![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 3 GENNAIO 2002 |
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Troppo inefficaci le politiche per lo sviluppo: un j'accuse del
Nobel per l'economia 2001 Stiglitz
"Non si può puntare solo sul commercio o sulla crescita
Servono riforme agrarie e più aiuti per sanità e istruzione"
Non c'è,
oggi, chi non accolga con favore l'idea di ridurre la povertà nel mondo. L'Fmi
ha ribattezzato il suo programma per i Paesi in via di sviluppo Esaf, per
includervi le parole "povertà e crescita". L'economia del trickle
down - per cui si giustificano i programmi che rendono i ricchi ancora più
ricchi sostenendo che alla fine i benefici "sgocciolano" fino ai
poveri - non è più di moda. Ma, retorica a parte, le politiche economiche sono
oggetto di accesi dibattiti. La posizione del Tesoro degli Stati Uniti e
dell'Fmi può essere definita come trickle down plus: la crescita è necessaria e
quasi sufficiente a ridurre la povertà, quindi la strategia migliore per
aiutare i poveri consiste nell'adottare riforme che la massimizzino.
Le modifiche
alla formula tradizionale costituiscono passi importanti nella direzione
giusta, ma la prescrizione sottesa a tale programma è lacunosa sotto diversi
aspetti. Il fatto è che i Paesi che nell'ultimo mezzo secolo hanno avuto più
successo nello sviluppo, quelli dell'Asia orientale, non hanno seguito le
politiche del cosiddetto "Washington consensus". E molti di quelli
che vi si sono attenuti non hanno avuto grandi risultati (anche se il "dottore"
sostiene che le terapie non sono state seguite abbastanza fedelmente).
Ma, fatto
forse più importante, una preoccupazione per i poveri avrebbe richiesto di
prestare maggiore attenzione alle conseguenze su di essi delle politiche, e di
riconoscere che i Paesi che hanno fatto di più per ridurre la povertà sono
andati ben oltre il fare assegnamento sull'economia del trickle down. Alcuni
esempi aiuteranno a capire.
I Paesi che
hanno fatto di più per migliorare la condizione dei poveri hanno adottato una
strategia di crescita esplicitamente pro-poveri, andando oltre il mero tributo
verbale all'istruzione e alla salute.
A meno che
non vengano date loro risorse - con riforme agrarie, per esempio - è difficile
che i poveri riescano a scrollarsi di dosso la povertà. Ma la riforma agraria
può sfidare interessi acquisiti. È curioso che in molti Paesi poveri, benché
coloro che oggi detengono grandi ricchezze le abbiano acquisite in modi ben
poco legittimi (con l'esercizio della forza bruta da parte dei padroni
coloniali, per esempio), sottrarre loro ricchezza sia visto come una violazione
dei principi fondamentali del diritto di proprietà.
Alcune delle
riforme economiche sostenute dall'Fmi e dal Tesoro degli Stati Uniti hanno
dubbi effetti sullo sviluppo, ma aumentano la vulnerabilità dei Paesi che le
adottano. E, nonostante il tributo meramente verbale pagato all'importanza di
creare reti di sicurezza, a sostenere l'urto dei riflussi sono inevitabilmente
i poveri. L'onestà esigerebbe di osservare che persino nei Paesi più sviluppati
le reti di sicurezza per gli agricoltori e i lavoratori autonomi sono
inadeguate. La liberalizzazione del mercato dei capitali rappresenta l'esempio
più evidente.
Ma più
discutibili diventano anche i benefici della liberalizzazione del commercio, se
a essa non si accompagnano misure che consentano la creazione di nuove imprese
e nuovi posti di lavoro; i pacchetti dell'Fmi, tuttavia, hanno spesso
accompagnato a misure di liberalizzazione del commercio alti tassi d'interesse,
che rendono la creazione di posti di lavoro praticamente impossibile, anche in
un'economia di mercato ben funzionante. La questione è semplice: la
liberalizzazione del commercio porta spesso a una perdita di posti di lavoro.
