RASSEGNA STAMPA

10 GENNAIO 2002
ROBERTO ESPOSITO
La comunità fuori dal comune

Communitas significa «ciò che è di tutti». E invece oggi questo concetto viene deformato e immiserito nella difesa di piccole patrie chiuse, ostili a tutto quello che sta al di fuori

La fine di tutti i comunismi ha prodotto un vuoto di pensiero che ha cancellato anche la questione della comunità

La filosofia politica tende a declinare «comune» con «proprio» e cioè esattamente nel suo contrario

Credo che la domanda sul significa­to e sul destino della comunità ­al centro del convegno di Pavia - nasca dalla sensa­zione di essere esposti ad una contraddizione inso­stituibile.  Da un lato tutto sembra parlarci di comu­nità.  Tutto - ogni segmen­to della nostra esperienza singolare e collettiva - sem­bra nominarla, evocarla, richiederla.  Cosa altro ci dicono - di che altro parla­no, se non della questione della comunità, della sua assenza, ma anche della sua esigenza - i corpi, i vi­si, gli sguardi di milioni di affamati, deportati, rifugia­ti le cui immagini, nude e terribili, scorrono sui nostri schermi televisivi da ogni angolo del mondo?  E non è ancora la comunità ­la relazione, il rapporto, il nostro cum - che richiama ogni nascita e ogni incon­tro, anche il più anonimo, il più quotidiano, il più ap­parentemente banale?

E tuttavia - ecco la contrad­dizione, l'antinomia cui ac­cennavo - proprio oggi, mai come oggi, la comunità appare abban­donata al doppio destino della dimentican­za e della deformazione, della rimozione e del tradimento.  Della dimenticanza, in­nanzitutto, perché la fine, il crollo, del comunismo - di tutto il comunismo e di tutti i comunismi - ha prodotto un vuoto di pensiero, come un gorgo in cui la que­stione della comunità sembra essere cola­ta via, inabissata nel discredito e nella ver­gogna di regimi esplosi o implosi sotto il peso dei loro errori e dei loro orrori.

Ma a questo pericolo di oblio e di cancella­zione se ne affianca e sovrappone un altro non meno, e anzi forse ancora più grave: che è quello della deformazione e anche della vera e propria perversione dell'idea ­e della pratica - di comunità.  Ciò accade dovunque: lontano da noi, alla periferia del mondo, ma anche vicino a noi, al cen­tro del nostro mondo - in Asia e in Africa, ma anche nel cuore di Los Angeles e di Londra.  Ed accade tutte le volte in cui questa grande parola è ridotta e immiseri­ta nella semplice difesa di nuovi particola­rismi, di piccole patrie chiuse e murate nei confronti del loro esterno, contrapposte ed ostili a tutto ciò che non appartiene a loro, che non è stretto nel vincolo ossessi­vo e mortifero dell'appartenenza e del­l'identità con se stesse.  Che altro c'è all'ori­gine di tutti i fondamentalismi - orientali ed occidentali - se non questo senso angu­sto delle radici e della terra, della religione e della lingua, intesa quest'ultima non come ciò che consente di parlare ad altri, ma come ciò che impedisce la parola ed inter­rompe la circolazione del senso. E così, in quest'alternativa senza sbocco tra dimenticanza e perversione, la comuni­tà rischia di trasformarsi o in deserto o in fortezza: o di scomparire dall'orizzonte di pensiero come quelle stelle che improvvi­samente finiscono di brillare o di rove­sciarsi nel proprio opposto: di dare voce, anziché a ciò che abbatte i muri, a ciò che li innalza e li fortifica.  Un destino non diverso, e anzi singolarmente simmetrico, a quello dell'altra grande parola del nostro lessico filosofico e politico - la libertà, an­ch'essa cancellata e derisa dalle stesse ban­diere su cui il suo nome campeggia.  Ma proprio perciò - io credo - per sfuggire a questa morsa, a questa doppia deriva che la minaccia, la comunità chiede uno sforzo di pensiero, uno strappo lessicale, un'effrazione semantica, filosofica, politica, che perfori questa crosta di opacità e la affidi ad un altro lin­guaggio. E' da questa esigenza che é nata, soprat­tutto in Italia e in Fran­cia una nuova riflessio­ne sulla comunità.  Non si tratta di un'invenzio­ne teoretica - piuttosto di un atto di anamnesi: del tentativo, tutt'altro che facile, di riportare l'attenzione su qualco­sa che ci è sottratta, di cui tendiamo a non av­vertire più non solo la presenza, ma nean­che il problema.

