![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 10 GENNAIO 2002 |
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IL DIBATTITO SULL'EVOLUZIONE
Qual è la vera molla che spinge la natura e gli uomini al
cambiamento? Dopo Darwin la scienza è a un bivio. L'americano Niles Eldredge e
l'inglese Richard Dawkins sono due illustri scienziati e li abbiamo messi a
confronto
Niles
Eldredge e Richard Dawkins sono tra gli scienziati che più hanno plasmato
l'attuale modo di vedere la storia naturale dell'uomo. Il primo, americano, è,
con Steve Gould, autore della teoria degli equilibri puntuati: l'Evoluzione,
lungi dall'essere una lenta sequenza di cambiamenti graduali, alterna lunghi
periodi nei quali le specie rimangono praticamente immutate a mutamenti
improvvisi, perlopiù innescati da catastrofi naturali. L'inglese Dawkins pensa
invece che la vera molla dell'evoluzione siano, più che l'ambiente esterno,
meccanismi interni all'organismo, e che noi umani non saremmo altro che robot,
programmati ciecamente per preservare quelle molecole egoiste chiamate geni.
Detto in altro modo, Eldredge ritiene che la selezione naturale agisca
sull'individuo attraverso l'ambiente, mentre Dawkins pensa a qualcosa di più
basilare: i geni e la loro necessità di perpetuarsi. Scambi talvolta polemici
non sono mancati tra i due studiosi in questi anni, ma era da almeno dieci che
non avveniva tra loro un faccia a faccia. Repubblica ha approfittato di
un'occasione creata dal Centro "Pio Manzù" per farli sedere intorno a
un tavolo.
Professor
Dawkins, dicono che lei è un "fondamentalista darwiniano". E' una
definizione corretta?
DAWKINS.
"Anche chi sostiene che è l'ambiente a plasmare gli individui potrebbe
essere ugualmente accusato di determinismo. Se per esempio una persona è
turbata dall'omosessualità, si potrebbe dire che tale paura è iscritta nel suo
Dna, e la spiegazione sarebbe etichettabile come determinismo genetico. Si
potrebbe invece sostenere che se sei stato allevato in un certo modo, se tua
madre ha stabilito con te un particolare rapporto eccetera, sei automaticamente
portato a essere un omosessuale (senza usare la parola in senso peggiorativo).
Bene, sia quello genetico che quello ambientale sono tutti e due determinismi,
e si può argomentare contro o a favore di entrambi. Quando io parlo di geni,
non lo faccio perché sono un determinista in senso embriologico ma perché, in
quanto neodarwiniano, sono interessato all'adattamento. Le forme viventi
appaiono così ben progettate che la sola possibile spiegazione della loro
perfezione è la selezione naturale. Ma affinché la selezione naturale possa
fare il suo corso deve esserci varietà genetica nei caratteri coinvolti.
Perciò, quando uno tenta di costruire una teoria sul significato adattativo di
questo o quel tratto, è destinato a ottenere risposte sbagliate, a meno che non
postuli l'esistenza di un gene che codifica per tale caratteristica. Ma,
ripeto, ciò di cui parlo è l'evoluzione darwiniana, che non ha niente a che
fare con l'embriologia deterministica".
Professor
Eldredge, in che cosa il suo pensiero differisce da quello di Dawkins?
ELDREDGE.
"Personalmente sono un sistemista, classifico gli organismi, e mi
concentro sui sistemi biologici di larga scala, in particolare sulle specie. Da
qui allargo lo sguardo agli ecosistemi. La differenza di prospettiva tra me e
Richard nasce soprattutto dalla diversa scala delle vestigia fossili a cui mi
rivolgo, in quanto le specie durano per lungo tempo e si estendono su aree
geografiche considerevoli. Richard, al contrario, non è interessato ai
gigasistemi ma alla genetica di popolazione, guarda ai geni all'interno delle
varie specie. Entrambi i punti di vista sono legittimi. Se ho un problema con
Richard è semmai quando egli dice che il gene "vuole essere espresso nella
prossima generazione". Non capisco bene questa metafora".
DAWKINS.