L'ideologia del libero mercato sostiene che ciò permette un trasferimento di
risorse da utilizzi meno efficienti a utilizzi più efficienti. Magari fosse
così! Il problema è che in molti Paesi meno sviluppati i mercati non funzionano
bene (il che è parte integrante del fatto di essere meno sviluppati). I tassi
di disoccupazione sono alti. La creazione di posti di lavoro è difficile.
I programmi
di privatizzazione hanno avuto spesso effetti negativi, specie sui poveri.
Hanno portato a privatizzare monopoli senza regolamentazione, e tali monopoli,
benché abbiano potuto o meno essersi dimostrati più efficienti nella
produzione, si sono dimostrati più efficienti nello sfruttamento dei
consumatori; i prezzi sono stati aumentati, colpendo negativamente i poveri. In
un caso drammatico di privatizzazione delle telecomunicazioni, il prezzo della
connessione a Internet è stato aumentato al punto da mettere a rischio la
possibilità delle università locali di rimanere collegate, con potenziali
effetti negativi a lungo termine sul Paese, accrescendo il divario in ambito
digitale.
L'Fmi ha
adottato una definizione particolarmente rigida (e anomala) di buona politica
di bilancio, che non include tra le fonti di entrate, o minimizza, gli aiuti
esteri. La ragione addotta è che tali aiuti sono volatili, e quindi su di essi
non si può fare affidamento. La Banca Mondiale ha preso in esame tale
asserzione, dimostrando che ancora più volatili sono le entrate fiscali. Si
costruiscono nuove scuole e ospedali finché arrivano soldi e, quando gli aiuti
si fermano, si fermano anche i cantieri. In lunghe discussioni con il Fondo,
non mi è mai stata offerta della sua posizione una giustificazione plausibile.
Ma sulle conseguenze di tale posizione non dovrebbero esserci dubbi. Essa
significa che un aumento degli aiuti esteri non può portare a più scuole o
ospedali, solo a più denaro nelle riserve del Paese.
Gli aspetti
economici di queste politiche sono da tempo oggetto di dibattito, sia tra gli
esperti sia nella società civile. Il mio intento, nel sollevare tali problemi,
non è di riproporre quel dibattito, ma di rimarcarne la dimensione morale. La
posizione in materia di bilancio del Fondo significa che, a scapito dei poveri,
e senza alcun evidente beneficio per il Paese interessato nel suo insieme, si
costruiscono poche scuole e ospedali. Questa e le altre politiche di cui si è
trattato aumentano i rischi dei poveri con, in media, pochi vantaggi.
Anche quando
aiutano i poveri, esistono politiche alternative che avrebbero potuto aiutarli
ancora di più, o far correre loro meno rischi? Nel delineare tali rischi, le
istituzioni internazionali fautrici di quelle politiche si sono comportate
onestamente? Ed esagerando nel darne per dimostrati i benefici economici, sono
state disoneste? (Non c'è dubbio che i benefici promessi dalla riforma
economica in Russia si sono rivelati ben superiori a quelli effettivamente
ottenuti: il tasso di povertà è cresciuto, nel breve arco di 10 anni, dal 2% a
quasi il 50%!).
Dovremmo forse chiederci se i figli dei nostri figli non guarderanno agli attuali rapporti economici con lo stesso senso di costernazione, di scandalo morale, con cui noi guardiamo all'esperienza coloniale. Gli eventi di Seattle e Washington, uniti a conversazioni con i giovani di tutto il mondo, fanno pensare che reazioni simili non dovremo forse aspettarle tanto a lungo: già oggi i giovani mettono in discussione la legittimità morale di tali politiche. I difensori di queste ultime sostengano che non ci sono alternative, che la ricetta del successo è una e una sola. In questo si sbagliano, ma se esistesse una sola ricetta migliore di tutte, i Paesi che sono riusciti a crescere e, nel contempo, a ridurre la povertà testimoniano a favore della tesi che non si tratta di quella prescritta dalle istituzioni internazionali, con la loro scarsa attenzione a uno sviluppo democratico, equo e sostenibile.