![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 10 GENNAIO 2002 |
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Communitas significa «ciò che è di
tutti». E invece oggi questo concetto viene deformato e immiserito nella difesa
di piccole patrie chiuse, ostili a tutto quello che sta al di fuori
La fine di tutti i comunismi ha prodotto
un vuoto di pensiero che ha cancellato anche la questione della comunità
La filosofia politica tende a declinare
«comune» con «proprio» e cioè esattamente nel suo contrario
Credo che la domanda sul
significato e sul destino della comunità al centro del convegno di Pavia -
nasca dalla sensazione di essere esposti ad una contraddizione insostituibile. Da un lato tutto sembra parlarci di comunità. Tutto - ogni segmento della nostra
esperienza singolare e collettiva - sembra nominarla, evocarla,
richiederla. Cosa altro ci dicono - di
che altro parlano, se non della questione della comunità, della sua assenza,
ma anche della sua esigenza - i corpi, i visi, gli sguardi di milioni di
affamati, deportati, rifugiati le cui immagini, nude e terribili, scorrono sui
nostri schermi televisivi da ogni angolo del mondo? E non è ancora la comunità la relazione, il rapporto, il nostro cum - che richiama ogni nascita e ogni
incontro, anche il più anonimo, il più quotidiano, il più apparentemente
banale?
E tuttavia - ecco la contraddizione,
l'antinomia cui accennavo - proprio oggi, mai come oggi, la comunità appare
abbandonata al doppio destino della dimenticanza e della deformazione, della
rimozione e del tradimento. Della
dimenticanza, innanzitutto, perché la fine, il crollo, del comunismo - di
tutto il comunismo e di tutti i comunismi - ha prodotto un vuoto di pensiero,
come un gorgo in cui la questione della comunità sembra essere colata via,
inabissata nel discredito e nella vergogna di regimi esplosi o implosi sotto
il peso dei loro errori e dei loro orrori.
Ma a questo pericolo di oblio
e di cancellazione se ne affianca e sovrappone un altro non meno, e anzi forse
ancora più grave: che è quello della deformazione e anche della vera e propria
perversione dell'idea e della pratica - di comunità. Ciò accade dovunque: lontano da noi, alla periferia del mondo, ma
anche vicino a noi, al centro del nostro mondo - in Asia e in Africa, ma anche
nel cuore di Los Angeles e di Londra.
Ed accade tutte le volte in cui questa grande parola è ridotta e
immiserita nella semplice difesa di nuovi particolarismi, di piccole patrie
chiuse e murate nei confronti del loro esterno, contrapposte ed ostili a tutto
ciò che non appartiene a loro, che non è stretto nel vincolo ossessivo e
mortifero dell'appartenenza e dell'identità con se stesse. Che altro c'è all'origine di tutti i
fondamentalismi - orientali ed occidentali - se non questo senso angusto delle
radici e della terra, della religione e della lingua, intesa quest'ultima non
come ciò che consente di parlare ad altri, ma come ciò che impedisce la parola
ed interrompe la circolazione del senso. E così, in quest'alternativa senza
sbocco tra dimenticanza e perversione, la comunità rischia di trasformarsi o
in deserto o in fortezza: o di scomparire dall'orizzonte di pensiero come
quelle stelle che improvvisamente finiscono di brillare o di rovesciarsi nel
proprio opposto: di dare voce, anziché a ciò che abbatte i muri, a ciò che li
innalza e li fortifica. Un destino non
diverso, e anzi singolarmente simmetrico, a quello dell'altra grande parola del
nostro lessico filosofico e politico - la libertà, anch'essa cancellata e
derisa dalle stesse bandiere su cui il suo nome campeggia. Ma proprio perciò - io credo - per sfuggire
a questa morsa, a questa doppia deriva che la minaccia, la comunità chiede uno
sforzo di pensiero, uno strappo lessicale, un'effrazione semantica, filosofica,
politica, che perfori questa crosta di opacità e la affidi ad un altro linguaggio.
E' da questa esigenza che é nata, soprattutto in Italia e in Francia una
nuova riflessione sulla comunità. Non
si tratta di un'invenzione teoretica - piuttosto di un atto di anamnesi: del
tentativo, tutt'altro che facile, di riportare l'attenzione su qualcosa che ci
è sottratta, di cui tendiamo a non avvertire più non solo la presenza, ma neanche
il problema.
Ma in
che direzione, con quali strumenti concettuali e lessicali? Attraverso quale linguaggio è oggi
possibile rivolgere un'interrogazione radicale al tema della comunità?
