intero percorso concettuale dell'opera
può intendersi come primo accoglimento nel linguaggio di ciò che propriamente
gli è necessariamente destinato - e nell'apparire al linguaggio di tale
necessità sta lo specifico di quest'ultimo lavoro di Severino rispetto ai
precedenti -, cioè dell'«incarnazione» dell'infinito nel finito.
Non siamo
di fronte né al necessario farsi mondo e storia da parte di Dio, secondo una
prospettiva hegeliana, né ad una libera decisione dell'infinito di farsi
finito, ma all'apparire in un "unico evento" finito della totalità
"concreta", non semplicemente astratta, di ogni essente, di tutti gli
orizzonti finiti, terreni, di ciò che è destinato, sia esso dolore o piacere,
vita o morte, in modo tale che l'apparire di quella che può dirsi la
"Gioia" infinita dell'eternità di ogni cosa sia tale perché
superamento, non oblioso bensì eternamente memore e conservante, del dolore e
della morte propri ad ogni finito cerchio in cui consiste l'isolamento dal
proprio eterno destino di ogni mondo o io o finitezza terrena.
L'aprirsi
dell'isolato cerchio terreno, vissuto e patito usque ad mortem, all'apparire
della "Gioia infinita" a cui esso è destinato nel suo stesso
apparente apparire mortale, è già un procedere nella "Gloria", nella
vittoriosa "pasqua" che supera il "venerdì santo"
comprendendolo già liberamente destinato alla Gioia ma non annullato in essa,
bensì visto come eterno, concretamente, ed in una compresenza eterna non
indistinguente di ogni ente, ogni terra, ogni io finito. Non c'è insomma Gloria
del finito senza l'abisso della morte, secondo lo sguardo del destino della
verità, né Gioia infinita senza passione. «Quell'infinito patimento è
necessario sopportare, quell'infinita grandezza è necessario mostrare per
entrare nella Gloria di quel cammino».
Qui il linguaggio di Severino si confronta radicalmente, dialogando con l'evento cristiano per eccellenza: l'incarnazione di Cristo sino alla resurrezione gloriosa. E qui anche lo spazio aperto nel suo pensiero al Cristo ancora sempre futuro, non relegabile a storico passato, linguisticamente indicibile ultimo e inoltrepassabile, se la Sua storica incarnazione non voglia essere ridotta alla sola apparente concretezza mortale, ma come la Chiesa crede anche aperta nella Gloria ad una Gioia, destinata eppure ancora corporalmente da toccare, nel conoscere faccia a faccia Dio e nel viverlo tutto in tutti e in tutto.