"Appartiene al linguaggio teleologico che usiamo abitualmente come
stenografia. Diciamo che il sig. Rossi vuole un aperitivo o un tè, ma in realtà
quello che l'individuo vuole è propagare la propria discendenza nelle
generazioni future, vuole cioè dei nipoti. L'individuo è una macchina per
massimizzare la possibilità di avere discendenti, anche se nessuno pensa che
gli individui agiscano con questo calcolo in mente".
E i geni,
invece?
DAWKINS.
"Ovviamente neppure i geni pensano in questo modo".
Allora
perché lei usa l'espressione "gene egoista"?
DAWKINS.
"Come dice Niles, è perfettamente legittimo interessarsi a cose diverse:
io mi occupo di adattamento a livello individuale ed egli delle forme della
diversità negli ecosistemi e nelle testimonianze fossili. Benissimo. Lasciate
allora che definisca l'adattamento in modo chiaro e corretto. Se consideri le
varie forme assunte dall'idea dell'agente biologico nella storia della
biologia, scopri come si sia a lungo ritenuto che le specie cercano di
massimizzare il numero di individui, cioè la possibilità di sopravvivenza.
Questa interpretazione si è consolidata negli anni perché gli organismi
individuali, o agenti biologici che dir si voglia, si comportano proprio come
unità, lottano per ottenere cibo, scalano alberi per catturare prede, e quindi
è facile vederli come ottimizzatori di un determinato valore. Ma se ti chiedi
che cosa un individuo cerca in ultima analisi di massimizzare, vedi che non è
la pancia piena ma qualcosa di più distante, qualcosa che Darwin avrebbe
chiamato riproduzione".
E' avrebbe
avuto ragione?
DAWKINS.
"Quasi. Ci siamo accorti, dopo Darwin, che il motore dell'agire
individuale non è semplicemente la riproduzione. Se così fosse, non si
spiegherebbe la cura verso nipoti e cugini né tantomeno l'altruismo, il
sacrificio di sé. Per capire questi fenomeni occorre introdurre il concetto di
selezione per parentela teorizzato da W.D. Hamilton negli anni Sessanta.
Supponiamo di essere di fronte a un individuo che valuta i pro e i contro per
decidere un'azione finalizzata a massimizzare la possibilità di progenie. Per
sciogliere l'enigma di quello che sarà il suo comportamento non resta che
ricorrere al concetto di "inclusive fitness", l'idoneità biologica
allargata ai parenti. Hamilton ha insomma modificato la metrica della
"fitness" darwiniana, cioè dell'idoneità comprendente la capacità di
massimizzare il numero dei figli, dei nipoti, dei bisnipoti, per includervi
l'idea che gli individui collaterali, che i parenti sono anch'essi importanti".
L'esistenza
della selezione per parentela è provata?
DAWKINS.
"Hamilton ci è arrivato con una matematica molto complessa, focalizzando
l'attenzione sull'individuo. Ma egli sapeva che quanto accade
veramente è
che i geni massimizzano il loro successo riproduttivo. Non volle però dirlo
apertamente perché la platea era quella dei biologi, che all'epoca ragionavano
in termini di organismi e non di geni. Secondo me avrebbe fatto meglio a dire
chiaramente che al centro della questione non ci sono gli organismi individuali
ma più semplicemente i geni. Se pensi ai geni come agli enti che devono
massimizzare questo o quel valore, e che i geni usano gli organismi individuali
come veicolo, tutto diventa più semplice. La selezione per parentela è un modo
inutilmente complicato di dire che i geni cercano di massimizzare la loro
propria rappresentazione. In altre parole, la mia posizione è più difendibile
di quella di Hamilton".
Darwin
avrebbe apprezzato questo punto di vista?
ELDREDGE.
"Non sono sicuro del suo accordo sull'idea che massimizzare la
riproduzione è un valore che viene prima della soddisfazione dei bisogni
alimentari. Darwin avrebbe probabilmente detto che la massimizzazione dello
stomaco ha, come effetto collaterale, esito positivo sulla riproduzione".
DAWKINS. "E
come si spiega, allora, la selezione sessuale?"