Personalmente credo che esso non possa più essere quello della «filosofia
politica», nel senso disciplinare che nel sapere contemporaneo le si
attribuisce - vale a dire il linguaggio dell'individuo e della totalità, del
mezzo e del fine, della trascendenza e dell'immanenza. Il linguaggio del soggetto, inteso
metafisicamente come ente sussistente su se stesso, padrone di sé e della propria
sostanza interiore. Nulla come il
concetto di comunità dimostra come tutto questo armamentario lessicale insieme
al senso che veicola - sia ormai esaurito, letteralmente esausto.
Anche
perché pro prio a questo linguaggio - al
linguaggio della filosofia politica disciplina accademica, ma an che, per altri versi, della sociologia, della
politologia, della scienza politica – si deve quella contraddizione, quel
paradosso, che occlude il pensiero della comunità o gli assegna una dimensione
mitologica; difensiva, autoreferenziale.
Qual è questo paradosso, quest'antinomia logica e storica, che investe
ed insidia tutte le filosofie moderne della comunità - dall'organicismo
tedesco della Gemeinschaft al
neocomunitarismo americano, alle etiche della comunicazione di Apel e
Habermas (ma che investiva, per altri versi, già il comunismo marxiano)?
Ebbene
si tratta della tendenza, della coazione, a declinare la «comunità» e il «comune»
in termini di «proprietà» e di «proprio»: la comunità come appartenenza ad un
proprio, o come proprietà condivisa dai suoi membri. Che ci si debba appropriare del nostro comune (per comunismi e
comunitarismi) o comunicare il
nostro proprio (per le etiche comunicative), il prodotto non cambia: la
comunità resta legata a doppio filo alla semantica del propium. E' ciò che ci appartiene o cui apparteniamo. Ecco il dato più singolare della questione.
Mentre basta aprire un dizionario per sapere che «comune» è ciò che non è
«proprio», che esso comincia dove il proprio finisce, in tutte le filosofie
novecentesche della comunità il comune viene identificato col suo più evidente
contrario: è comune ciò che unisce in un'unica identità la proprietà - etnica,
territoriale, spirituale - di ciascuno dei suoi membri. Essi hanno in comune il loro proprio, sono
proprietari del loro comune. Comune non
è più ciò che è di tutti, ma ciò che è di qualcuno in maniera esclusiva. Non è più legato all'altro - come il suo
senso vorrebbe - ma allo stesso.
Per cercare di sfuggire a
questo paradosso - e al contempo per spiegarlo; per spezzare questo
cortocircuito logico-semantico apparentemente inattaccabile bisogna compiere
un lungo giro, effettuare un percorso eccentrico capace, come dire, di
prendere alle spalle l'intera filosofia politica moderna a partire da una
leva, da un puntello ermeneutico ad essa esterno. Senza attribuire un rilievo assoluto, o anche solo prioritario,
alla metodologia che rimanda all'origine etimologica delle grandi parole, mi
pare utile scavare nella fonte di senso del termine communitas da cui si origina, almeno nelle lingue neolatine e
anglossasoni, il lemma «comunità».
Ciò che ne risulta è un vettore di senso del tutto opposto a quello che successivamente si è impadronito delle filosofie moderne della comunità: come indica chiaramente il termine munus, da cui a sua volta communitas deriva, per quest'ultima si deve intendere esattamente il contrario di una proprietà, di un'appartenenza o di un'identità, ma piuttosto un'alterazione o anche un'espropriazione - qualcosa che decostruisce dall'interno la dinastia del soggetto, individuale o collettivo, insediatasi al centro della tradizione filosofico-politica. Al punto che l'intera filosofia moderna può essere interpretata come il tentativo di immunizzare la pratica politica, sociale, antropologica - oltre che teorica dal rischio che l'idea originaria di comunità costituisce nei confronti della categoria di soggetto. In questo modo veniva immunizzato, vale a dire chiuso dentro confini impenetrabili, non soltanto l'individuo secondo una linea fatta propria da tutti i liberalismi otto e novecenteschi, ma anche la stessa comunità, intesa appunto come un individuo più ampio costituito da più individui uniti da una comune appartenenza. Questa complessa vicenda - qui ricostruita solo per accenni - richiede oggi un lavoro interpretativo e decostruttivo che non appartiene soltanto all'ermeneutica e alla storia dei concetti, ma ha un rilievo antropologico, sociale, politico la cui pregnanza non può sfuggire.