![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 17 GENNAIO 2002 |
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La gloria di
aver formulato il primo paradosso di cui si sia conservata memoria non
spetterebbe ad Epimenide di Creta, figura semileggendaria di poeta e taumaturgo
vissuto all'incirca nel VI secolo a.C., il quale sembra aver asserito:
"Tutti i cretesi sono bugiardi" - una frase che, se presa alla
lettera, non può essere considerata né vera, né falsa. E neppure a Zenone di
Elea, discepolo di Parmenide (nonché suo amante, a detta di quella malalingua
di Platone), che, per difendere il sistema filosofico del suo maestro
escogitò una quarantina di paradossi, in massima parte oggi perduti, che
dimostravano l'impossibilità logica del movimento e della molteplicità. No, la
palma di inventore del primo paradosso tocca piuttosto al polytropos Odisseo,
lo scaltro eroe dei mille stratagemmi: "Il mio nome è nessuno"
dichiara a Polifemo prima di accecarlo con un aguzzo palo d'ulivo arroventato,
e questi chiamando a soccorso gli altri ciclopi non può che gridare dal suo
antro: "Nessuno, amici, m'uccide d'inganno e non con la forza". Il
possente Polifemo - forse la prima vittima di una trappola logica - rimane così
abbandonato al proprio destino e Odisseo si rallegra in cuor suo per aver
architettato quella astuzia. Nel suo racconto, Omero usa a questo punto, a
significare l'"astuzia", la parola mêtis. Come fu messo in luce da
Marcel Detienne e Jean-Pierre Vernant in un bellissimo saggio (Le astuzie
dell´intelligenza, tradotto da Laterza), la mêtis è una forma
dell'intelligenza, una strategia del pensiero che unisce furbizia, accortezza e
senso dell'opportunità e trova espressione nella destrezza dell'auriga, nella
sagacia del medico, nella malizia della volpe, nell'elusività del polpo.
Enigmi per
filosofi
In quanto
tale, essa è l'arte della conoscenza congetturale e obliqua, atta a misurarsi
con l'imprevedibile divenire del mondo: si oppone dunque al logos, che nella
sua apollinea purezza riflette piuttosto l'armonia e l'immutabilità
dell'essere. Senza mai aver avuto un ruolo da protagonista sulla scena
filosofica, la mêtis apparve definitivamente messa fuori gioco dall'affermarsi
dei grandi sistemi elaborati da Platone e, successivamente, da Aristotele e
dagli Stoici. Eppure continuò a vivere come una tensione sotterranea, traendo
forza dalla molteplicità dei fenomeni dell'universo e turbando i sonni dei
filosofi sotto forma di paradossi, aporie, contraddizioni, enigmi. I paradossi
sono riflessi oscuri nel lucente specchio della ragione, crepe preoccupanti in
un edificio da tutti, o quasi, ritenuto indistruttibile. Non per nulla, il
termine paradoxon significa, letteralmente, "contrario all'opinione
comune". Sebbene si presentino spesso, i paradossi, sotto le innocue
sembianze di storielle improbabili o indovinelli giocosi - Achille riuscirà a
superare la tartaruga? quanti chicchi di grano sono necessari per fare un
mucchio? dico il vero o il falso se asserisco di essere sempre bugiardo? -, i
filosofi hanno la tendenza a prenderli terribilmente sul serio.
Attenti a
chi mente
Aristotele è
la nostra fonte principale per la conoscenza dei quattro argomenti di Zenone -
la dicotomia, Achille, lo stadio e la freccia - proprio perché li analizza nei
minimi dettagli. E nel tentativo di confutarli mette a punto alcune idee chiave
della sua filosofia, ad esempio la distinzione tra infinito attuale e infinito
potenziale. Il paradosso di Epimenide, detto del mentitore, che si può rendere
più conciso esprimendolo con l'affermazione "io sto mentendo" o nella
forma più schiettamente autoreferenziale "questa frase è falsa", fu
molto dibattuto dai filosofi medievali. Guglielmo di Ockham tentò di
sciogliere la contraddizione suggerendo l'esistenza, nel linguaggio, di diversi
livelli di verità e di falsità; Paolo Veneto, nella Logica Magna, enumerò ben
quattordici possibili soluzioni, una delle quali si basa sulla distinzione tra
"uso" e "menzione", anticipando in tal modo un'idea che
sarebbe stata riproposta solo molti secoli più tardi (ma che non risolve il
paradosso del mentitore, come ha dimostrato Quine). I paradossi, tuttavia,
non hanno soltanto un ruolo negativo nella storia del pensiero, non sono
soltanto scogli pericolosi che insidiano la sicura navigazione dei filosofi.