ELDREDGE.
"Certo, è un meccanismo essenziale. Ma se parli di massimizzare lo
stomaco, devi intendere che ciò che gli organismi tentano in realtà di fare è
esaltare il loro successo competitivo come riproduttori. Penso insomma che
Darwin avrebbe detto che gli organismi più efficienti nell'alimentarsi tendono,
come effetto collaterale, ad avere più discendenza. Mi sembra una descrizione
più neutrale".
Cambiamo
tema. Professor Eldredge, la teoria degli equilibri puntuati ha più di
vent'anni. Gode tuttora di buona salute?
ELDREDGE.
"Devo dire che il fenomeno delle stasi o della stabilità delle specie è
oggi ampiamente accettato. Il quadro teorico si è però allargato. Quello che
ora vedo è una serie di esempi simultanei in cui l'intera fauna rimane stabile
per un lungo lasso di tempo, tipicamente due o tre milioni di anni, durante i
quali l'evoluzione anatomica osservabile è scarsissima, e poi qualcosa succede,
di solito un evento legato all'ambiente, e hai estinzioni contemporanee in
contesti diversi. Tali sequenze rappresentano altrettanti esempi di equilibri
puntuati: le estinzioni avvengono più o meno nello stesso tempo e sono seguite
da episodi di rapida speciazione. Questo è lo schema centrale per tracciare la
mappa della storia della vita".
Le
catastrofi sembrano trasformare la competizione biologica per la sopravvivenza
del più adatto in una lotteria dominata dal caso.
ELDREDGE.
"Quando hai una estinzione di massa come quella, poniamo, dei dinosauri,
perdi non solo questa o quella famiglia di animali ma l'intero gruppo. Poi
l'evoluzione riparte ed emergono altre specie. Ciò che rende interessanti i
dinosauri è che cominciano nel Triassico Superiore, 200-220 milioni di anni fa,
più o meno alla stessa epoca dei mammiferi, ma i mammiferi rimangono a lungo
immutati (piccoli e perlopiù notturni) mentre i dinosauri occupano tutti gli
spazi dell'ecosistema, dominando la scena per 150 milioni di anni. Quando i
lucertoloni si estinguono, 65 milioni di anni fa, comincia l'ascesa dei
mammiferi. Nel giro di 5 o 6 milioni di anni compaiono i mammiferi di grossa
taglia, alcune specie si estinguono dopo un paio di milioni di anni, altre si
irradiano sul pianeta, un fenomeno che non sarebbe potuto avvenire senza la scomparsa
"casuale" dei dinosauri".
Uno scenario
diverso da quello in cui si muove il professor Dawkins.
DAWKINS.
"No, in fondo mi interesso delle stesse cose. Vedo l'evoluzione come una
sorta di "corsa alle armi", di quando in quando interrotta dalle
estinzioni di massa. Per corsa alle armi intendo la competizione, ad esempio,
tra i geni dei carnivori e i geni degli erbivori o tra i geni dei parassiti e
dei loro ospiti, un contrasto che aumenta l'attrezzatura adattativa. Il sistema
di ecolocalizzazione dei pipistrelli è il prodotto finale della corsa alle armi
tra insetti e pipistrelli. E' uno schema dominante nella storia della vita.
Quello che non mi piace è che sia collegato agli equilibri puntuati, proprio
perché si tratta di un altro tipo di punteggiatura. Non sono un devoto della
continuità ma aderisco all'idea della gradualità, almeno durante il periodo di
corsa alle armi. Se consideri un organo molto complicato come l'occhio, è
inconcepibile che possa essere emerso altro che attraverso miglioramenti incrementali,
pezzo per pezzo".
I risultati
del vostro lavoro influiscono su discipline come l'etologia umana, la
sociologia, l'ecologia?
ELDREDGE. "C'è un filo rosso che lega le estinzioni come fattore importante nell'evoluzione e quello che succede attualmente con la perdita di biodiversità. A causa dell'antropizzazione del mondo scompaiono specie viventi al ritmo di 30.000 l'anno, un fenomeno molto più rapido della sparizione dei dinosauri".