RASSEGNA STAMPA

3 GENNAIO 2002
GIORGIO BRUNELLI
I confìni del giuramento di Ippocrate

In un saggio, Serena Foglia ripropone la questione «moderna» dell'eutanasia

E' giusto porre fine alla propria vi­ta, o a quella di una persona cara, quando la sopravvivenza è ridot­ta a un'atroce agonia? Il 9 medico ha soltanto il compito di persegui­re la guarigione, come prescrive il giuramento di Ippocrate, o può prestare il suo aiuto anche per una «buona morte»?  Sono interro­gativi difficilissimi ai quali è impossibile dare una risposta valida per tutti. Serena Foglia ne ha tenu­to conto e ha affrontato il proble­ma da par suo con Il Posto delle fragole (Armenia, pagg. 190, euro 12,50), un coraggioso saggio desti­nato a fare discutere e ad aprire dibattiti accesi.  L'argomento in­fatti è di quelli che coinvolgono nel profondo ma del quale poco si parla e si sa. Per rompere que­sto silenzio sull'eutanasia Serena Foglia ha tracciato un quadro completo della situazione in Italia e all'estero e, affermando il di­ritto del malato a un «suicidio assi­stito» in caso di sofferenze ingua­ribili, ha avanzato la proposta che la Carta di autodeterminazione della Consulta di Bioetica sia legaliz­zata e fatta conoscere.  Si tratta di un testamento, revocabile in qual­siasi momento, con il quale il fir­matario autorizza una o più persone di fiducia a dargli la morte, o a interrompere le cure, nella situa­zione estrema e irreversibile di vi­ta vegetativa o di malattia insop­portabile.  La Carta, elaborata al convegno di Bioetica di Torino nel'99 e derivata dalla Convenzio­ne europea di Oviedo, incontra fa­vori e resistenze e Serena Foglia ha chiesto in proposito il parere di un nutrito gruppo di intellettua­li italiani.

A parte Margherita Hack che ne fa una questione politica di sinistra e sembra considerare la scienza una verità dogmatica, gli altri hanno dato risposte più cau­te, improntate a una sensibilità più condivisibile, contrari tutti al­l'accanimento terapeutico, soste­nitori dei farmaci antidolore, favorevoli alla diffusione della Carta Bioetica, incerti però, se firmarla essi stessi, come Tabucchi che esi­ta «mi è difficile affermarlo a priori», come Francesco Alberoni che nella morte intende la «volontà di Dio», come Antonio Steffenoni che si chiede «una mia decisione di oggi può essere considerata an­che la mia decisione di domani?».  Umberto Veronesi, autore della prefazione al saggio, sostiene che in certi casi l'eutanasia può esse­re un vero e proprio atto d'amore, ma ricorda anche di aver cono­sciuto nella sua lunga carriera «un improvviso attaccamento al­la vita che si accende nelle fasi ter­minali, come se la minaccia estre­ma di perdere questo bene faces­se rifiorire la voglia di andare avanti». L'istinto di conservazio­ne è spesso più forte di ogni pro­posito anche se la società in cui viviamo (una società di anziani con il dovere dell'efficienza e del­la bellezza) offre poco o niente al malato quando perde la padro­nanza del corpo e avrebbe più bi­sogno di assistenza e di cure.

Al concetto religioso di sacralità della vita - come sottolinea Se­rena Foglia - si sta sostituendo il concetto laico di qualità della vi­ta, ed è giusto tenerne conto, come si sta facendo e si è fatto in tanti campi del vivere compresa la medicina.  Con le opportune riserve, però, affinché non dia luo­go a intransigenti pretese di perfe­zione.  Prima di offrire ai malati la buona morte, se davvero si pen­sasse alla qualità della vita, si dovrebbe offrire una buona sanità pubblica, prevedere per ogni ospedale un reparto per lungode­genti, favorire un'efficiente assi­stenza a domicilio, ammettere che per morire qualche volta ci vuole del tempo, ma il lungode­gente «non rende» ed è l'ospite meno gradito negli ospedali e nel­le cliniche private.  Stando così le cose, e serpeggiando sempre di più la paura dell'abbandono, sembrano un male minore certe associazioni più o meno legitti­me che praticano il suicidio assistito, o eutanasia.

Il primato è ora dell'Oregon e dell'Olanda (dove l'eutanasia è le­galizzata) e della Svizzera che vanta, a Zurigo, un'associazione in re­gola con la legge, l'articolo 115 del Codice Penale che permette l'aiuto al suicidio purché non si agisca per scopi egoistici.  L'associazio­ne si chiama Exit, conta oggi 60.000 soci, e ogni anno riceve ri­chieste d'aiuto da tutti i Cantoni.  L'anno scorso però anche la cor­rettissima Exit ha avuto il suo fat­to di cronaca nera.  Un operatore (ci sono i volontari anche per que­sto) non avendo ottenuto il risul­tato sperato con una iniezione leta­le ha completato la missione sof­focando il paziente con un sac­chetto di plastica. E' stato espulso da Exit, ma è difficile capire chi di mestiere fa il dispensatore di mor­te, perché molte volte dietro que­ste «bontà» si può sospettare un delirio di onnipotenza.
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