Sfidando il logos e il senso comune, spesso inaspettati, essi indicano nuove
strade da percorrere, suggeriscono cambiamenti di prospettiva, mettono a nudo
le premesse inconsapevoli dalle quali muove il nostro ragionare. E talvolta,
con un completo ribaltamento epistemologico, diventano il fondamento di ciò che
è accettato da tutti: come scrive Schopenhauer, "la verità nasce come
paradosso e muore come ovvietà". Soprattutto in matematica, non di rado
accade che i vecchi paradossi non soltanto siano resi innocui, ma finiscano per
essere integrati con tutti gli onori nel corpo della disciplina, come teoremi,
definizioni o nuovi assiomi. Gli argomenti inventati da Zenone, opportunamente
riveduti e affinati, furono lo strumento principe usato dai matematici, da
Archimede fino a Pierre de Fermat, a Cavalieri, a Torricelli e Leibniz,
per maneggiare il concetto di infinito potenziale, riuscendo a dimostrare
teoremi che altrimenti sarebbero rimasti inaccessibili. La distinzione tra
infinito potenziale e infinito attuale - il trucco di Aristotele - scomparirà
soltanto nella seconda metà dell'Ottocento per merito di Georg Cantor, che
mostrò in che modo e in che senso si possano "contare" i punti di un
segmento; ad Achille fu finalmente possibile raggiungere e superare la
tartaruga. L'antinomia di cui Bertrand Russell (lo stesso Russell che nel
1950 fu insignito del premio Nobel per la letteratura e nel 1966 istituì
l'omonimo Tribunale internazionale per i crimini di guerra) diede notizia, nel
1902, a Frege riguardava una bizzarra creatura logica, la "classe di
tutte le classi che non appartengono a se stesse".
La
matematica va in crisi
Questa è
autocontraddittoria, perché dovrebbe al tempo stesso contenere e non contenere
se stessa, eppure sembrerebbe avere lo stesso diritto all'esistenza della
"classe di tutte le classi che contengono se stesse", la quale non
crea invece nessun problema. Il paradosso di Russell fu uno dei fattori
scatenanti di quella crisi dei fondamenti nella matematica di inizio Novecento
che mutò la concezione stessa della disciplina: per evitare di incappare in
altre trappole logiche, si limitò il ricorso all'intuizione e si accentuarono
gli aspetti formali e assiomatici. Ma il caso più interessante è fornito dal
paradosso del mentitore, che subì ad opera di Kurt Goedel una singolarissima
trasmutazione.
Se noi siamo
un teorema
Invece che sulla frase "io sto mentendo", Gödel prese in considerazione la frase, in apparenza altrettanto paradossale, "io non sono dimostrabile" e riuscì dimostrare, nel 1930 - quando aveva appena 24 anni -, che anche in un sistema formale semplice come l'aritmetica elementare si può costruire, in linguaggio matematico, un'espressione siffatta. Dato che nell'aritmetica è impossibile dimostrare falsità, allora la frase "io non sono dimostrabile" non può essere falsa, perché altrimenti sarebbe dimostrabile. Deve essere allora vera, e quindi non è dimostrabile. Al contrario di quel accade per il paradosso di Epimenide, qui non c'è nessuna contraddizione, ma si è provato un teorema, per quanto sconcertante: esistono espressioni vere e non dimostrabili. Il risultato di Gödel infrange definitivamente quello che era stato il sogno di David Hilbert - ridurre la matematica a un sistema formale privo di contraddizioni dal quale è bandito ogni ignorabimus - e assesta così un colpo mortale alla pretese di onnipotenza del logos.