Ma in che direzione, con quali strumenti concettuali e lessicali?  Attraverso quale lin­guaggio è oggi possibile rivolgere un'interrogazione radicale al tema della comuni­tà? Personalmente credo che esso non pos­sa più essere quello della «filosofia politi­ca», nel senso disciplinare che nel sapere contemporaneo le si attribuisce - vale a dire il linguaggio dell'individuo e della to­talità, del mezzo e del fine, della trascen­denza e dell'immanenza.  Il linguaggio del soggetto, inteso metafisicamente come ente sussistente su se stesso, padrone di sé e della propria sostanza interiore.  Nulla co­me il concetto di comunità dimostra co­me tutto questo armamentario lessicale ­insieme al senso che veicola - sia ormai esaurito, letteralmente esausto.

Anche perché pro prio a questo linguaggio - al linguaggio della filosofia politica disciplina accademica, ma an   che, per altri versi, della sociologia, della politologia, della scienza politica – si deve quella contraddizione, quel paradosso, che occlude il pensiero della comunità o gli assegna una dimensione mitologica; difensiva, autoreferenziale.  Qual è questo paradosso, quest'antinomia logica e storica, che investe ed insidia tutte le filosofie moderne della comunità - dall'or­ganicismo tedesco della Gemeinschaft al neocomunitarismo americano, alle etiche della comunicazione di Apel e Habermas (ma che investiva, per altri versi, già il comunismo marxiano)?

Ebbene si tratta della tendenza, della coa­zione, a declinare la «comunità» e il «co­mune» in termini di «proprietà» e di «proprio»: la comunità come appartenenza ad un proprio, o come proprietà condivisa dai suoi membri.  Che ci si debba appropriare del no­stro comune (per comunismi e comunitarismi) o comunicare il nostro proprio (per le etiche co­municative), il prodotto non cambia: la comunità resta legata a doppio filo alla semantica del propium. E' ciò che ci appartie­ne o cui apparteniamo.  Ecco il dato più singolare della questio­ne. Mentre basta aprire un dizionario per sapere che «comune» è ciò che non è «proprio», che esso comincia dove il proprio finisce, in tutte le filosofie novecente­sche della comunità il comune viene identificato col suo più evi­dente contrario: è comune ciò che unisce in un'unica identità la proprietà - etnica, territoriale, spirituale - di ciascuno dei suoi membri.  Essi hanno in comune il loro proprio, sono proprietari del loro comune.  Comune non è più ciò che è di tutti, ma ciò che è di qualcuno in maniera esclusiva.  Non è più legato all'altro - come il suo senso vorrebbe - ma allo stesso.

Per cercare di sfuggire a questo paradosso - e al contempo per spiegarlo; per spezzare questo cortocircuito logico-semantico apparente­mente inattaccabile bisogna compiere un lungo giro, effettuare un percorso eccentri­co capace, come dire, di prendere alle spal­le l'intera filosofia politica moderna a par­tire da una leva, da un puntello ermeneuti­co ad essa esterno.  Senza attribuire un rilievo assoluto, o anche solo prioritario, alla metodologia che rimanda all'origine etimologica delle grandi parole, mi pare utile scavare nella fonte di senso del termine communitas da cui si origina, almeno nelle lingue neolatine e anglossasoni, il lemma «comunità».

Ciò che ne risulta è un vettore di senso del tutto opposto a quello che successivamen­te si è impadronito delle filosofie moderne della comunità: come indica chiaramente il termine munus, da cui a sua volta com­munitas deriva, per quest'ultima si deve intendere esattamente il contrario di una proprietà, di un'appartenenza o di un'identità, ma piuttosto un'alterazione o anche un'espropriazione - qualcosa che decostruisce dall'interno la dinastia del soggetto, individuale o collettivo, insedia­tasi al centro della tradizione filosofico-po­litica.  Al punto che l'intera filosofia moder­na può essere interpretata come il tentati­vo di immunizzare la pratica politica, so­ciale, antropologica - oltre che teorica ­dal rischio che l'idea originaria di comuni­tà costituisce nei confronti della categoria di soggetto.  In questo modo veniva immu­nizzato, vale a dire chiuso dentro confini impenetrabili, non soltanto l'individuo se­condo una linea fatta propria da tutti i liberalismi otto e novecenteschi, ma an­che la stessa comunità, intesa appunto co­me un individuo più ampio costituito da più individui uniti da una comune appar­tenenza.  Questa complessa vicenda - qui ricostruita solo per accenni - richiede oggi un lavoro interpretativo e decostruttivo che non appartiene soltanto all'ermeneuti­ca e alla storia dei concetti, ma ha un rilievo antropologico, sociale, politico la cui pregnanza non può sfuggire.
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vedi anche
Filosofia (e) politica